Èsempre
più facile -e frequente- incontrare per le strade edi parchi delle città
signori e signore accompagnati da uno odue cani di ogni tipo di razza.
Oggi è di moda, ma, si sa, ilcane è il migliore compagno dell’uomo,
soprattutto di questitempi in cui gli amici sono spesso… virtuali!
La copertina dell’ultimo libro di Alessandra Gaggioli -Duecuori
e una zampa, Amarganta, 2018- la dice lunga: la coppiadi protagonisti
(Tommaso e Michela) è in secondo piano, sfumata,rispetto al cane -Max-
che, in primo piano, vi guarda drittonegli occhi.
Come in tutte le storie d’amore che si rispettano, tutto cominciacomplice
una notte illuminata dalla luna, ma una notte che odorain modo speciale.
Insomma, magica.
Siamo in una piccola città addormentata tra i colli toscaniin cui una
ragazza, dopo essere stata in discoteca, rientra a casa. Una storia
di oggi -che Alessandra Gaggioli è abilissimanel narrare ed intrecciare-
ed una ragazza di oggi. Il lettoreha già avuto gustosi assaggi dello
stile narrativo della Gaggioli,agile e moderno, in Il ragazzo alla pari,
Darkside e Ritratto di un preziosissimo amore indecente. Alessandra
proponefigure positive di giovani: non sono assolutamente due ragazzisuperficiali.
Tommaso prova simpatia e curiosità per un altroessere umano. Finora
non si era mai fatto domande su nessuno. continua
a leggere
LE BACCANTI DI EURIPIDE TRA NUOVA SENSIBILITA' RELIGIOSA E L'IRRAZIONALE
“Tu hai
la lingua sciolta, come chi ha la mente sana, / eppure nei tuoi discorsi,
non c’è niente di sano. / Un uomo ardito, e abile nelle parole, / diventa
corruttore, per la sua città, quando non ha senno (noùn ouk échon)
(vv.268/71). Le parole del saggio Tiresia rivolte a Penteo, che lo accusa
di sostenere una nuova religione quella di Dioniso e ne teme una destabilizzazione
dell’ordine costituito, sembrano adombrare tra l’altro una critica ai
demagoghi ateniesi e ai sofisti con la loro retorica e con il rifiuto
delle tradizioni. Le Baccanti l’ultimo dramma di Euripide,
scritto tra il 408 e il 406 a.C. durante il soggiorno in Macedonia ospite
del re Archelao, sono un testo di eccezionale ambiguità. Sorprende i
critici il fatto che il tragediografo, spirito laico formatosi alla
fonte del sapere della sofistica, abbia scritto alla fine del suo impegno
poetico e della vita una tragedia religiosa sconvolgendo la tradizione
olimpica e introducendo una religione alternativa. La contrapposizione
tragica che sta alla base del dramma è stata individuata nell’antitesi
tra misticismo e razionalità. Il vecchio Tiresia e il giovane Penteo
rappresentano le due facce: il primo difensore del nuovo culto dionisiaco
il secondo degli antichi dei. Le Baccanti sono la storia di
una follia che pervade via via la mente del giovane re di Tebe, Penteo,
che si oppone all’introduzione del culto dionisiaco nella città. Al
centro dell’opera vi è non solo l’aspetto religioso ma pure la dimensione
della psiche, dove operano forze cieche, da cui Euripide fu attratto
nella sua opera di drammaturgo.
All’inizio della tragedia Penteo, giovane re di Tebe, si oppone al culto
di Dioniso. Al dio cedono prima le donne tebane e la madre di Penteo,
Agave, poi il vecchio Cadmo e l’indovino Tiresia che lo seguono sui
monti. Penteo fa imprigionare Dioniso, lo deride, ironizza sul suo aspetto
femmineo, lo sottopone a un duro interrogatorio da cui emerge l’attrazione
verso il mondo irrazionale. Il dio si libera e suscita in lui una morbosa
curiosità di conoscere le sacre orge. Eros e thanatos dominano
un mondo che ha il fascino del proibito. Penteo manifesta il desiderio
di vedere i riti delle Baccanti e accompagnato da Dioniso che lo convince
a vestire vesti femminili per sfuggire all’attenzione e con parole di
ambiguità lo avvia verso il monte Citerone. Scoperto dalle Baccanti
mentre se ne sta in alto su una pianta per spiarle viene fatto a pezzi
dalle donne invasate dal dio e dalla madre “che per prima si avventò
contro di lui” convinta di avere ucciso una fiera. Agave condotta
alla ragione da Cadmo piange la sua sventura.
L’accusa che viene mossa è quella di immoralità riguardo alle
giovani al seguito di Dioniso “che sembra una femmina che porta
qui una nuova malattia” e le donne di Tebe che “hanno lasciato
le loro case” dividendo le famiglie e indebolendo il tessuto sociale
della città. L’altra accusa è quella di irrazionalità che percorre
la mente dei due vecchi Cadmo e Tiresia che vogliono andare sul monte
Citerone con le Baccanti:
CADMO Dove
dobbiamo andare a danzare, dove a posare il piede. Ti assicuro che non
mi stancherò con il mio tirso di battere la terra notte e giorno. D’essere
vecchio, molto volentieri me ne sono dimenticato.
TIRESIA:
A me succede lo stesso, sono anch’io ringiovanito e impaziente a mettermi
a danzare.
CADMO:
Vogliamo andare sul monte in carrozza?
TIRESIA:
Non renderemo uguale onore al dio.
CADMO:
Ti porterò per mano come un bimbo.
TIRESIA:
Senza fatica il dio ci guiderà.
E’ una
scena surreale, due vecchi dai bianchi capelli, se pure incerti nei
passi, si mettono a danzare, si scrollano la vecchiaia e diventano giovani.
E’ una scena perfusa di sottile ironia, folleggiano come giovani e lo
stesso Tiresia pare rendersene conto:
Dicono
che io non ho ritegno, in questa mia vecchiaia
io che vado a danzare con la testa incoronata di edera.
Cadmo e
Tiresia diventano oggetto di riso da parte di Penteo e il loro comportamento
è di vecchi che hanno perso il senno e li apostrofa: “Qui vedo l’indovino
Tiresia con la nèbride variegata e c’è il padre di mia madre con lui,
roba da ridere, che va baccheggiando con il tirso.”
Euripide, indagatore dell’animo umano “Nella follia di Penteo mostra
il soprannaturale che attacca la personalità della vittima nel suo punto
più debole, operando sulla natura e attraverso la natura, e non contro
di essa. Il dio vince perché ha un alleato nel campo nemico: il persecutore
è tradito da quel che egli vorrebbe perseguitare, l’aspirazione dionisiaca
che è in lui stesso” (Eric R. Dodds : I Greci e l’irrazionale).
Dioniso è un dio che ama la bellezza: “Chioma fluente, ignaro della
lotta, che scende giù lungo le guance, piena di fascino; la sua pelle
mantenuta bianca nell’ombra, lontano dal sole.” E’ una bellezza efebica
e femminea come la femminilità delle giovani che lo accompagnano con
le quali trascorre il giorno e la notte. Dioniso è una figura in cui
emergono elementi inquietanti. Dapprima si dimostra in balia di Penteo
poi liberatosi da preda diventa cacciatore e da vittima carnefice.
Penteo che ha condotto Dioniso nella stalla crede di legarlo ma il dio
si prende gioco di lui; al suo posto mette nei lacci un toro e lui sta
a guardare: “Proprio in questo l’ho beffato, che neppure mi toccò /
e credeva di legarmi, di speranze si nutrì.” Sono i due volti del dio
che dimostra tutta la sua potenza: “Lotta di un uomo contro un dio:
un’impresa temeraria:” Dapprima si presenta come giovane allegro
poi sarà il volto del dolore e della morte. Nelle Baccanti si è voluto
scorgere da alcuni critici una conversione religiosa da altri
una protesta razionalistica. In un periodo storico di grandi
tensioni forse il tragediografo, amico dei sofisti, ha cercato di allontanare
da sé l’accusa di ateismo mossa dai tradizionalisti. Euripide fu legato
d’amicizia con Anassagora e Socrate, l’uno fu trascinato in tribunale,
l’altro accusato di empietà (asebeias) e di corrompere i giovani
fu gettato in carcere e costretto a bere la cicuta.
L’originalità della tragedia, a parte le ambiguità e le contraddizioni,
consiste nell’avere trattato le problematiche della religiosità dionisiaca
e dell’irrazionalità. Non viene tuttavia dissolto il dissidio tra la
religione tradizionale e il razionalismo del poeta, anzi viene ritrovata
una fede popolare e mistica non più oggetto di diatriba. La tragedia
si conclude, dopo gli scambi aspri tra Dioniso e Cadmo e Dioniso e Agave,
con l’intervento del Coro:
Sono molte
le sorti che il cielo ci da
né ciò che credemmo diviene realtà;
e compiono eventi inattesi gli dei,
risolve le cose incredibili un dio.
Così questa storia è finita.
“Questo
Presepe dei Semplici, così difficile da mettere su per noi diventati
così complicati, così “saputi” di tante cose
tranne di quelle semplici e vitali.
Avete guardato i bimbi che scendono dai barconi dopo un viaggio in mare?
E i bambini trascinati dietro dai migranti, tenuti per mano, messi in
spalla o accovacciati nei campi di accoglienza?
Abbiamo guardato il bimbo che la marea ci ha riportato indietro posandolo
sulla battigia, un piccolo Cristo precoce, senza croce. Ecco, potrebbero
essere loro i protagonisti del Presepe di oggi, i bambinelli che salveranno
il mondo se solo ci volessimo credere quel tanto che basta.”
“L’impressione iniziale della bellezza delle cose” JOSE' MARIA EÇA DE QUEIROZ: TRA SOGNO E SPIRITUALITA',
LA METAFORA DELLA NOTTE
José
Maria Eça de Queiroz (o anche Queirós) nasce in una
cittadina del Nord del Portogallo nel 1845. Dal 1855 al 1861 studia
in collegio a Oporto, dal 1861 al 1866 frequenta l’Università
di Coimbra, ove consegue la laurea in giurisprudenza. Lì conosce
Teófilo Braga e Antero de Quental, esponenti significativi
della generazione del ’70, che mirava a un rinnovamento del
clima intellettuale e sociale portoghese. Nel 1866 si trasferisce
in casa dei genitori, a Lisbona. Lì prende a esercitare la
professione in uno studio legale. Incomincia a scrivere sulla “Gazeta
de Portugal” cronache e feuilletons con richiami al mondo onirico
e fantastico secondo il gusto del romanticismo nordeuropeo, che saranno
raccolti postumi in volume sotto il titolo Prosas Bárbaras
(Prose barbare). Mette su uno studio di avvocato. Partecipa alle riunioni
del Cenáculo, gruppo di intellettuali d’avanguardia.
Nel 1869 compie un viaggio in Egitto: impressioni di questo viaggio
saranno utilizzate per lo sfondo del romanzo A Relíquia
(La reliquia). Ritornato a Lisbona, pubblica sul “Diário
de Notícias” resoconti del suo viaggio in Oriente, scrive
O Mistério da Estrada de Sintra (Il mistero della
strada di Sintra), sorta di giallo pieno di misteri e colpi di scena.
Nel 1871 partecipa alle Conferências do Casino Lisbonense, ciclo
di conferenze su politica, arte e letteratura, presto interrotte per
disposizione governativa con la motivazione che “esponevano
e cercavano di sostenere dottrine e proposizioni che attaccavano la
religione e le istituzioni politiche dello Stato”. La sua conferenza,
tenuta nel mese di giugno, era dedicata al Realismo come nuova espressione
dell’arte. Fonda il periodico “As Farpas” (“frecciatine”),
in cui inserisce articoli critici e satirici di materia sociale e
politica. Nel 1872 entra nella carriera diplomatica ed è inviato
come console all’Avana, nel 1873 compie un viaggio in Canada,
Stati Uniti d’America e America centrale. Pubblica Singularidades
de uma Rapariga Loira (Singolarità di una ragazza bionda),
O crime do Padre Amaro (La colpa di don Amaro). Nel 1878 è
trasferito a Bristol, pubblica O Primo Basílio (Il
cugino Basilio), un romanzo sul tema dell’adulterio femminile
nell’ambiente della borghesia di Lisbona, O Conde de Abranhos
(Il conte di Abranhos), disegno satirico della figura di un politico
arrivista. Nel 1883 è eletto socio corrispondente dell’Accademia
Reale delle Scienze di Lisbona. Nel 1885 visita Zola a Parigi dove,
nel 1888, è nominato console e dove rimarrà fino alla
morte. Pubblica tanti racconti, interviene a proposito del caso Dreyfus,
prendendo posizione a favore dell’ufficiale condannato. Muore
a Neuilly nel 1900. Molte sue opere escono postume.
I
racconti di de Queiroz (1) sono intrisi di quell’atmosfera di
sogno e di fantasticheria tipiche della cultura portoghese che Antonio
Tabucchi, grande conoscitore di Pessoa e della letteratura portoghese,
ci ha abituato a conoscere ed amare. Sono tutti, per un verso o l’altro,
anche ambientati di notte: la notte simboleggia il tempo delle gestazioni,
delle germinazioni, delle cospirazioni che diventeranno manifestazione
di vita. E’ uno spazio onirico, un luogo dove si vive l’amore,
lo si preannuncia o lo si perde. Nel primo racconto intitolato Singolarità
di una ragazza bionda, la notte è “radiosa”
(op. cit. p. 82) per la vicinanza con la donna amata, sempre idealizzata
da questo scrittore e considerata come una santa o una fata. E’
di notte che Macario incontra Luisa “nella saletta buia che
dava sul pianerottolo: un piccolo lume ardeva sopra la tavola: era
felice lì in quella penombra, seduto molto castamente, accanto
a Luisa, in un angolo di un vecchio canapè di paglia: non la
vedeva di giorno, perché portava oramai vestiti usati, stivali
scalcagnati (…) (p. 87). La notte consente a Macario di nascondere
la sua miseria rattoppata, il suo decadimento alla sua Luisa che –
brillante annotazione dello scrittore – “aveva il carattere
biondo, come i capelli” (p. 87) e che forse non lo vorrà
più: “Era notte. Camminò a caso per le strade…“
(p. 91). Ricordi, delusioni, smarrimenti, nostalgia, paura, fiducia,
speranza, tutto ha luogo di notte: ora la vita di Macario è
buia, senza via d’uscita, per il lavoro che non ha e per l’amore
che ha perso. Sarà di sera che lascerà la città
e la donna amata dopo aver scoperto che è una ladra. Nel secondo
racconto –Un poeta lirico– il
protagonista arriva di notte a Londra dove “proprio in quella
notte ebbi la singolare felicità di sapere il suo nome e di
intravedere un frammento del suo passato” (p. 101): l’altro
è il cameriere di un ristorante di Charing Cross, il poeta,
Korriscosso. Il buio, la notte sono l’oscurità del passato
del poeta che resta a servire per amore di Fanny, cameriera tuttofare
che, ignara, ama invece un policeman. Nel racconto intitolato Al
mulino, storia triste di una donna, infelice, con marito
e figli ammalati, la protagonista scopre l’amore di notte: “una
notte che le comparve questa idea, questa visione – se fosse
mio marito!” (p. 122), “voleva, bramava nelle calde
notti in cui non poteva dormire – due braccia forti come l’acciaio
(…) (p. 123). Cadrà nelle braccia del praticante della
farmacia: “Viene di notte ai convegni con pantofole di cimosa:
puzza di sudore: le chiede in prestito denaro (…) (p. 124).
Nel racconto Civilizzazione, la notte è
segreto, un po’ vereconda, di uno scherzo per l’amico
Jacinto amante di ogni forma di progresso: “in una dolce notte
di San Giovanni il mio super civilizzato amico, desiderando che alcune
signore parenti di Pinto Porto (le amabili Gouveias) ammirassero il
fonografo, fece irrompere dalla boccona dell’apparecchio, che
pare una tromba, la voce rotonda e oracolare: -“Chi non ammirerà
i progressi di questo secolo?” (p. 128). La molla s’inceppa
e la voce gracchia all’infinito… E’ che la notte
rivela: rivela i limiti di troppo tecnicismo e l’essenziale
della vita. Jacinto scopre, guardando di notte le stelle, nella
dolce pace del crepuscolo, la bellezza del poco. Notte, invece,
buio dell’anima e delle cattive azioni per il racconto Tema
per versi: di notte, “una notte, una notte silenziosa
e buia” (p. 163), avviene il rapimento del principino. Nel racconto
Il tesoro, la notte buia è il luogo
ideale per gli omicidi dei due fratelli ad opera del terzo per avidità.
La notte è accompagnata e ribadita dallo scuro del piumaggio
dei corvi – si noti infatti la ripetizione dell’aggettivo
nero, come l’anima degli assassini: “Venne
la notte. Due corvi, del branco che gracchiava, laggiù tra
i roveti, si erano già posati sul corpo di Guanes. La fonte
cantando lavava l’altro morto. Mezzo sepolta nell’erba
nera, tutta la faccia di Rui era diventata nera.
Una stellina tremolava nel cielo. Il tesoro è ancora là,
nel bosco di Roquelanes” (pp. 174-175). Nel racconto Fra
Ginepro, la notte è la concentrazione di ogni
spiritualità, la sua quintessenza: “nulla lo deliziava
più che giungere di notte, bagnato, affamato, battendo i denti,
a una opulenta abbazia feudale, e essere respinto dalla portineria
come un vagabondo malvagio (…)” (p. 182). Ancora incontro
d’amore – “assoluto amore che aveva concepito, da
quella notte d’autunno, alla luce della luna” - e colpo
di fulmine in José Matias: ”ritornando
dalla spiaggia di Ericeira d’ottobre, in autunno, scorse Elisa
Miranda, una notte, sulla terrazza, alla luce della luna! (p. 280).
La notte è la vera protagonista di questo racconto: tutto l’amore
nascosto –letteralmente nascosto– per Elisa si svolge
nell’oscurità. Ombra tra le ombre, José si nasconde:
“… si ritirava nell’oscurità del portone,
nella sua estasi. Quando le finestre di Elisa si spegnevano, ancora
trascinava le lunghe notti, anche le nere notti d’inverno,
tutto rattrappito, intirizzito, battendo le suole rotte sul lastricato
(…)” p. 298. Il nero è chiaramente un colore con
connotazioni psicologiche: le nere notti sono quelle
della miseria inconfessabile di José. In Adamo
ed Eva nel Paradiso, il racconto più perfetto
e visionario, la notte rappresenta il punto culminante e più
alto, il luogo del sorgere vittorioso dell’Uomo Pensante, che
si rivela a se stesso, nei confronti della Forza Bruta che s’inchina
alla sua potenza e superiorità “tutta la pianura ansimava,
sotto la luna nuova (…). Era tutta l’Animalità
del Paradiso, che, sapendo il Primo Uomo addormentato, senza difesa,
in un ermo bosco, correva, nell’immensa speranza di distruggerlo
e di eliminare dalla Terra la Forza Intelligente destinata a sottomettere
la Forza Bruta” (p. 237). La notte è la metafora della
Paura, Fame e Furore. “E’ quando scende la notte che Troia
è nostra”, dichiara Ulisse in La perfezione.
Notte trionfante e vittoriosa, dunque. Di sera il mendicante percorrendo
le strade e scendendo per i duri sentieri porta verità e amore
(Il soave miracolo).
La santità -santo è definito il Portogallo-, la devozione,
e quella alla Vergine Maria in particolare, è anch’essa
presente nei racconti pervasi da allegria religiosa: la Vergine
assiste all’amore e al bacio di Macario e Luisa (Singolarià
di una ragazza bionda), dà il nome alla chiesa
di Nostra Signora del Pilar, a Segovia (Il defunto),
il nome alla protagonista di Al mulino (Maria
de Piedade) ed ha “il bel viso da Vergine Maria” (p. 112).
Anche i titoli contribuiscono: Frà Ginepro,
Il soave miracolo ecc. a creare questa
atmosfera. Lo sfondo è quello di un Portogallo dai rigidi costumi,
dalle antiche educazioni che producevano spesso situazioni insensate,
retto dal senso dell’onore, della correttezza del lavoro, della
dignità. Un Portogallo che conserva le antiche abitudini severamente
chiuse.
Infine, lo stile personalissimo di Queiroz: la sua lingua scorre come
un fiume in piena, senza soste, come il flusso del pensiero in un’unica
frase, in un unico slancio fatto di susseguirsi di due punti, di virgole,
di sospensioni, di esclamazioni come se non bastasse lo spazio per
dire ciò che urge dentro di essere espresso. Come lo stile
di Tabucchi.
Fausta
Genziana Le Piane José
Maria Eça de Queiroz, Racconti, Biblioteca Universale
Rizzoli, 2000
L’imprevedibilità nel prevedibile FEDREICA GNOMO TWINS COME BRIDGET JONES!
Ironia
e anticonvenzionalità –tinto di femminismo– aprono
il romanzo di Federica Gnomo Twins, Il ragazzo alla pari,
Ombrerosa, 2013.
I fatti: Federica, quarantenne tecnicamente single dopo aver sorpreso
a letto il marito con una amica ed essersi separata, decide di partire
per il mare, la Sardegna, con i figli, ma le occorre un aiuto, una
protezione una ragazza alla pari che parli un po’ d’italiano
ma soprattutto una lingua straniera, per aiutarmi con i bambini
(p. 9). All’annuncio risponde invece un ragazzo, Tom, di ventitré
anni, dalla voce profonda, alto, biondo, spalle larghe (p.
14).
La protagonista Federica è una donna di oggi, una distratta
nervosa, stile Il diario di Bridget Jones di Helen Fielding (1995),
tosta, una “non” in molte cose, incasinata, che
fa cazzate, che passa dall’euforia alla disperazione,
che si va a cercare i guai che poi sconta. Si sente una fallita, combattuta
tra saggezza e pazzia (Mi pento quasi subito della mia decisione,
ma non ho il coraggio di richiamare e annullare tutti gli accordi
– p. 12), tra convenzioni antiche ed esigenze moderne, tra lo
scartare un uomo per “abitudine” ed il desiderio istintivo
invece di accettarlo, contravvenendo al pensiero comune; tra la convinzione
che un ragazzo infonde sicurezza e il desiderio di mandare all’aria
il luogo comune che è meglio avere un uomo in casa, nel tentativo
di dimostrare che, come l’ex marito se la spassa con una ventenne,
anche lei può partire con un ventenne in nome della parità.
Infatti, come attraverso il personaggio di Bridget vengono tratteggiate
con ironia le manie e le stranezze del-la vita degli anni novanta,
attraverso il personaggio di Federica cono analizzate le ribellioni
e le contraddizioni di oggi.
Federica è attratta dal suo tato, sentimentalmente
e non solo, ma è insicura, dubbiosa, dominata dalla paura,
di non piacere, di essere inadeguata, di non essere all’altezza
di questo colpo di fulmine, si vergogna: vocaboli ed espressioni come
agitarsi, paura, non avere fiducia in se stessi, ansia, incapacità
a rilassarsi, contorcersi, innervosirsi, scombussolarsi, rabbia
ecc. si moltiplicano nel corso della lettura. Federica si illude,
fantastica, cerca l’uomo dei suoi sogni, il principe azzurro
come Emma Bovary. Soffre del Complesso di Cenerentola: sogna un
cavaliere biondo sul suo cavallo bianco (p. 25).
Il romanzo è scritto in prima persona, tutto dalla parte della
protagonista: con grande abilità ed ironia esilarante, senza
veli, senza falsi pudori, Federica Gnomo sviscera tutte le sfumature
dell’attrazione fisica e mentale della protagonista, della la
forza dell’eros di una donna matura. E questa è la novità
del libro: nel ribaltamento delle posizioni -Federica per la prima
volta bacia per prima un uomo; Tom le sta facendo vedere la vita da
altri punti di vista- che oggi non fanno comunque più scandalo,
non solo nel mondo dello spettacolo: Io non ho mai fatto distinzioni
d’età. Siamo persone in cerca d’amore e i sentimenti
non hanno età, o sesso. Mi conosci da tanto tempo e sai che
amo un uomo molto più anziano di me, e non vedo la differenza
con il fatto che tu possa innamorarti di uno molto più giovane
di te (p. 50).
Ma ho parlato di cauto e sfumato femminismo perché Federica
Gnomo sa mettersi anche dalla parte di Tom, vittima del fratello gemello
ma forte del suo sentimento: Io, donna matura, persa nel sogno
di un nuovo amore, bacio un ragazzo perso nella ricerca di sé.
In fuga da tutto quello che ha di più caro. E forse il nostro
segreto è tutto qui. In questo prendere e dare con disperazione,
lasciandoci tutto il dolore alle spalle. La sofferenza per un rapporto
sbagliato. L’amore donato e rifiutato. Il futuro negato. Questo
forse ci ha unito. Questo riconoscersi uguali ci ha guidato (p.
136).
Ecco allora il significato dell’altra faccia del titolo e cioè
che il sentimento quello che conta: Usciamo al tramonto di un
giorno qualsiasi che è diventato speciale. Lui lo rende così,
io lo rendo così. Siamo pari. Ci amiamo. Alla pari…
(p. 145).
Fausta
Genziana Le Piane
UNA DONNA D'ALTRI TEMPI CHE SA PARLARE DI NOI, DONNE ECCELLENTI...
Conoscete
Barbara Pym? Sono sicura di no eppure se è così perdete
una scrittrice di primo ordine.
Barbara nacque nel 1913 e morì, nubile, nel 1980. Passò
parte della guerra all'ufficio censura della corrispondenza con l'estero,
e parte in divisa di ausiliaria; per un certo periodo fu di stanza
a Napoli. In seguito lavorò all' International African Institute,
fra l'altro come redattrice del giornale antropologico “Africa”.
Scrisse dieci romanzi, sei dei quali uscirono fra il 1950 e il 1961,
e gli altri fra il 1977 e il 1981.
Provate a cominciare a leggere “Donne eccellenti” (La
Tartaruga edizioni, 1996, con prefazione di Masolino D'Amico) e vi
renderete conto che la Pym è stata definita a ben ragione la
Jane Austen dei nostri tempi.
La protagonista, Mildred, è impiegata a mezza giornata presso
il Centro per la tutela delle gentildonne anziane, è una single
che difende la sua indipendenza (“esistenza che mi sono fatta
da sola a Londra”, “il matrimonio non è tutto”,
“il matrimonio non è sempre rose e fiori”) considerato
poi che “ciascuno dei due sessi ha difficoltà a capire
l'altro” (p. 136) e che dimostra grande conoscenza del genere
umano, dagli uomini definiti egoisti ed “eterni bambini”
alle donne, incomprensibili, che spesso dimenticano le loro incombenze
casalinghe per coltivare i propri ideali. Mentre gli uomini “che
non sono affatto indifesi e patetici come talvolta piace immaginare
alle donne” (p. 204), sono costretti a occuparsi di tutto, devono
cucinare e lavare i piatti... sono stremati (p. 57). I costumi infatti
cambiano e... che cosa fanno le donne che non si sposano?... Stanno
in casa con un genitore anziano e si occupano dei fiori, almeno così
facevano un tempo, ora però è più probabile che
lavorino, facciano carriera e vivano in un monolocale o in una pensione...
” Considerazioni di una lungimirante realtà...
Quale è la donna eccellente? E' Mildred, figlia di ecclesiastico,
che non deve sposarsi poiché la vita è già abbastanza
difficile senza questi propositi allarmanti: “Ti ho sempre creduta
così equilibrata e assennata, una donna davvero eccellente.
Mi auguro che tu non stia pensando al matrimonio”, è
quello che le dice nel corso di una cena il suo amico William. Mildred
è sempre pronta ad aiutare gli altri e a farsi carico dei loro
problemi.
E' in fondo la pacata e profonda saggezza, una lezione di buonsenso
ed equanimità (se il matrimonio non funziona “le colpe
sono sempre di entrambi”, p. 196) che emerge dalla scrittura
della Pym, sempre limpida ed equilibrata, e dalla sua visione della
vita in cui ognuno è felice stando al proprio posto nel rispetto
della posizione sociale e dei sentimenti degli altri.
Il modello femminile che propone è quello di una donna emancipata
che si dedica talmente al suo lavoro –la protagonista è
un'antropologa– da dimenticare le faccende domestiche: “Ora
sono costretto a occuparmi di tutto, devo cucinare e lavare i piatti...
sono stremato” dice il marito, Rocky, esempio antesignano di
parità... Questo modello assumerà sempre più
importanza anche se ancora: “appartenevano a quella generazione
di uomini che non pensa di dover contribuire ai lavori domestici (p.
217)”.
La capacità di introspezione psicologica, accompagnata da una
vivace ironia è lo sguardo che la protagonista porta sugli
altri, è la penetrazione di osservazioni dei vizi e delle virtù
di uomini e donne: “Le coppie sono così abituate a chiamarsi
“caro” e “cara”, che non si accorgono di quanto
suoni falso quando sono arrabbiati o annoiati” (p.57).
Fa piacere scoprire che l'autrice è una fine conoscitrice di
“languide sciocchezze” di Christina Rossetti o Matthew
Arnold o Omar Khayyam o Keats:
“Meglio che tu dimentichi e sorrida
che non che tu ricordi, e t'intristisca...”
oppure
poco conoscer è cosa pericolosa
bevi a fondo, o non toccar dalla sorgente Pieria
oppure
“Sì! Isolati nel mare della vita,
Con abissi echeggianti tra di noi,
Pulviscoli nel liquido deserto senza sponde,
Noi, milioni di mortali, viviamo SOLI”
conoscenza che lascia intravedere la grande cultura posseduta da Barbara
che era infatti laureata in Lingua e letteratura Inglese a Oxford.
Infine è da notare che su tutto troneggia la metafora del tè:
è vero che si tratta di un’abitudine tutta britannica
ma è anche vero che è il momento nel libro dela resa
dei conti, dell’assunzione di responsabilità e consapevolezza,
delle grandi decisioni.
Fausta
Genziana Le Piane
IOLE CHESSA OLIVARES E IL MARE
Ecco
due poesie di Iole Chessa Olivares dedicate al mare, tratte dalla
raccolta, Quel tanto di rosso, Terre Sommerse, 2007.
SALUTAVO
IL MARE
Salutavo
il mare
bevendolo,
la sua acqua grembo e orizzonte
al mio inchiostro,
luce già scritta
che doveva solo accendersi.
E’
mutato nel tempo
il gesto dell’addio,
ancora beve onde
in solitaria,
ma sulla battigia
cerco acqua che si consumi,
un passo oltre se stessa,
solo spuma
in generosa offerta
a me, ormai crepuscolo,
luce sfinita
di un solo colore.
IL
FARO
Dedicata al faro di Calamosca – Cagliari
Nel
buio desolato
porta in grembo
un quasi – sole,
un labile raggio
che evapora sfiorando le pupille
e… danza la sua luce
mentre muore sul mare,
fuori di ogni bussola
salva un brivido
oltre il naufragio,
consacra la vita
se mai dimenticata.
Il
tema del mare è inscindibile da quello della terra natìa,
la Sardegna. Il mare è il simbolo del dinamismo della vita.
Tutto esce dal mare e tutto vi ritorna: luogo delle nascite, delle
trasformazioni e delle rinascite. Acque in movimento, il mare simboleggia
uno stato di transizione tra i possibili ancora informali e le realtà
formali, una situazione di ambivalenza, che è quella dell’incertezza,
del dubbio, dell’indecisione, e che può concludersi bene
o male. Da qui deriva che il mare è contemporaneamente l’immagine
della vita e quella della morte.
Gli Antichi, Greci e Romani, offrivano al mare sacrifici di cavalli
e di tori, simboli anche loro di fecondità. Ma mostri sorgevano
dalle sue profondità: immagine del subconscio, fonte di correnti,
che possono essere vivificanti o mortali.
Il tema del mare è legato a quello dell’acqua, fonte
di vita, mezzo di purificazione, centro di rigenerazione. L’acqua
rappresenta l’infinità dei possibili. Tutti questi significati
sono presenti nelle due liriche.
Nella prima si evidenzia la positività, la consuetudine del
gesto del salutare il mare, di cui la Poetessa si nutre (bevendolo,
bevo onde, cerco acqua) e che è definito grembo
(luogo dove si forma il bambino).
Nella seconda, è ripetuta la parola grembo (luogo di trasformazione)
che, con il tema dell’acqua, è un simbolo femminile ed
indica il bisogno di Iole di tenerezza e di protezione.
Fausta
Genziana Le Piane
PIOGGIA Wilma Vedruccio
Pioggia
d’oro cade goccia a goccia
Su terra d’ogni speranza prosciugata
E nel cielo pallido per troppa luce
S’aprono squarci di turchino
Subitamente colto da petali nel vento
Embrioni appena abbozzati di futuro.
10
gennaio 2013-01-10
da un collage di Fausta Genziana Le Piane
Fausta
Genziana Le Piane
IOLE CHESSA OLIVARES, IL RISCATTO DELL'UOMO
IMPERMANENZA
Di
qua dalla cornice,
anche la polvere
ha il suo cielo egemone
prima che il tempo
la sradichi dal mondo
per una fuggevole
patria di stelle.
Iole
Chessa Olivares, La buccia del grido, Lepisma, 2008, p. 15
Ancora
una volta nella poesia di Iole Chessa Olivares assistiamo al dilaniarsi
dell’uomo tra cielo e terra: polvere, mondo, patria e tempo
rimandano alla regno di quaggiù; cielo e stelle a quello di
lassù.
L’uomo è polvere e sarà presto sradicato da questo
mondo dal breve tempo che gli è dato, tempo che trascorre inesorabile.
L’impermanenza ci insegna soprattutto a guardare le cose e le
situazioni così come sono, senza sviluppare sentimenti di attaccamento
o di avversione. Noi soffriamo perché non riusciamo ad accettare
che le cose cambino.
Il termine “polvere” è il centro della lirica e
la metafora non è certo nuova: Memento homo, quia pulvis es
et in pulverem reverteris.
APPARIZIONE
Se
l’uomo è polvere
uomini sono quelli
che attraversano la pianura.
Questi
bei versi di Octavio Paz (1914-1998) ci ricordano che anche per Iole
appunto l’uomo - una breve ap-parizione e permanenza, avvolte
nel mistero e nell’insicurezza - è polvere ed è
colui che attraversa la pianura – la vita – con consapevolezza
e determinazione. Ma aspira al cielo - anche la polvere / ha il suo
cielo egemone - ed è capace di trasformare, trasfigurare la
propria umanità in vertiginosa altezza: polvere di stelle.
Le stelle manifestano la luce lontana ed eterna nell’infinito
della notte (la morte). Sempre presenti nel cielo, al contrario del
sole e dei pianeti, le stelle simboleggiano la speranza.
Fausta
Genziana Le Piane
SOGNO E REALTA’ NELLA POESIA DI IOLE CHESSA OLIVARES
Io,
formica
Vorrei
essere possibile conca
per lo sguardo totale dell’aquila
ma rimango formica
che intende solo ogni erba e fiore
del proprio minimo angolo.
Da:
In piena sulla conchiglia, Pagine, 2002
Questa
breve e intensa lirica si muove secondo due metafore che incarnano il
concetto del contrasto tra sogno e realtà.
La poetessa vorrebbe poter accogliere lo sguardo dell’aquila
(essere conca avvolgente) ma resta formica: non si può
cambiare la propria natura. Attenzione: Iole non dice che vorrebbe essere
aquila ma che vorrebbe accogliere il suo sguardo. C’è molto
da dire. Non l’aquila desidera essere la Poetessa ma l’attira
il suo modo di vedere poiché è profondo, vede lontano…Infatti,
l’aquila vede 6 volte meglio dell’uomo con un raggio visivo
di 300°! E il Poeta vuole arrivare a vedere l’essenza delle
cose. Si noti il contrasto espresso dai due aggettivi possibile
riferito a se stessa e totale riferito invece all’aquila:
il certo e l’incerto, il sicuro e l’insicuro, il piccolo
(Iole-formica è nel minimo angolo) e il grande! Eppure
quanto è grande la formica che conosce bene il suo mondo fatto
di erba e fiori, che sta bene nel suo universo! L’aquila è
il re degli uccelli, incarnazione, sostituto o messaggero della più
alta divinità e de l fuoco celeste, il sole che lui solo osa
fissare senza bruciarsi gli occhi: la formica è il simbolo dell’attività
laboriosa, della vita organizzata in società, della preveggenza.
Si tratta in fondo di due aspetti della personalità e dell’anima
di Iole e forse di ognuno di noi perché poiché la condizione
umana: aspiriamo all’Azzurro (aquila cioè forza, sicurezza,
fierezza e bellezza) e siamo condannati all’inferno terrestre
(la formica) (Charles Baudelaire).
Fausta
Genziana Le Piane
.
PREFAZIONE
Nera
sono io
La
storia della Letteratura offre molti esempi di eroine femminili mirabilmente
descritte da uomini che ebbero la capacità di sondare l’animo
femminile: da Emma di “Madame Bovary” di Gustave Flaubert
a Isabel Archer di “Ritratto di signora” di Henry James.
Tommaso ha gli occhi e la mente pieni di immagini e di suggestioni che
provengono dal quel mondo ricco di contrasti, da quella “grandezza
ignorata”, da un’armonia delle cose disparate” che costituiscono
per lui una “poesia completa”, “una grande sintesi”
in cui tutti gli appetiti dell’immaginazione e del pensiero vengono
“saziati”: sono parole di Flaubert ai ritorno da un viaggio
in Oriente ma ben si addicono a Patti e alla Sicilia.
E non sono solo questi i paralleli possibili tra “Madame Bovary”
e “Il fuoco di Nera”: Emma è personaggio realmente
esistito, ispirato ad un fatto di cronaca nera, Nera una donna realmente
vissuta, una popolana, soprannominata dai Catanesi “Peppa la Cannoniera”,
è la protagonista d’un episodio realmente accaduto di furto
di un cannone e del suo utilizzo contro i Borbonici.
Lasciatevi sedurre dallo stile di Patti, fluido, leggero, lieve, che vi
sollecita a progredire nella lettura ricorrendo anche a stratagemmi letterari
che rendono densa la suspense ad ogni pagina, come ad esempio nel capitolo
intitolato “Gancia”.
Lasciatevi sedurre dalle peripezie della protagonista, ma soprattutto
dal suo carattere: Venera conquista il lettore fin dal primo capitolo.
Non lasciatevi ingannare dal suo nome duro, dai suoi modi bruschi, da
masculazzu, dalla sua aria sfrontata, forte, virile: è
che Nera ha una vita dura, è povera, è ribelle perché
non vuole accettare soprusi e violenze. In realtà Nera piange,
arrossisce, “il suo sguardo è timido e stranamente femminile”
(p. 11).
La femminilità nascosta e inconsapevole di Nera è espressa
dalla sua passione per il mare, metafora d’un modo di essere che
corre per tutto il romanzo: già nel primo capitolo il mare - il
suo mare, il Tirreno – definito sempre nel corso del romanzo quasi
sempre “pulito”, “onesto”, “libero”,
“grande”, ha la capacità di calmarla.
Le metafore, infatti, che configurano Nera attraversano tutto il romanzo
sono due: quella del mare e quella del fuoco, solo in apparenza in contraddizione
tra loro. Sì, è vero che l’acqua, il mare, le onde
hanno il potere di tranquillizzare Nera, di darle pace; al mare –
“all’amico mare” - di cui Nera sente forte il richiamo,
confessa la sua tristezza, sfoga i suoi pianti, a lui concede i suoi momenti
di riposo, passeggiando rilassandosi. Ma poi, acqua, fuoco, non è
contraddittoria Nera e la stessa Sicilia?
I significati simbolici dell’acqua possono ridursi a tre temi dominanti
che s’incontrano nelle tradizioni più antiche: fonte di vita,
mezzo di purificazione, centro di rigenerazione.
L’acqua, massa indifferenziata, rappresenta l’infinità
delle possibilità: immergersi nelle acque, è tornare alla
sorgente, abbeverarsi ad un immenso potenziale di riserva e trovarvi una
forza nuova. All’acqua Nera si rivolge per ritemprarsi. L’acqua
è elemento della trasformazione, del fluire, della fertilità
e rappresenta Nera, pronta ad imparare, a crescere, a diventare sempre
più autonoma, a superare sempre se stessa, ad essere il soffio
vitale che anima, incita, guida gli insorti, a purificarsi dal torto subito,
ad essere centro di vita e di stimolo spirituale di chi combatte. Alla
fine, Nera è purificata, rigenerata, in pace con se stessa: “Ma
prima di percorrere i pochi passi per raggiungere via Crociferi, volle
svolgere il suo rito purificatore. Andò al porto, salì sul
molo e si lasciò sferzare il viso dagli spruzzi d’acqua…”
(p. 37).
Ma il mare non può spegnere il focolaio che ha dentro: come Gorge
Sand, più tardi si comporta da uomo, “va in giro costantemente
in abiti maschili…si ferma in una bettola a bere, fumare la pipa,
ridere e far baldoria con gli altri” (p. 108).
Il fuoco è la seconda metafora di Nera e della Sicilia. Esso è
legato ad un altro protagonista del romanzo dal quale la città
di Catania non può essere disgiunta, l’Etna. E non è
un caso che l’Etna “volle dare una mano” e contribuire
all’insurrezione mentre “i rivoltosi presero la cosa come
un buon segno” (p. 87). “Ormai il fuoco che si era acceso
stava divampando spontaneamente dappertutto” (p. 92): il fuoco,
dunque, è il fuoco della rivalsa sui soprusi e le ingiustizie patite,
del desiderio di amare ed essere amati, di creare un nuovo futuro, di
essere protagonisti del proprio destino.
Nel momento in cui scoppia la rivolta il cratere dell’Etna è
infuocato, la Natura sembra partecipare, l’Etna ha il fuoco dentro
come Nera…
Il fuoco è la metafora di Nera, del suo cuore forte e coraggioso,
della sua ribellione, della sua sfrontatezza, dalla sua libertà.
Nera, pasionaria a costo della sua vita. Il fuoco ha la stessa
simbologia dell’acqua, è simbolo di morte, di rinascita e
di purificazione: non a caso per tutto il romanzo si accenna continuamente
ai progressi della protagonista, alle tappe della sua evoluzione, al progredire
delle sue conoscenze.
Lasciatevi sedurre dalla protagonista, da questa ragazza molto particolare,
brutta sì ma dallo sguardo intenso, fisso, penetrante, dagli occhi
che lanciano fiamme: vi grida che non bisogna mai arrendersi - Siciliani
e non – che non ci si può tirare indietro ma battersi, che
non bisogna piangersi addosso, ma reagire: “la gente di questa terra
infatti era come l’Etna, abituata a borbottare spesso, ma raramente
disposta a giocarsi tutto per andare fino in fondo. Eccezionalmente poi
accadeva una grande eruzione…Ed era il momento del fuoco”
(p. 100); “la vita, se si era pronti a battersi, poteva migliorare”
(p. 56).
E’ indicativo - poiché riunisce le due metafore - il sogno
di Nera verso la conclusione della vicenda: “Nera passeggia ridendo
lungo la riva del mare insieme ad Agata. Nera si accorge che il suo amico
mare cambia colore, da verd’azzurro diventa giallo, arancio e infine
rosso (…)”.
Questo bellissimo brano è un tripudio di colori: bandiere bianche
sventolano sull’Etna, Agata ha il viso arrossato dal sole, i denti
sono bianchissimi, gli occhi tendono al verde, il mare è azzurro,
giallo, arancio - una variante del rosso -, rosso… Sono i colori
del tripudio della festa, è lo spettacolo affascinante e misterioso
della libertà e della vittoria.
E che direste se leggendo “Madame Bovary” scopriste i colori
flaubertiani: l’azzurro, il giallo dello slancio, il verde, il rosso
infuocato…? I paralleli potrebbero continuare all’infinito…
Se Flaubert poté dire della sua eroina “Madame Bovary sono
io”, non soltanto Tommaso Maria Patti, ma ogni lettore, dopo aver
gustato la lettura di questa bella storia, potrà affermare con
convinzione: “Nera sono io”.
Fausta
Genziana Le Piane
SAINT-TROPEZ, COLETTE & COMPANY
di Fausta Genziana Le Piane
La
Costa Azzurra fu un’invenzione degli americani. Negli anni Venti
del Novecento, prima Cole Porter, musicista di genio, e poi Gerald e
Sara Murphy, miliardari con la passione delle arti e degli artisti,
fecero quella che qualcuno definì in seguito «la rivoluzione
d’estate».
Il primo affittò per l’intera stagione del 1921 lo “Château
de La Garooupe” a Cap d’Antibes, i secondi convinsero
l’anno dopo il manager del locale “Hôtel du Cap”
ad aprire solo per loro da giugno a settembre, con una cuoca e una cameriera
per le faccende domestiche. Fino ad allora, «nessuno che fosse
qualcuno» come scrisse Elsa Maxwell per rendere meglio il senso
di quella rivoluzione, «veniva avvistato nel sud della Francia
durante luglio e agosto».
Il Mediterraneo era ritenuto un mare interno, caldo perché stagnante,
e d’estate la villeggiatura degli aristocratici di sangue e di
censo, francese e anglosassone, tedesca e russa, si faceva sulle isole
del Canale della Manica o sulle coste dell’Atlantico. In “Lasciami
l’ultimo valzer”, Zelda Fitzgerald, la moglie bella
e pazza dell’autore de “Il Grande Gatsby”,
racconta di come sui transatlantici che collegavano gli Stati Uniti
all’Europa, i viaggiatori esperti mettessero sull’avviso
i novizi riguardo ai pericoli che li attendevano: «I loro bambini
avrebbero preso il colera, gli amici sarebbero stati morsicati a morte
dalle zanzare francesi, da mangiare avrebbero avuto solo carne di capra
e niente ghiaccio nei liquori».
Della Costa Azzurra diventerà il compendio Saint-Tropez, con
un uso squisitamente francese. E’ proprio Signac a scoprire questo
luogo nel 1892 a bordo del suo yacht, “L’Olympia”.
Sedotto dai luoghi, invita nella sua casa che si chiama “La
Hune” numerosi pittori tra i quali Henri Matisse, André
Derain, Albert Marquet, Pierre Bonnard, Henri-Edmond Cross. Saint-Tropez
diventa un luogo all’avanguardia per quanto riguarda la pittura.
Signac, Matisse, Dunayer de Segonzac si ritrovavano al bar dell’
“Hôtel Sube”, dove adesso c’è
il “Café de Paris”. Poi è stata la
volta della regina dell’operetta Mistinguette, dei registi Julien
Duvivier e René Clair. E’ a “La Ponche”,
come quartiere, come luogo e come ritrovo, che nel dopoguerra arrivano
da Parigi gli «esistenzialisti»: si chiamano Juliette Gréco,
Boris Vian, Daniel Gélin, Pierre Brasseur, attori, musicisti,
scrittori, cantanti che lo ribattezzano “Saint-Tropez-des-
Prés”, lo trovano magico, come scriverà la
Gréco, «per bere, ballare, nuotare, dormire al sole e fare
l’amore». È di Vian il suggerimento ai genitori di
Simone, di aprire un locale notturno adiacente al bar. Il “Club
Saint-Germain-des-Prés La Ponche” apre i battenti
nel 1949: Boris suona la tromba, Mouloudji la chitarra, il negro americano
Don Byas il sassofono, il gitano Pata le batterie. Ci vanno Eluard,
Sartre, Picasso, Annabelle Buffet. Negli anni Cinquanta, come ricorda
ancora Simone, che della storia del suo albergo è giustamente
fiera, tanto da averci scritto sopra un libro (“Hôtel
de La Ponche. Un autre regard sur Saint-Tropez”, Le Cherche
Midi Editore), “La Ponche” e con lei Saint-Trop
entrano definitivamente nella leggenda. Succede che, più o meno
contemporaneamente, il vecchio bar diviene un albergo. La giovanissima
Françoise Sagan (“Il sole, la velocità, la festa
e l’allegria” questo era il motto di Françoise Sagan
che sbarcava ogni estate a Saint-Tropez, scortata da Jacques Chazot,
Juliette Greco e da tutta la sua banda per vivere la dolce vita del
posto) si ritrova scrittrice di successo, Roger Vadim gira proprio a
«la punta» “Et Dieu créa la femme”,
il film che fa di Brigitte Bardot la nuova divinità da adorare,
quella stessa Brigitte che pochi anni prima, ancora ragazzina, «veniva
al mattino presto, con i genitori, a divorare le tartine di pane abbrustolito
di mia madre”. “La Ponche”, l’albergo,
è rimasto più o meno lo stesso, pur se Simone lo ha ammodernato
e ingrandito, diciotto camere al posto delle otto che lo tennero a battesimo.
Alle pareti adesso ci sono i bei quadri di Jacques Cordier, il marito
pittore morto troppo giovane in un incidente di macchina, e dalla finestra
della camera 19, quella di Françoise Sagan, vedi la stessa piccola
spiaggia di mezzo secolo fa, e «lo stesso mare, lo stesso blu,
lo stesso rosa, la stessa felicità» che vedeva lei, prima
che la vita le presentasse il conto.
Nell’agosto del 1926, Colette (Sidonie Gabrielle Colette, 1873-1954)
compra vicino a Saint-Tropez una piccola proprietà di due ettari
divisa tra vigna, un bosco di pini, un orto di aranci e un giardino
dove troneggia una casetta provenzale molto modesta ben presto battezzata
“La Treille Muscate” in virtù della presenza
di una vigna di vino moscato “la cui pancia tesa riflette in blu
il giorno” e si ostina a coprire il pozzo “con il suo nome
ed i suoi tralci“. Colette vi soggiornerà almeno tre mesi
fino al 1938: “E’ stato necessario che, per trovarla, io
mi distaccassi dal porticciolo mediterraneo, dalle imbarcazioni per
la pesca del tonno, dalle case piatte, dipinte, rosa confetto sbiadito,
blu lavanda, verde tiglio, dalle strade dove aleggia l’odore del
melone sventrato, del croccante e dei ricci.
L’ho trovata sul bordo di una strada temuta dagli automobilisti
e dietro il più banale cancello – ma questo cancello è
soffocato dagli oleandri, premurosi nel tendere al passante, tra le
sbarre, mazzi incipriati di polvere provenzale, bianca come la farina,
più fine del polline…
Due ettari, vigna, aranceti, alberi di fichi dai frutti verdi, alberi
di fichi dai frutti neri; quando avrò detto che l’aglio,
il peperoncino e la melanzana riempiono, tra i ceppi, i solchi della
vigna, non avrò detto tutto?” (Prisons et Paradis,
1932, traduzione di Fausta Genziana Le Piane).
Il suo stabilirsi in Provenza è simbolicamente diverso da tutti
gli altri suoi spostamenti: riannoda qui le radici paterne e si confronta
anche con un aspetto fino ad ora inesplorato delle proprie origini;
non dimentichiamo che il padre era originario di Tolone. E’ piena
di ardore nell’installare la sua “provincia” meridionale,
fa costruire una veranda sotto la quale potrà dormire d’estate
e si occupa alacremente di abbellire il giardino. Lo rimodella stupendo
il giardiniere Etienne più abituato alle bordure di aiole parallele
come “griglia per cotolette” e lo consacra volontariamente
all’incanto della curva per ottenere “un giardino dove si
può raccogliere tutto, mangiare tutto, lasciare tutto e riprendere
tutto”
Qui invita i suoi amici – il “clan cannebier”
-, Francis Carco, Joseph Kessel, Paul Géraldy, che Colette inizia
alla degustazione del tè verde, l’attrice Simone Berriau
e soprattutto molti pittori Luc-Albert Moreau, André Dunoyer
de Ségonzac.
POLLO
ALLA GRIGLIA DE LA TREILLE MUSCATE
“Frutta,
legumi, pesce e ogni tanto la metà di un giovane pollo delicatamente
innaffiato di olio e grigliato all’aria su braci di finocchio
e rosmarino…” (C.A.A. BILLY, Intimités littéraires,
1932)
Spaccate due polli da 1,5 kg. Mettete le 4 metà salate e pepate
a marinare in un generoso bagno d’olio d’oliva aromatizzato
con aglio schiacciato, semi di finocchio, rami di rosmarino e succo
di un limone. Sopra una griglia, fate una bella brace di legno l’olivo,
finocchio e rosmarino. Mettete il pollo sulla griglia. Non abbandonatelo;
rigiratelo e spennellatelo regolarmente, evitando che la brace s’infiammi.
Lasciatelo grigliare per 30 minuti. Per accompagnare il pollo, approfittate
della brace profumata per grigliare alcuni pomodori succosi dopo averli
salati e pepati.
Fausta
Genziana Le Piane
Ho avuto il piacere e l’onore di conoscere Ester Riposi a Pejo,
in provincia di Trento, nel corso di un comune periodo di vacanza per
due anni consecutivi. Non ero al corrente ancora della sua incredibile
vita di partigiana e non solo ma ho conosciuto una persona vitale, energica,
intelligente con una memoria straordinaria. Riporto di seguito il suo
intervento a Pejo relativo alla morte di un patriota del luogo, Edoardo
Focherini.
Ester
Riposi (in piedi) con Pertini - 1975
LA
VITA E LA EROICA FINE DI ODOARDO FOCHERINI
Ester Riposi
«SALIREleALTEZZE:
sui binari di Odoardo», Pèio, 23 giugno 2008 – Quarta
Stazione.
La via della Montagna: il titolo della mia conversazione con voi qui stasera
si collega assai bene con il titolo del ciclo con il quale, onorevolmente,
la Biblioteca di Pèio ha voluto ricordare la vita e la eroica fine
avvenuta nel camoi di Hersbruck-Flössenburg (Alta Baviera –
Germania) di Odoardo Focherini.
Prima dello scorso anno, durante un fortuito incontro con Rinaldo Delpero
collega bibliotecario, non conoscevo questa figura di autentico Patriota
e ben ha fatto il Presidente Napolitano a onorare la sua memoria con l’assegnazione
della Medaglia d’oro al Valor Civile. Solo ci si può meravigliare
che siano stati lasciati passare tanti decenni prima di ricordare coloro
che volontariamente hanno dato la loro vita per un ideale di Libertà
e di Giustizia com’è stato il caso del nostro Odoardo Focherini.
Chi vi parla, essendo stata per alcuni anni, membro della Commissione
unica nazionale di primo grado per le ricompense al Valor Militare a partigiani
caduti, può testimoniare di quante dimenticanze, volute o meno,
si siano macchiate le Associazioni partigiane sorte alla fine della guerra
che, forse, hanno pensato più a onorare i vivi che i caduti per
la libertà e la dignità della Patria! E poiché sono
stata relatore della proposta di un eroico Sacerdote toscano, don Aldo
Mei, condannato a morte per aver nascosto nella sua chiesa alcuni ebrei,
accosto questa figura per la quale chiesi ai colleghi commissari la concessione
della Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria, a quella del
nostro Odoardo e immagino che lassù, dove il tempo e lo spazio
sono infiniti, si siano incontrati. Un altro eroe voglio ricordare: un
disertore alto-atesino, Josef Mayr-Nüsser, cattolico di Bolzano che
rifiutandosi di servire il nazismo in nome della sua fede, lo fece diventare
un “nemico mortale” per il nazismo dominante! Anche per lui
una vita di lavoro, di affetti familiari: era sposato con un figlio di
pochi mesi quando è stato arrestato!. È un eroe che accosto
al nostro Focherini anche perché alla sua memoria –ci risulta-
le competenti autorità ecclesiastiche, hanno promosso causa di
beatificazione della quale, purtroppo, non si sa più nulla! Avesse
ragione il Cardinale Martini che «la Chiesa di oggi è
ricca di vizi capitali…» (citazione da un intervento stampa
su La Repubblica di giugno 2008 -ndr). Un altro ricordo, quello dell’ing.
Manlio Longari, dirigente della Lancia (la fabbrica di auto famose che
era sorta a Bolzano prima della guerra) che accettò eroicamente
la morte piuttosto di tradire i compagni di lotta e al quale la mia Commissione
conferì la Medaglia d’oro al Valor Militare. So che a Bolzano
c’è la piazza intitolata al suo nome ed anche una scuola
dove su una parete dell’atrio è murata la motivazione che
ricorda ai giovani il suo eroico comportamento per salvare i compagni
di lavoro e di lotta partigiana.
E a questo punto riterrei doveroso aggiungere anche un breve cenno alla
memoria del giovanissimo eroe cadorino Terenzio Baldovin, che a soli 19
anni trovò la morte nel Lager di Obertraubling-Flössenburg
, proveniente dal campo di Bolzano, perché si era rifiutato di
sputare sulla nostra Bandiera! Già partigiano al suo paese, Lozzo
di Cadore, venne arrestato il 30 novembre 1944 a seguito di una azione
di guerriglia della quale si assunse la colpa –se così si
può dire!- per salvare il suo paese. Ma quella sua giovanissima
fidanzata era in attesa di un figlio suo! Egli lo seppe e riuscì
prima di essere deportato in Germania a mandare alla madre un documento
nel quale, oltre ad assumersi la paternità, desiderava anche dargli
il proprio nome! Oggi, la figlia Lorenzina Baldovin, nata il 1° giugno
1945, pochi mesi dopo la morte del padre, mantiene vivo il suo ricordo
con grande emozione unita all’orgoglio di essere la figlia di un
così giovanissimo eroe che a costo della vita ha saputo difendere
l’onore della Patria.
Per me scoprire, dallo scorso anno la eroica figura di questo padre di
famiglia che avendo già sette figli non esitò ad assumere
pericolose responsabilità personali verso i fatti che sono parte
importante e da ricordare -come avete fatto con questa serie di “Stazioni”-
ai giovani, ma anche agli anziani che se questi fatti storici non li hanno
toccati personalmente, tendono a dimenticarli!
Il cammino di conoscenza di Odoardo Focherini si va snodando ad ogni incontro
(previsto con assoluta originalità) nel ricordo delle origini trentine
sue e della moglie Maria Marchesi. E mi spiace non poter ascoltare il
prof. Vittore Bocchetta, un testimone eccezionale, che ricorderà
l’inizio del suo calvario – la data di partenza da Gries-Bolzano
verso il campo di Flössenburg-Hersbruck, lo stesso per Focherini,
ma dal quale il prof. Bocchetta è sopravvissuto (davvero un “testimone
di eccezione” che saprà descrivere come nessun altro la disumanità
dei poteri totalitari che, purtroppo, ancora imperversano in tante parti
del mondo!).
Ed anche le “Stazioni” previste per il prossimo anno, quella
sui secoli dell’antisemitismo locale e quella sulla memoria dei
lager oggi che hanno funestato l’intero secolo appena trascorso
con i campi profughi della grande guerra e quelli tragici della distruzione
del popolo armeno (del quale in questi ultimi anni si comincia a conoscere
la tragica storia!) che, purtroppo non ha insegnato niente a nessuno,
cui scopo è quello di far conoscere la storia di un lager in territorio
italiano, quello di Fossoli, dove sono passati oltre al nostro Odoardo
Focherini anche il noto scrittore e memorialista Primo Levi! E poi, a
seguire sempre nel prossimo anno, i movimenti di resistenza al nazi-fascismo
sorti nella Germania hitleriana. Chi vi parla da alcuni anni celebra in
una scuola media di Belluno la “Giornata della Memoria”, commentando
ogni volta un episodio di questa eroica Resistenza dei giovani tedeschi
e dei loro docenti, quali furono, ad esempio i protagonisti del movimento
della «Rosa Bianca» che tanto ha commosso i nostri giovanissimi
studenti. E spero di poter continuare ancora in questa mia presenza tra
loro che li aiuti non solo a scoprire ma, soprattutto, a non dimenticare
mai quanto è costata alla mia generazione la battaglia per il ritorno
alla libertà per tutti i popoli europei coinvolti nei cinque anni
dell’occupazione nazista che ha lasciato solo lutti e macerie, dalle
quali piano piano, siamo riusciti ad emergere! Ecco perché questa
serie di ricordi in memoria di Odoardo Focherini non può non essere
di validissimo esempio soprattutto per i giovani che sono il futuro del
mondo! E mi piace la prevista conclusione di questa iniziativa della quale
sicuramente ne rimarrà per tanto tempo il ricordo, soprattutto
quello delle “tre tende” –il richiamo evangelico della
Trasfigurazione di Gesù!- e, speriamo, che per quel tempo anche
la sua causa di Beatificazione abbia raggiunto il suo auspicabile traguardo!
Ed anche per Josef Mayr-Nüsser vorrei riuscire a vedere conclusa
la sua causa di beatificazione della quale non sappiamo nulla da quando
ne abbiamo dato notizia pubblica a Belluno nel ciclo di conferenze del
1996 sul tema «Tedeschi contro Hitler».
Che dirvi della mia personale esperienza nella nostra lotta partigiana?
Intanto che è durata oltre venti mesi ed è finita dopo il
1° Maggio del 1945 quando il resto del Nord Italia era stato liberato
prima dai partigiani e poi dagli Alleati già da una settimana ed
ogni anno ci ritroviamo per celebrare l’ultimo atroce eccidio avvenuto
alle porte della città il 1° Maggio 1945 durante il passaggio
dei tedeschi in fuga che hanno voluto lasciare il loro ultimo atroce sigillo
con l’uccisione di inermi cittadini già sicuri di poter festeggiare
la Liberazione! La motivazione della Medaglia d’oro concessa alla
città elenca nelle sue drammatiche cifre un rosario di numeri che
ricorda per sempre quanto è costato il suo ritorno alla libertà!
Belluno, una piccola città benché capoluogo di provincia,
ha dato molto di più in proporzione alla sua popolazione perché
il ricordo, allora ancora vivo nella memoria dei nostri genitori, dell’occupazione
austro-ungarica del 1917 –dopo il disastro di Caporetto!- quando
i suoi cittadini hanno dovuto subire una lunga serie di ristrettezze e
perfino la fame, perché gli occupanti si erano impossessati di
tutto senza lasciare alle popolazioni la possibilità di sopravvivere
se non con quel poco che veniva loro concesso! E questo ricordo ha dato
ai bellunesi la forza di sollevarsi tutti (giovani, donne, e i pochi uomini
rimasti) contro i nazisti che erano, come sapete, arrivati ad occupare
tutti gli angoli della provincia dalle montagne alla pianura perché
essa insieme alle altre del Friuli e dell’Alto-Adige formarono l’Alpen
Vorland, il territorio donato da Mussolini ad Hitler subito dopo l’8
Settembre del 1943.
Io ho sempre sostenuto, con i miei ricordi, che anche i nostri Parroci
erano diventati partigiani ed aiutavano in tutti i modi i nostri combattenti
ma soprattutto le famiglie che avevano subito in quei lunghissimi mesi
le più atroci azioni con le case bruciate, l’arresto e la
deportazione dei giovani e quelle 65 forche –esecuzioni che ancora
oggi stentiamo ad accettare come possibili nel pieno ‘900, come
se i nostri paesi fossero regrediti di qualche secolo! Ancora oggi ricordo
quella prima esecuzione di un giovane come mio fratello, come di un fatto
abnorme che mai avrei pensato di vivere! Nei vari luoghi della provincia,
compreso il mio paese, Trichiana, che ha avuto ben quattro Fratelli impiccati,
il numero più elevato dopo quello dei sette fratelli Cervi! Questo
è avvenuto ed oggi, nonostante sia vivo il ricordo di questi tragici
avvenimenti, si tende a dimenticarli!
Nei libri che ricordano la nostra lotta partigiana ci sono molte citazioni
che mi riguardano specialmente da quando nel novembre del 1944: dopo la
tragica estate che aveva disperso le formazioni partigiane su ordini superiori
per evitare, per quanto possibile, inutili massacri a causa dei continui
rastrellamenti del nemico –tra questi dispersi c’era anche
il mio giovanissimo fratello, 16 anni, che soltanto dopo 15 giorni lo
abbiamo visto arrivare a casa attraverso i tetti dall’altipiano
del Consiglio a piedi, dormendo nei cimiteri e cibandosi di erbe dei campi!
E fu proprio dal novembre del ’44 quando ripresero vigore le formazioni
partigiane nell’intera provincia che venni chiamata a far parte
del Comando militare di Zona, che comprendeva le due province di Belluno
e Treviso, alla guida della «Sezione Collegamenti» forte di
oltre una trentina di ragazze partigiane. Per questo, sono stata riconosciuta
come i colleghi delle altre Sezioni partigiane con il grado di sottotenente
e sono l’unica donna che fa parte dell’Unione degli Ufficiali
in Congedo della mia provincia: una Sezione molto attiva che ogni anno
con i «Convegni di Autunno» esplorava tutte le problematiche
dei giovani che entravano nelle nostre Forze Armate prima con la leva
ed ora con l’arruolamento volontario. Uno di questi convegni è
stato dedicato, qualche anno fa, alle donne entrate nelle varie Accademie
militari per avviarsi alla carriera di Ufficiali e, nel mio intervento,
ho detto che auguravo loro di conquistare pacificamente i loro gradi e
non “sul campo” come era capitato a me!
Dal breve film che Tele Belluno mi ha dedicato il 25 aprile 2007 –tratto
da una lunga intervista durata qualche ora fattami dal regista nella primavera
precedente- si può ben capire quanto è stata dura la mia
esperienza in quel tragico periodo anche per le responsabilità
che mi ero assunta forse ingenuamente e senza pensare alle conseguenze.
Per questo, ed anche perché non amo il “reducismo”
non voglio aggiungere altro, se non una memoria contenuta in un libro
uscito nei primi anni ’50 il cui autore è un giornalista
di Bolzano, Mario Bernardo, che nella divisione partigiana «Belluno»
aveva assunto il compito di Capo di Stato Maggiore. Alla pagina 149 scrive:
«All’inizio dell’autunno 1944 Irina, una ragazza
coraggiosa, già staffetta partigiana, viene incaricata di assumere
la guida della Sezione Collegamenti del Comando superiore. In mezzo a
questa guerra insidiosa e senza risparmio di colpi con qualsiasi tempo,
le strade erano instancabilmente percorse da giovani donne in bicicletta,
a piedi o con i pochissimi automezzi in transito, tenevano collegate le
file dell’organizzazione, trasportavano quintali di stampa e propaganda,
guidavano i responsabili, poco pratici dei luoghi, da un estremo all’altro
del territorio. Ogni reparto, fino al battaglione, aveva le sue staffette.
Il Comando Zona aveva istituito un centro speciale collegamenti alla cui
direzione era stata messa IRINA, una giovane piena di entusiasmo e di
coraggio proveniente dal movimento cattolico. Senza il prezioso contributo
di queste donne che spesso pagarono con i più atroci tormenti la
loro dedizione e il loro entusiasmo il movimento non avrebbe potuto vivere…».
Da quando ho lasciato il lavoro nel 1978, ho continuato il mio impegno
prima a Roma e poi definitivamente a Belluno dal 1989, nei vari campi
del volontariato, nelle Istituzioni le più varie che fanno ricca
la nostra provincia. Per dieci anni prima da vice presidente e poi da
presidente sono stata impegnata nella Commissione pari opportunità
tra uomo e donna della Provincia di Belluno, con alcune ricerche su questo
argomento, quella sulle «Donne anziane e madri sole», e quella
sui Giovani delle scuole dalle elementari alle medie e alle superiori,
promuovendo apposite Borse di studio sull’argomento della parità,
che ha avuto successo soprattutto sui giovanissimi i quali mi hanno fatto
pensare che una volta cresciuti, il concetto di parità sarà
certamente da loro acquisito rendendo inutili per il futuro le Commissioni
provinciali e forse anche l’apposito Ministero.
Dalla sua costituzione nei primi anni Cinquanta (la firma del Trattato
che costituisce l’U.E. del Carbone e dell’Acciaio è
del 18 aprile 1951) il mio impegno è stato profuso anche per le
Istituzioni europee dove ho lavorato sia a Lussemburgo che a Strasburgo
cercando di coinvolgere anche gli amici nella necessità di dare
credito all’Europa Unita. La speranza ancora dura dopo tanti decenni
di fiducia nel suo futuro soprattutto nel futuro dei giovani europei.
Ma, da quando il suo allargamento dagli iniziali sei Paesi –dove
il sogno dell’Europa unita era nel cuore di noi tutti che ci credevamo,
come ci insegnava il Presidente del M.F.Europeo Altiero Spinelli -con
il quale a quel tempo collaboravo- ora l’iniziale entusiasmo non
voglio dire che si sia spento –poi c’è l’Euro,
nel bene e nel male, a ricordarcelo ogni giorno!...- ma di certo si è
di molto attenuato perché l’allargamento a 27 Paesi ha creato
e sta creando parecchie discrasie tra di loro per le inevitabili differenze
che esistono e che non si possono eliminare se non con tempi lunghi e
con le nuove generazioni. Ma l’entusiasmo iniziale, quale era ai
miei tempi, non riesco a vederlo e questo non mi rassicura sul futuro
del nostro Continente anche se il ricordo delle due disastrose guerre
mondiali dello scorso secolo, ci fa sperare almeno nella Pace. Ma, il
resto quale sarà per i nostri figli e nipoti?
Non voglio dimenticare, infine, gli anniversari delle nostre Istituzioni
che anche noi partigiani abbiamo contribuito a far nascere: la Repubblica
e la Costituzione, il cui testo originale contenuto in un agile libretto
(edito dal Senato in questa occasione) che porta la firma del primo Presidente
della nostra Repubblica Enrico De Nicola, è sempre con me e quando
ne ho il tempo ne rileggo gli articoli, che appartengono ai principi fondamentali
(che conosco a memoria) dall’ 1 al 12! Sarebbe buona cosa che la
Costituzione fosse studiata nelle scuole di ogni ordine e grado perché
darebbe ai giovani quella serie di principi che darebbe loro la chiave
per comprendere il passato e per aprire le porte del futuro. Uno strumento
il cui innegabile valore –almeno per me ma, spero, per tutti- ci
consente di convivere pacificamente con altri popoli senza timori, perché
la Costituzione ci accompagna già da sessantanni! Non dimentichiamo
le donne elette nella Assemblea Costituente: anche se erano solo 21 sui
Costituenti maschi. Ma a 60 anni di distanza la testimonianza di queste
dimenticate Costituenti donne che si sono battute per ottenere nella nostra
Carta Costituzionale il voto anche per le donne, e i loro risultati appaiono
non solo innovativi e profetici, ma ancora attuali, pur in una società
dove sono cambiati ancora una volta il lavoro e la famiglia, la quotidianità
e il tempo libero. Rimane però la conquista della parità,
purtroppo, non ancora del tutto realizzata. Ogni donna che come me ha
avuto il privilegio di essere chiamata a votare per la prima volta nel
Referendum istituzionale –Monarchia o Repubblica- verrà ricordato
da ciascuna per l’emozione vivissima che ci prese una volta entrate
nella cabina elettorale! La data epocale, quella del 2 giugno 1946, sarà
per sempre associata ad un volto femminile: quello sorridente che a quel
tempo campeggiava nei molti giornali italiani con dei sottotitoli emblematici
come quello del Corriere della Srra: «È nata la Repubblica
italiana e rinasce l’Italia», un atto di fede nelle donne,
nella loro concretezza per contribuire alla ricostruzione del nostro Paese,
mentre quello della D.C., che raffigurava una donna anziana, affermava
«che la guerra non ci sarebbe stata se le donne avessero potuto
decidere del destino del nostro Paese», come sicuramente è
avvenuto nella scelta istituzionale, Repubblica e non Monarchia, anche
perché tra gli elettori le donne erano in maggioranza: hanno votato
in 14 milioni cioè il 53 per cento!
Credo di aver ricordato questa sera tanta parte della mia vita che è
anche quella di tutti gli italiani, nella memoria che ha dato origine
a questa serie di iniziative a ricordo di un Patriota quale è stato
Odoardo Focherini!
Vorrei concludere con la citazione della pagina conclusiva del libro del
Maggiore inglese Harold William Tilman , vissuto con la sua Missione dall’autunno
’44 e fino alla Liberazione, tra le nostre montagne, con un vostro
illustre concittadino Vittorio Gozzer –che trovò, dopo tanto
eroismo nella lotta partigiana, tragica fine proprio a Belluno una sera
di pochi anni or sono e che era il loro coraggioso interprete-. Il titolo
di questo libro, che lascio in dono alla Biblioteca di Pejo, è
stato tratto da un verso del poeta inglese William Blake: «Quando
gli uomini e le montagne si incontrano», uscito nella primavera
del 1946, scritto a caldo non appena finita la guerra. In esso sottolineava
che era appropriato e si accordava con la tradizione di coloro che avevano
amorevolmente conservato nei loro cuori la scintilla della libertà,
avessero dovuto vivere gran parte della loro dura lotta sulle vette dei
loro montagnosi paesi. (lettura da pag. 74, ultimo capoverso, e fino alla
fine pag. 75 - voce Rinaldo Delpero)
Grazie!
Ester Riposi
Trascrizione
brano “da antologia” sui partigiani.
Da: «Missione SIMIA: Harold W. Tilman: un maggiore inglese tra
i partigiani» di Harold William TILMAN, presentazione di Vittorio
Gozzer, versione italiana di Ester Cason Angelini; Belluno: Comune di
Belluno, Istituto storico bellunese della Resistenza, 1981; 82 p.; estatto
dalle pag. 74-75, ultime due del testo di Tilman.
«Esprimere un giudizio ben ponderato sui meriti dei partigiani è
semplicemente render loro giustizia, dato che in alcuni paesi liberati,
e in grado minore anche in Italia, le azioni scriteriate di alcuni hanno
offuscato la reputazione dell’intero movimento di resistenza. È
generalmente accettato, immagino, il fatto che la rapidità e totalità
della disfatta tedesca in Italia siano dovute in non piccola misura ai
partigiani. (…) Per 18 mesi il movimento era stato come una piaga
purulenta nel fianco dei Tedeschi e dei fascisti, e, inoltre, aveva dato
prova di una perspicacia inestimabile, aveva sostenuto migliaia di nostri
prigionieri e aiutato centinaia di aviatori a fuggire. (…)
Molto diversa era la qualità delle varie brigate e battaglioni.
Com’è naturalmente, in un esercito irregolare, improvvisato,
senza addestramento, né tradizione, quasi tutto dipende dalle capacità
individuali dei capi. In alcune unità, la cura delle armi era eccellente,
in altre pessima. Alcuni uomini erano coraggiosi fino ad essere temerari,
altri il contrario. Come i nostri soldati, anche se più a proposito
e con maggiori giustificazioni, essi credevano ad ogni voce che correva.
Esageravano con molta approssimazione le perdite loro e quelle del nemico,
soprattutto queste ultime. Nessun rastrellamento, a loro dire, fu mai
portato a termine con meno di parecchie migliaia di Tedeschi, che invariabilmente
subivano perdite dell’ordine delle centinaia. Anche molti capi si
lasciavano andare a questi errori, e, sconsideratamente, passavano notizie
improbabili o chiaramente false.
Ma, quando ricordo questi errori di poca importanza, per nulla peculiari
dei partigiani in quanto tali, devo anche ricordare le condizioni in cui
operarono, che sono, queste sì, specifiche dei soli partigiani.
Un italiano, che diventava partigiano, doveva sopportare maggiori durezze
di vita e correre rischi ben più grandi di quelli a cui andavano
incontro le truppe regolari. La cattura significava quasi invariabilmente
morte, con la probabilità di essere torturati prima ed impiccati
dopo. Se i partigiani restavano gravemente feriti, le possibilità
di salvarsi erano scarse, mentre per quelli che ce la facevano, l’assistenza
era rozza, anche se pronta.
Un’azione riuscita di solito significava rappresaglie, durante le
quali amici o parenti potevano esser fucilati, impiccati e, nel migliore
dei casi, imprigionati, e le loro case e paesi bruciati. Il cibo era sempre
quello, i vestiti insufficienti, le scarpe malandate, la pulizia quasi
impossibile. Non potevano avere divertimenti, ricevere una paga, licenze
o posta da casa; gli unici giornali che potevano leggere erano fascisti;
non c’erano cantine, sigarette e tabacco erano rari o irraggiungibili.
Non c’erano esercitazioni organizzate e neppure abbastanza lavoro
per combattere la noia di lunghe settimane di attesa e inattività.
In breve, tutto quel che rende tollerabile la vita del soldato regolare,
che gli tien su il morale in momenti di calma e che in battaglia gli dà
una possibilità ragionevole di sopravvivenza, mancava totalmente
nella vita del partigiano. E non è tutto. Non esistevano periodi
di riposo per i partigiani. Essi vivevano nell’ansia continua di
essere scoperti, traditi o attaccati; i G.A.P., che vivevano nei paesi,
non osavano mai dormire nelle case. E più gravi di tutto forse
erano i timori e le gelosie a sfondo politico, che esistevano perfino
all’interno della propria formazione, ed il sospetto che la fine
della guerra potesse rappresentare per loro soltanto l’inizio di
nuove lotte politiche.
È solo tenendo presente tutto questo, che si può esprimere
un giudizio sui partigiani. Senza un Garibaldi che li ispirasse con il
suo coraggio intrepido ed indomabile, gli uomini del nord Italia presero
la direzione ch’egli avrebbe preso, nei termini ch’egli stesso
aveva proposto, a suo tempo, ai loro antenati: -Non offro paga né
alloggio, né viveri: io offro fame, sete, marce forzate, battaglia
e morte. Queste furono le condizioni nelle quali essi prestarono il loro
servizio. Il fatto che siano rimasti indissolubilmente uniti durante i
duri mesi invernali, e che siano stati capaci e disposti a dare il meglio
di sé, quando venne il momento, può darci un’idea
della loro risolutezza , dello spirito di sacrificio, del patriottismo,
e del loro riacceso ardore per la causa della libertà».
Fausta
Genziana Le Piane
Solo un
albero nel mondo….Sui muri delle case / sono incise le stagioni…
TRA
MATERIA E SPIRITO, VOGLIA DI CASA PER ADRIANA CENTI ECOLOGISTA
Voglia
di casa, voglia di tenerezza. Di cura e di affetto per la Natura tanto
amata e per la propria anima. Già la poetessa Adriana Centi ci
aveva abituati al tema del nido, luogo di rifugio dal mondo, tema molto
presente nelle sue poesie: voglia di dimora espressa anche nel concetto
di borgo, dell’insieme delle abitazioni, nel concetto di paese che
accomuna e unisce. Si vedano i disegni a matita “Il borgo”,
“Il paese”, “Paesaggio”, ”Torri di Ascoli
Piceno” e poesie quali “Case di pietra”, “Il vicolo”,
“Piccolo paese”, “La piazza”, “La rocca”,
“Marsica” o “I nuovi lupi” (la casa vuota).
In questi due disegni proposti, in cui è sovrana la serenità,
c’è “la terra senza tempo / dal respiro primordiale”,
non germoglia il sasso, bensì un verde che consola, ispira,
calma, purifica, germoglia il verde, assoluto, il verde della fortuna,
della speranza, della sorte, dei prati, delle chiome, dei monti (purché
siano sempre alte vette dove si respira aria pura!): il termine latino
viridis associa l’energia, la virilità (vir)
e la linfa. Il verde non è un colore “mediocre”, una
via di mezzo, un colore tranquillo, non violento. Adriana Centi lo celebra
come simbolo della natura, simbolo risalente all’epoca romantica,
della natura-naturista con particolare veemenza dal momento che la civiltà
industriale minaccia di morte questa natura: oggi uomo / hai l’arma
che uccide (Rimpianto). Ricordo che il verde è il colore dei
movimenti ecologisti. C’è una sfumatura nostalgica in Adriana,
come se la primavera della terra dovesse inesorabilmente scomparire sotto
un paesaggio di acciaio e cemento: la terra è ormai sconvolta
/ e l’uomo ostile (L’aquilone). E il pittore ecologista
Nicolas Garcia Uriburu, dopo aver colorato di verde i canali di Venezia
e le fontane di Parigi (l’iniziativa di Greenpeace di colorare di
verde il fiume Riachuelo, il più inquinato nella capitale del paese,
è stata una delle azioni del gruppo ambientalista per celebrare
la Giornata internazionale dell’acqua), espone tele verdi rappresentanti
le specie umane minacciate di sparizione. Anche i cassonetti della spazzatura,
i camion della nettezza urbana e perfino gli indumenti dei netturbini
sono verdi per evocare la Natura e la pulizia…Adriana – attraverso
il verde – celebra la libertà e la gratitudine al creato
(Ringraziamento).
Si osservi ora il disegno Tesido N. 1 (Val Pusteria-Dolomiti):
quattro
casette, letteralmente annegate nel verde dei prati, aprono le loro finestre
al mondo in un dilagante colore verde, di montagne, di pianura e di alberi.
In più, sulla destra, troneggia - grande quasi quanto l’albero
a significarne l’importanza - una catasta di legna: l’uomo
è sì assente, ma solo la sua mano può aver tagliato
in modo così regolare e con amore i tronchi e li ha tagliati per
riscaldare la propria casa. Simbolo della materia, il legno è associato
al fuoco e al calore: presso il focolare / si contano pani ed anni
(Il ponte sul Naviglio). Ed è - nelle poesie - un susseguirsi
continuo di immagini di casa sempre accogliente, ancora e sempre legata
al pane, al camino (accendere il camino, Vorrei; la casa il camino/
legna che arde, Tornano i suoni) e quando fuori nevica ed è
Natale, ecco il calore la fragranza di dolci/di pane indorato (Sfere
lucenti). Voglia di casa, d’infanzia gioiosa, di tepore, di
amore, di festa, di tovaglie bianche, di lampade e di ninne-nanne, casa
tempio della famiglia, valore in cui Adriana crede fortemente. E che dire
della metafora delle “finestre” e dei “tetti”?
Si osservi la forma degli alberi: Adriana semplifica le forme - l’albero
è nudo -, la sua natura è semplice e concisa, l’artista
rigetta ogni manifestazione nei confronti di dettagli inutili. E’
evidente che si tratta di una persona precisa, portata all’astrazione
(in questi due disegni la Natura è eternizzata e fissata nella
sua idealità, non ci sono rami, né foglie, né fiori).
Voglia di casa. C’è nel disegno Tesido N. 2 (Val
Pusteria-Dolomiti)
la
presenza (oltre che ancora di casette in lontananza) di un castello in
primo piano e di alcuni ruderi. La torre del castello non sembra forse
il campanile di una chiesa?
Anche se non presente in questi due disegni, c’è una voglia
di casa-chiesa: anche questo è un elemento presente, non solo nelle
poesie ma anche nei disegni, e sta ad indicare il bisogno di spiritualità
di Adriana: si osservino i disegni a matita “Il campanile”,
“In montagna”, quelli presenti nella raccolta poetica “Poesie
– 1994-1997” e liriche quali, per esempio, “Nel chiostro”.
Ed ecco che ritorna il verde che è il simbolo della manifestazione
dell’amore e della saggezza divina nella creazione e della rigenerazione
spirituale. Ed ecco che ritorna il legno, nella liturgia cattolica, sinonimo
della Croce: Lasciatemi andare
voglio fare il girotondo
intorno all’ultimo albero del mondo
voglio fare il girotondo
Fausta
Genziana Le Piane
«... Io sarò ancora giovane,/ con una camicia chiara /e coi
dolci capelli che piovono/ sull'amara polvere./ Sarò ancora caldo/
e un fanciullo correndo per l'asfalto/ tiepido del viale, /mi poserà
una mano/ sul grembo di cristallo.»
Paolo
Pasolini, Il giorno della mia morte, La meglio gioventù.
Cambierà,
sì, cambierà
LA
MEGLIO GIOVENTU' DEL MINISTRO GIORGIA MELONI
Non
a tutti capita di ritrovarsi con un’ex-allunna diventata ministro.
Io ho provato questo orgoglio: ho assistito all’ascesa politica
di una mia allieva, molto brava in francese e non solo, diventata Ministro
della Gioventù del governo di Silvio Berlusconi. Le qualità
per diventare una leader Giorgia Meloni le aveva già tutte a scuola:
volontà, intelligenza, passione, oratoria, capacità critiche.
Non per nulla ha scelto una frase di Gandhi come motto della sua politica:
“I nostri pensieri, per quanto buoni possano essere, sono perle
false fintanto che non vengono trasformati in azioni. Sii il cambiamento
che vuoi vedere avvenire nel mondo”. Equivale ad affermare che si
può oggi fare politica con passione, competenza e intelligenza.
Martedì 9 marzo Giorgia Meloni è stata ospite dell’Istituto
San Leone Magno di Roma su invito dell’Associazione degli ex-alunni.
Alla presenza di rappresentanze di varie Associazioni, dell’Onorevole
Francesco Lollobrigida, consigliere regionale candidato alla Regione Lazio
per il PDL, la Presidente della Federazione di Associazioni impegnata
nel sociale, per la disabilità psichica, la multiculturalità
ecc., Giovanna Sorbelli, ha manifestato il desiderio che Lollobrigida
possa diventare Assessore poiché molto attivo nella valle dell’Aniene
dove è molto radicato, stimato e sostenuto dai sindaci e dagli
abitanti. Auspica che si possa costruire una piattaforma giovanile dove
le coppie possano radicarsi, trovare il lavoro, l’asilo nido, le
attrezzature sportive, il pub, la pizzeria, la discoteca ecc. senza abbandonare
queste terre della Valle dell’Aniene che sono inerti. Il ministro
Meloni, che sta facendo tante cose per i giovani, per le donne e le giovani
coppie, aveva in precedenza già incontrato nel corso di un appassionato
confronto i ragazzi dello stesso Istituto. Afferma di essere rimasta colpita
dal fatto che lo spazio del San Leone Magno ha la capacità di essere
area d’aggregazione e di laboratorio culturale anche oltre gli anni
nei quali lo si frequenta e costituisce pertanto anche un modello: le
scuole possono fare di più di quello che di solito fanno. Qualcosa
nella scuola non ha funzionato se il 97% va in stipendi e contemporaneamente
gli insegnanti italiani sono i peggio pagati dell’Unione Europea.
Laddove c’è il desiderio di fare di più e di misurarsi,
i risultati arrivano poiché la capacità che ha il San Leone
Magno di continuare nel tempo i rapporti con gli allievi dipende da una
serie di servizi. “Non è facile essere oggi Ministro della
Gioventù: ci confrontiamo - sostiene il Ministro - con la prima
generazione nella storia della Repubblica che vive in una realtà
peggiore di quella in cui vivevano i propri padri. Da una parte consegniamo
ai giovani un’Italia molto difficile con la quale confrontarsi,
dall’altra guardiamo a questa generazione unicamente attraverso
gli stereotipi dei bamboccioni, dei bulli, lenti distorte che non fanno
rendere conto che in realtà il materiale umano del quale disponiamo
è migliore di quello che a noi pare. Forse siamo noi che non riusciamo
a dialogare adeguatamente con questi ragazzi e che finiamo per far percepire
come noi li vediamo (effetto specchio). Quello che cambia oggi è
la capacità di divulgare e amplificare: il singolo episodio che
rimaneva circoscritto ora diventa di dominio pubblico. E’ importante
capire che si possono usare gli stessi strumenti, cioè i mezzi
di comunicazione, per raccontare il bene – ci limitiamo a denunciare
il male e non promuoviamo mai il bene, che è pur vero che fa meno
notizia e non è interessante. C’è un filone del nostro
operato che abbiamo chiamato “La meglio gioventù”,
proviamo a promuovere il bene, a raccontare le migliaia e migliaia di
storie di ragazzi e ragazze che ogni giorno si battono per crearsi uno
spazio dignitoso all’interno della società, per fare del
volontariato, dell’associazionismo o dell’impegno politico.
Nell’era della precarietà assoluta, che spingerebbe all’individualismo,
vi sono giovani che dedicano una parte del proprio tempo agli altri, facendo
una scelta molto più coraggiosa che ai tempi del boom economico
quando bene o male si aveva qualche certezza. Rispetto al tema della crisi
economica si può lavorare sulle nuove generazioni perché
hanno creatività, estro, rabbia, voglia di misurarsi. Si possono
usare i giovani come volano di ripresa della crisi: bisogna aiutare i
ragazzi, per esempio, a creare un’impresa. Abbiamo pubblicato un
libro che contiene 190 storie di ragazzi e ragazze italiane che nel 2008
che hanno avuto un riconoscimento internazionale solo nel campo della
creatività: questo significa sia che il made in italy continua
a vivere sia che c’è dell’humus su cui vale la pena
d’investire. E’ più ribelle gettare in cuore oltre
l’ostacolo, mettere al mondo un figlio, per esempio, con una casa
in affitto e un lavoro precario che non drogarsi o fumare uno spinello
o bere alcool: è una scelta controcorrente. Una delle nostre prossime
priorità, quando ci sarà la copertura economica, è
il sostegno alla maternità, un incentivo alla natalità,
poiché la nostra Nazione tende a scomparire nel lungo termine.
Il tasso di fertilità è di 1,3 figli per donna quando dovrebbe
essere il doppio. Questo governo ha investito 34 miliardi di euro sugli
ammortizzatori sociali per affrontare la crisi. Il problema del rapporto
tra il precariato, la flessibilità e i giovani non dipende dal
fatto che i giovani non vogliono mettersi in discussione, ma dalla consapevolezza
che se il contratto di lavoro è a tempo determinato la società
tratta il giovane come figlio di un Dio minore e per esempio nessuno gli
concede un mutuo per comprare una casa: noi abbiamo investito 24 milioni
di euro in un fondo di tutela per la concessione del mutuo per la prima
casa, lo stato mette le garanzie che mancano. 100.000 nuovi alloggi sono
destinati a realtà in difficoltà. Abbiamo chiesto al direttore
di RAI UNO di raccontare a “Domenica In” ogni volta un episodio
di “Meglio Gioventù”. La Meloni parla infine dell’introduzione
del “quoziente famigliare” che può risolvere il problema
delle giovani coppie, poiché sono previsti asili condominiali,
congedi parentali, migliore distribuzione delle responsabilità
ecc. ecc. ma costa 18 miliardi euro e per ora abbiamo dovuto dare la precedenza
a chi ha perso il lavoro.
ALLE RADICI DEL PRESENTE E DI SE STESSI
La Calabria in un libro di Giovanni Pistoia
di Fausta Genziana Le Piane
In
quanti modi si può amare la propria terra? In tanti ed uno di questi
è quello di Giovanni Pistoia che, studiando, scartabellando e meditando
su un manoscritto del Seicento riguardante la vita morale e materiale
della Calabria – sua terra d’origine –, non fa altro che indagare sulle
proprie radici (Giovanni Pistoia, Alle radici del presente – Calabria:
vita morale e materiale in un manoscritto del Seicento, photocity, 2013).Giovanni
trascrive integralmente e scrupolosamente un manoscritto del XVII secolo,
che non porta una data precisa ma che può essere circoscritta tra il
1654 e il 1659, conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana.
Si tratta di un lavoro di autore ignoto il cui titolo integrale è: Relazione
della Provincia di Calabria, e dello Stato di essa così nel Temporale,
come nello Spirituale. “La lettura del manoscritto affascina. Lo stile
è rigoroso, sobrio. Il contenuto è davvero una fonte preziosa”. Si tratta
di un’epoca che vide la Calabria colpita dalla peste, che decimò le
popolazioni, e il terremoto che sconvolse la regione. L’autore non è
calabrese e nemmeno meridionale, ma con tutta probabilità lombardo o
piemontese, che visse anche a Roma, probabilmente al servizio della
Santa Sede in ambiente zelante e per la riforma dei costumi del clero
e per la purità della fede. Di qui il maggior peso assegnato alla descrizione
di certi abusi e disordini e alla repressione degli eretici probabilmente
in alcune terre piene di Provenzali di molto innanzi ridottosi qua ad
abitare e dei Giudei e Giudeizzanti di Catanzaro e Provincia. L’autore
si rivela altresì un osservatore di primo ordine, dotato di soda cultura
e di qualità stilistiche non comuni”. Il manoscritto inizia con la descrizione
della Calabria, della sua posizione geografica (pianure, fiumi, la Sila),
delle sue origini, della sua natura piena di verde e di ricchezza, dei
suoi abitanti – il popolo dei Bruzi -. Poi prosegue con l’esaltazione
del fertile terreno, del mare pescoso, delle preziose colline e montagne,
del tesoro del sottosuolo, dei prodotti (le more, la seta), delle attività
(la pesca, la caccia al pesce strada), delle classi sociali (i nobili,
i baroni e le baronìe, i poveri, i soldati del re), dei tributi, del
fisco, dell’amministrazione della giustizia, della religione. Addirittura
si parla dell’aria: “L’aria come nell’altre Regioni avviene non è eguale
in bontà per ogni luogo. Alla maremma in tempo caldo vien riputata,
ed è veramente nociva, fuorche in alcuni pochi luoghi alquanto fra terra,
e rilevati. L’habitazione di Casali, che sono più vicini all’Alpe, si
come il Verno è troppo rigida, così alta stagione calda riesca più temperata.
Nell’altra città, e Terre la varietà de sito migliore. E condanna l’aria
per gli habitatori”. Il mito di questa Calabria ricca di prodotti, bella,
ricca ci è stata tramandata da viaggiatori e letterati anche se alcuni
di loro sono stati capaci di scoprire e descrivere una realtà fatta
anche di miseria e di assoluta carenza di servizi di prima necessità.
Anche l’autore della Relazione osanna la fertile Calabria senza dimenticare
il quadro di miseria in cui vivono gli abitanti. Emerge, nel manoscritto,
la crisi materiale vissuta dalla Calabria, la decadenza morale e civile
di un popolo e dei suoi governanti, ma anche la passione civile e religiosa
di chi stende la Relazione. Nello scenario mondiale, che presuppone
un mondo sempre più di traffici commerciali, che si basa sempre più
sulla dinamica commercializzazione del sistema economico, la Calabria
appare un’entità ininfluente e quasi immobile.
Fausta
Genziana Le Piane
“La
verità è che io non sono nata per rispettare le regole”
In
una mia precedente recensione alla silloge poetica di Giovanni Pistoia
dal titolo Sono foresta tra sogni e silenzi, Photocy, 20013
ho sottolineato l’importante presenza del silenzio (già nel titolo)
ed il suo positivo significato.
In quest’ultima raccolta, però, (Giovanni Pistoia, Se solo potesse
dar voce, Youcanprint, 2014), il silenzio ha un’altra sfaccettatura.
E’ il silenzio drammatico di chi non ha voce, di chi non sa più raccontare:
Ora che la conchiglia/si è frantumata tra le mani,/non so come raccontarti/la
storia del mare (La storia del mare, p. 45). E’, talvolta,
il blocco dello scrittore (Non possiamo ridurre al silenzio chi
siamo - Alfred Kolleritsch - sono le parole in epigrafe che illuminano
il senso della raccolta), Mi verrebbe da gridare ma non grido/tace
la parola non ritrovo la voce (…) ( Con rabbia e con dolore, p.
28), fino a culminare in Scorie (p. 3): La parola/giace ormai senza
respiro, scoria/disfatta tra i cassonetti della spazzatura.
Da qui l’interrogarsi sulla poesia, sul suo ruolo, sul divario tra parola
e realtà: la parola è insufficiente a dire, è limitata, naufraga. E’
incapace a dar voce a cosa? A chi? Agli sconfitti, agli impotenti, agli
indifferenti, ai più deboli, ai vinti, agli emarginati, a chi non conta
nulla, categorie umane spesso presenti nei libri di Pistoia, amate,
alle quali va tutta la sua partecipazione emotiva, la sua pietà.
Questo libro colpisce per il legame strettissimo che emerge tra la parola
e l’autore che dichiara di non essere un poeta, ma di scrivere parole:
Pistoia ingaggia con la parola un vero corpo a corpo. Le parole – cocci
di pelle di carne d’anima inquieta, bellissima definizione - gli
sanguinano dentro, gli fanno sputare fango (Non scrivo versi, p. 8).
In realtà non dobbiamo fidarci di ciò che afferma: Giovanni Pistoia
è poeta a tutti gli effetti (la parola poesia è presente in molti titoli),
conosce l’ansia, il dolore (la parola più presente nella silloge), l’angoscia
(L’angoscia, p. 10) ma anche la bellezza. Angoscia che ha le
caratteristiche dello spleen baudelairiano (Charles Baudelaire,
Io sono un cimitero, che la luna/Non ama visitare), del male
di vivere, legato al grigiore dell’autunno, al nulla infinito, alle
spine, allo strazio impensato, ai contorcimenti del ventre: Ha il
sapore/amaro del nulla/della luna senza luce/dell’ansia mal repressa
(L’angoscia, p. 10).
La poesia intitolata La compagnia è caratterizzata alla maniera di Baudelaire
in Une charogne (La carogna), per esempio, da immagini realistiche
e crude: Allontaniamo i vermi/con la punta delle scarpe/e li calpestiamo/come
fossero mostri/infestanti disgustosi/forse perché sappiamo/che saranno
loro/e non altri/la nostra sicura compagnia/nel tempo che dura/quando
allo sguardo altrui/faremo ribrezzo/e dell’oggi non resterà memoria
(p. 65). E’ la nausea moderna (Jean-Paul Sartre) che ricorda Moravia
(Gli indifferenti) e che nasce dalla malinconia romantica,
ma in cui è possibile ritrovare anche tanta bellezza (La carogna,
I fiori del male).
La lirica centrale di tutta la raccolta è La bianca poesia
(p. 9) in cui la poesia è definita bianca. Può esserlo?
Sì, se la si considera sacra. Il bianco è il colore
della luce divina. Mentre Maria è stata per lungo tempo associata al
blu, Dio è sempre stato percepito come luce… bianca. Gli angeli, suoi
messaggeri, sono ugualmente in bianco. Questo simbolismo si è rafforzato
con l’istituzione, nel 1854, del dogma dell’Immacolata Concezione (e
il bianco diventava il secondo colore della Vergine) (Michel Pastoureau,
Dominique Simonnet, Il piccolo libro dei colori, p. 45). La
poesia, infatti, conduce in terre sconosciute,/su sentieri divini
(…) (La poesia ti ama, p. 15). Ma il significato del colore,
da quello che lo lega alla poesia, si amplia e arriva a coinvolgere
tutta la raccolta: bianco della vecchiaia e della saggezza, del
neonato e del vecchio (le mani bianche di Sordo e cieco, p. 49), i colori
congiungono gli estremi. Il bianco dell’età avanzata, quello dei capelli
bianchi che incanutiscono, indica la serenità, la pace interiore, la
saggezza. Il bianco della morte e del sudario si ricongiunge al bianco
dell’innocenza e della culla. Come se il ciclo della vita cominciasse
nel bianco, passasse per svariati colori, e si concludesse col bianco.
La vita vista come un percorso nei colori, dal bianco al bianco (…)
(op. cit. p. 47). Infatti, nella silloge torna continuamente il binomio
vita/morte (La morte del poeta, p. 23; Scene di vita, p. 22; Ho visto
la morte indignarsi, p. 32; Non c’è più tempo, p. 64; Novembre,
p. 68; Non chiedermi, p. 72). Alla poesia il compito di unificare
la realtà.
Fausta
Genziana Le Piane
WILMA VEDRUCCIO, UNA SCRITTRICE CHE SA VEDERE L'ESSENZIALE, INVISIBILE
AGLI OCCHI di Fausta Genziana Le Piane
Poco
importa che ognuna delle protagoniste della sezione “Ritratti”
del recentissimo libro di Wilma Vedruccio edito da Kurumuny, 2013, proponga
un aspetto del Salento: la carnalità di Carmela, “I capelli
biondi di Carmela”; il barocco del putto della Pala di Santa Lucia
di Lorenzo Lotto, “Il bimbo di Lotto”; la seduzione, la malizia
e la vanità della protagonista de “La casa del Sale”;
l’archetipicità di Maria (Maria); la punta di follia di Cocettina;
la gioiosità e l’ingenuità della ragazza di copertina…Tutte
sfaccettature della femminilità e del Salento che restano indelebili
nella memoria.
Poco importa che “Naturalia” ci rinfreschi gli inimitabili
panorami – anche dell’anima - del Salento contadino vissuto
attraverso ricordi arcaici, ritmi e abitudini di tempi antichi, lunghi
e silenziosi (“Orti “, p. 70): “A far bello il Salento,
orti e ortolani (…) In primavera la terra, lavorata da mani di antica
sapienza, diventa grassa, umida, promettente e le giovani piantine, allineate
in filari con grande precisione, incoraggiate da poche gocce d’acqua,
crescono in poche settimane, si spandono sul terreno, s’arrampicano
a sostegni di fortuna, brillano col loro verde nuovo al sole, promettono
frutti e maturano ortaggi e legumi già ai primi giorni dell’estate”.
E’ che in verità in questa ultima raccolta di racconti, il
Salento – terra amatissima dalla scrittrice dove è nata,
dove vive e dove si “agita”, come lei stessa afferma - è
vissuto e amato attraverso un’esplosione dei sensi, di tutti i sensi.
Si legga, per esempio, il racconto intitolato “La domenica di un
laico solitario” in cui il rapporto con il mondo esterno è
ritmato dai sensi: il protagonista va in bicicletta a sentire
l’odore della terra dopo la pioggia, a vedere
le piantine appesantite dalle gocce d’acqua che dondolano piano
di benessere (…) Poi c’è la radio che offre la sua
migliore programmazione proprio nel mattino domenicale, bisognerebbe stare
col fiato sospeso senza far nulla, per ascoltare (…)
Come è buono l’odore della roba lavata,
sa di nuovo, sa di leggero come un corpo rinfrancato. Come un’anima
nuova” (p. 22). Ancora, in “Delle colombe il non volo”:
“La magnificenza di Dio si sarebbe rivelata ai loro occhi,
alle loro ali, in tutti gli odori, nella varietà
dei sapori, nella varietà delle forme” (p.
41).
Nei racconti si avverte una tensione continua, una volontà, un
desiderio, un impegno alla perfezione, alla Bellezza, all’assoluto.
E’ così anche per Dio – “Il divino pittore”,
p. 44 - nella sua Creazione: “Sulla tavolozza i soliti colori base,
erano le sfumature il suo esercizio preferito su cui si ostinava da tempo
alla ricerca della pennellata pura per cui poter dire: “Ecco, era
proprio questo che cercavo di fare” (p. 44). E’ così
per il cane fedele al padrone che non lo vuole più perché
è fedele a se stesso (“Randagio”, p. 34). E’
così per la stessa Wilma impegnata, tesa fino alla ultima fibra
del suo corpo anche attraverso Facebook a difendere la sua bella terra
e a smascherarne abusi e brutture.
Infine, questa raccolta è sotto il segno del sole presente non
solo nei titoli (“Prima del sole”) ma che è protagonista
di ogni racconto. Sole, manifestazione della divinità che ha benedetto
questa terra. Sole, energia illuminante, fonte di luce, di calore, di
vita.
Wilma
Vedruccio, La casa del sale - Storie di un altro Salento, Edizioni Kurumuny,
2013
Fausta
Genziana Le Piane
GLI AMANTI IN VOLO di Plinio Perilli
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Fausta
Genziana Le Piane
“La mia casa è il mondo”
ELOGIO
DELLA FUGA
Perseguire
un obiettivo che cambia continuamente
e che non è mai raggiunto è forse l'unico rimedio
all'abitudine, all'indifferenza, alla sazietà.
È tipico della condizione umana ed è elogio della fuga,
non per indietreggiare ma per avanzare. Henri Laborit, Elogio della fuga, 1976
Tempo addietro è apparsa sulle pagine dei quotidiani di tutto il
mondo l’incredibile storia di Grigory Perelman, genio matematico
russo, riuscito nell’impresa di risolvere uno dei problemi matematici
più importanti della storia contemporanea, la congettura di Poincaré.
Al genio russo è toccato il riconoscimento di un premio prontamente
rifiutato. E’ così che Perelman ha trasformato il suo stato
di indigenza in una scelta di vita, rimanendo a vivere, clochard fra i
tanti, tra le fredde strade di San Pietroburgo. Un altro caso, questa
volta letterario, è quello de La Légende de Saint Julien
l’Hospitalier (1877), racconto di Gustave Flaubert in cui il
protagonista Julien fugge, diventa mendicante e vive vicino alle rive
di un fiume come traghettatore.
Quella di allontanarsi dal mondo è anche la scelta compiuta dal
protagonista dell’ultimo romanzo di Francesco Dell’Apa, Fuggitivo
per scelta, Città del Sole edizioni: Michele Dupont.
L’inizio
del libro non lascia dubbi: si fa riferimento al freddo
–gelida- di una panchina, che oltre tutto è di ferro
(ancora senso di freddo), illuminata da una luce fioca
e al letto di Michele decisamente duro. Si tratta, quindi,
di una vita difficile che scopriamo subito è stata voluta dal protagonista,
nell’animo un vero clochard, che ha lasciato ogni cosa per protesta
nei confronti di una società estremamente ingiusta e diseguale
(p. 12), vittima del materialismo, della brama di accumulare sempre
di più (p. 12). Michele si è dimesso da cittadino: è un sognatore,
un idealista, un randagio, un diverso che vuole distinguersi anche nell’esteriorità
e che ha scelto la solitudine. L’etimologia del termine clochard
sottolinea bene il senso dello stile di vita scelto: deriva dall’argot
(gergo) e significa “cielo”: il clochard è colui che
vive e dorme fuori avendo il cielo per tetto. Masnada infernale, dannati, umanità dolente, gente violenta,
sbandati, gente miserabile, accozzaglia di anime perse, disgraziati
ecc. così è definita di volta in volta questa massa di senza
tetto alla quale talvolta Michele si unisce, ma che rifiuta anche. Quale
è il vantaggio di vivere in questo modo, pur diplomati o laureati,
incuranti di tutto? La libertà: Lui si sentiva
privilegiato a non dovere rendere conto a nessuno delle sue azioni e di
agire in piena libertà (p. 17 ; la liberazione da ogni
responsabilità verso se stessi e verso gli altri (p. 25);
l’invisibilità. Appassionato di filosofia, Michele è
un accattone, un barbone che vive di espedienti, senza regole, rubando,
dormendo di volta in volta in una grotta, in un tunnel di servizio abbandonato
del metrò, in una parrocchia, in un bus, in un vecchio albergo
ecc., ai margini tra violenza e umanità, agli estremi confini
della nostra società tecnologica ed egoista (p. 138).
Nel suo vagabondare, Michele arriva in un monastero benedettino: qui è
colpito splendore e dalla ricchezza dei libri. La bellezza straordinaria
della Biblioteca che vi trova rappresenta la nostra riserva di sapere,
come un tesoro disponibile. Il libro è il simbolo dell’universo:
l’Universo è un immenso libro, scrive Mohyddin ibn-Arabi,
poeta arabo-andaluso.
La lettura del libro spinge ad alcune riflessioni e pone anche degli interrogativi.
L’apparenza inganna, non bisogna giudicare dall’apparenza:
Michele emanava un odore sgradevole, i vestiti erano sporchi tanto
che li avevano buttati in un contenitore in fretta e furia (p. 65); E’
un modo semplice per combattere l’apparenza. Nella società
in cui viviamo, l’uomo mira solo al’apparenza e dimentica
i veri valori della tradizione civile e religiosa. Apparire per i più
è vivere. Apparenza e vita non possono convivere felicemente
(p. 68). In realtà Michele è un intellettuale che ha insegnato
filosofia estetica all’università, un appassionato della
lettura…
Poi, che cos’è la libertà? Vorrei rispondere con le
parole di Giorgio Gaber: la libertà non è star sopra
un albero (…), non uno spazio libero, libertà è partecipazione.
Infine, si può fare a meno dell’amore? E dell’amicizia?
Si può vivere senza fare niente?
Il libro contiene un tocco di magia, l’incontro
di Michele con un gatto nero che rovista come lui: Si imbattè
in un gatto nero ben pasciuto che rovistava in un cartoccio dove poco
prima una gattara aveva portato del cibo (p. 18). Un alter ego del
protagonista?
Fausta
Genziana Le Piane
“La disobbedienza è un atto di libertà”
GIRANDOLA
DI COLORI PER ADRIANA ASSINI
E‘
intrigante il titolo dell’ultimo romanzo di Adriana Assini, La riva
verde, Scritture & Scritture, 2014. Di quale riva si tratta? Della
riva di un fiume? Di un lago? Di un mare? Oppure, metaforicamente parlando,
del cuore? Di un luogo dell’anima? Inoltre appare il colore verde
(presente anche nella copertina): mediatore tra il caldo ed il freddo,
l’alto e il basso, è un colore rassicurante, rinfrescante,
umano. Sarà così? Insomma, già rigirando il libro
tra le mani si avverte una certa suspense che sarà confermata dalla
lettura.
Siamo nel 1379, sullo sfondo dello scisma d’Occidente, in piena
guerra dei Cent’anni, a Bruges, fedele alla sua vocazione tessile:
il mondo dei tintori apre lo scenario della girandola dei colori: blu,
rosso, vermiglio, carminio, giallo, arancio, indaco, ecc. Ogni colore
è fonte di contrapposizione tra i vari tintori, di rivalità,
liti e vendette fra le diverse famiglie.
Il romanzo si apre all’insegna delle donne, otto, ribelli, un po’
femministe, le evangeliste, detentrici del sapere, in grado di pronunciare
oracoli, in perfetta sintonia con i movimenti del Cosmo. Sono le dame
della Compagnia della Conocchia che si riuniscono ogni notte in gran segreto:
la vedova Emmeline de Dos, Rose Van Triele, Rose Van Triele, che ama Robin
Campen ma sarà presto sposa a un operaio al soldo di suo padre,
Marguerite Morele, chiamata Margot, Alix de Meure, la filatrice di Saint-
Gilles, Ysengrine dei Tigli. Alle quali si aggiunge Sebile Vermunt dai
capelli color rame, Anne Van Gest, la consorella del monastero laico della
Vigna, accusata di malefici e fatture.
Su tutte domina la figura di Greta du Glay che ”Vendeva zolfo
e saponi, acqua di rame e spezie rare, ma nel retro del fondaco conservava
ricette e beveroni per curare i malati. Severa sacerdotessa di culti
nascosti, con la luna piena cedeva alla violenza dei deliri profetici,
elargendo visioni e consigli a una piccola parte di accoliti”
(p. 7). Greta frequenta le misteriose regioni dell’Altrove,
attratta da un rapido fuoco di immagini, ora rivelatrici di un segreto
del passato, ora di un avvenimento futuro (p. 122). Sì, perché
Greta è una mercantessa fattucchiera (ma si parla anche
di fate nel libro), capace di vedere nell’oscurità, come
le civette e allora capiamo che il romanzo si colloca sotto il segno
della magia e dell’occulto.
La fattucchiera, secondo Jung, è una proiezione
dell’anima maschile, cioè dell’aspetto femminile primitivo
che sussiste nell’inconscio dell’uomo. Ma soprattutto la fattucchiera
partecipa segretamente della natura. Finché queste forze oscure
dell’inconscio non sono assunte nella chiarezza della coscienza,
dei sentimenti, dell’azione, la fattucchiera continua a vivere in
noi. Incarna i desideri, i timori e le altre tendenze della nostra psiche
incompatibili con l’io: personifica l’anima. La fattucchiera
è l’antitesi dell’immagine idealizzata della donna
e non è che un simbolo delle energie istintive non disciplinate,
non addomesticate. Non per niente Greta spinge Rose alla disobbedienza.
I tintori non corrompono la materia, forse? Non infrangono l’ordine
naturale delle cose?
Lo zolfo e la a civetta sono due simboli
importanti. Lo zolfo, principio attivo che porta luce e colore, rappresenta
l’attività dello spirito. La civetta è l’uccello
di Atena. Animale notturno, è saggia, vive nella foresta - luogo
venerato - in relazione con la luna, non può sopportare la luce
del sole e si oppone in ciò all’aquila, che la riceve con
gli occhi aperti: “A te, che voli in alto come le aquile, può
sembrare una specie di prigione” (p. 42), dice Anne a Sebine.
E ancora, la civetta ha il dono della chiaroveggenza: Adusa a simbologie
perdute, inseguiva coi soli occhi della mente le verità nascoste
in quella selva di allusioni (…) (p. 122). La civetta ha il
ruolo di protettrice: siamo nel cuore stesso del femminile con tutte le
sue caratteristiche e capacità fuori dal comune. Abbiamo già
detto che il libro si pone sotto i segni del segreto,
del nascosto, del notturno (termini più volte ripetuti): dunque
la civetta rafforza il significato della fattucchiera alla quale in genere
si accompagna. Anche il cantore cieco vive in un’eterna notte
senz’alba né stelle.
Ma il mistero è centuplicato da altre figure insolite:
oltre a quella della fattucchiera, c’è Margot, bene istruita
nell’arte dell’astrologia; c’è Nasir, il
moro, abile nella composizione degli oroscopi e dei calendari,
capace di indovinare le pene degli altri, fa pronostici e interroga
gli astri; c’è Louvin, l’indovino, il cantastorie,
che sa guardare negli animi e nei sogni, il cui elemento è
il buio.
I colori sono così importanti, il loro significato
metaforico così pregnante che si parla di trattato sull’arte
dei colori: che sia uno studio per decifrare il mondo?
Il blu della borragine - cielo dentro un tino - è il colore legato
al culto mariano, al firmamento e ai fiori del Paradiso; il giallo della
senape, dello zafferano – abbagliante - è il colore riservato
ai folli e ai giudei, pertanto, bandito dal guardaroba della gente perbene;
il rosso – dominante - è il colore dell’Antico Testamento.
Il corpo di Adamo fu impastato con argilla rossa: “Impetuoso
e invadente, il colore delle rose e delle fiamme ammiccava già
dalle ciotole delle polveri, fremeva nei caldai bollente, risplendeva
sulle stoffe appena tinte, evocando il fuoco e anche la carne, il vino
e il sangue (…)… esplosione di sentimenti opposti e poderosi”
(p. 66). Rosso è il colore delle fiamme che bruciano Gand e Bruges…Il
porpora è il colore con cui hanno brillato per secoli i mantelli
di imperatori e papi (p. 9). Non è un caso che Robin, di cui Rose
è innamorata, lavori la robbia, cioè il rosso. Non è
forse il colore della passione? L’amore di Robin è stato
per lei simile al fuoco, che illumina ciò che avvicina e poi lo
brucia, riducendolo in cenere (p. 151). Non è scarlatta –
rosso profondo che ricordava il sangue e le fiamme, i campi di papaveri
e i cieli infocati al tramonto (p. 57) - la seta che sarebbe servita
per confezionare l’abito da sposa di Rose? Attenzione al blu
che sposa il giallo, per la Chiesa è un’autentica vergogna
(p. 129). Ma il giallo entra con il rosso in un gioco simbolico di alternanze:
la rosa fiorisce fra foglie verdi. Il verde è il colore inseguito:
è difficile fare un verde vigoroso, brillante, inalterabile nel
tempo, che non sbiadisca, che non scolori. Ma perché questa tinta
è così importante? E’ il colore della primavera, del
rinnovamento, della rinascita, della speranza sì, ma “trovare
il verde giusto” significa rimettere in riga la propria vita, risvegliarsi.
I colori ricreano il mondo con i suoi contrasti, rispettano le leggi del
cosmo, compiono il ciclo della vita. Saper usare bene un colore significa
aderire alla realtà, conoscere l’ordine delle cose, fare
bene il proprio lavoro. Come mai Nasir veste panni di tanti colori e Joliet
sceglie tutte le tinte per abbigliarsi? “Indossano” la vita
che sanno dominare, destreggiare, con equilibrio, scaltrezza e opportunismo.
La riva verde è il luogo d’incontro di Robin e Rose legati
da un amore contrastato. Verde, ottenuto con scaglie di rame macerate
nell’aceto, verde colore ma anche sponda lungo la quale si
snoda la vita dei protagonisti. Quella riva è l’oggetto dei
sogni dei personaggi principali, è il limite da superare per conquistare
la libertà verso quel meraviglioso regno muliebre, ignorato
dalle carte geografiche (p. 121). Verso una forma di matriarcato?
Anche se un mondo di donne sole, un po’ rattrista…
Forse i veri protagonisti di questo romanzo sono la leggerezza delle
metafore, l’assennatezza, quel buon senso dei proverbi frutto
dell’esperienza che aiuta la gente comune, quelli che sgobbano,
che lavorano sodo dal primo all’ultimo giorno dell’anno, ad
andare avanti, a difendersi da soprusi, dalle ingiustizie e a sognare
di evadere. Il libro è, infatti, pieno zeppo di citazioni:
l’unico modo per liberarsi di un peccato è commetterlo; la
verità è che gli uomini non trovano la pace perché
nel loro cuore coltivano la guerra; per le donne sole non esistono posti
sicuri sulla terra; l’amore profondo è quello che resta nascosto;
le rose in giardino, le rape nell’orto; ecc. ecc. Saggezza
popolare che si ritrova nel cibo, semplice, frugale (brodo di bue
grasso, zafferano, salse piccanti, frittelle fatte con farina e burro,
buon vino di mele, noci, cialde e pane nero, ecc. ecc.). Cibo che
calma: “Per rabbonirlo, Robin ordinò una caraffa d’acqua
condita con fine liquirizia” (p. 17), che accomuna nel momento
della festa: “Per festeggiare, brindarono con vino dolce e nero”
(…) (p. 64) ecc. ecc.
In questo romanzo Adriana Assini consacra la supremazia del femminile
più autentico, quello che sa guardare oltre i pregiudizi. Celebra
la solidarietà delle donne, il loro coraggio, la loro caparbietà,
la loro audacia, la loro curiosità: le donne sono ansiose di
sfuggire all’isolamento e all’ignoranza. Un bellissimo
sprone ed esempio per quelle di oggi affinché non accada più
come dice l’Alchimista Lucien e cioè che le donne non
dispongono del loro destino (p. 163)!
Consiglio, infine, di utilizzare questo romanzo nelle scuole come testo
di lettura o di appoggio per l’approfondita cornice storica e la
ricostruzione fedele e dettagliata di usi e costumi.
Fausta
Genziana Le Piane
“Nuda passeggio sulla lastra del cielo”
LO
SPIRITO DELL'ALTROVE NELLA POESIA DI IOLE CHESSA OLIVARES
Lo
spirito dell’altrove è fortemente radicato nella poesia di
Iole Chessa Olivares con varie sfaccettature ed illumina la sua visione
esistenziale.
Soprattutto è il desiderio, l’aspirazione al dopo terreno,
all’oltre (titolo anche di una lirica della raccolta In piena sulla
conchiglia) dove perdiamo consistenza d’ombra e vive l’amore
dell’Eterno, il Seminatore del mondo. E’ il cosmo, le ignote
quinte dell’universo dove brillano stelle e armonie sconosciute
agli uomini: “E la vera festa?/Non è qui. (In piena sulla
conchiglia, Pagine, 2002, Sono quei pochi passi…,
p. 31). Più lontano è la vera melodia.
Ma è anche l’”Azzurro”, il sogno, l’ideale
cantato da Mallarmé – barlume, lucina, virgola stregata,
radice viva – che sperde la Poetessa in un laggiù lontano
agognato. Irresistibilmente attirata dall’azzurro, Iole Chessa Olivares
si sente incapace di raggiungere la perfezione poetica che sogna. Talvolta
l’attrazione diventa ossessione. Invano la Poetessa tenta di sottrarsi,
ogni fuga è inutile, il richiamo dell’”azzurro”
resta il più forte: “L’Azzurro trionfa, lo sento che
canta/nelle campane, anima, che si fa voce/e più ci spaventa con
la sua cruda vittoria,/ed esce dal vivo metallo in celesti angelus!”
(Stéphane Mallarmé, Poesie, Feltrinelli, 1991,
L’Azzurro, pp. 36-37). E non è fuga dalla realtà,
bensì desiderio di non provvisorio, di assoluto e di permanenza.
Di un senso alla vita che non naufraghi: “Intatto sul lago solitario/ancora
una volta t’inoltri/complice il sogno/e anche se il corpo a corpo/con
l’attimo apre all’imboscata, /io dallo schianto ti riparo/e
mano, nella mano,/da Re ti accolgo nell’antica radura/densa di fruscii
d’ala,/anche se l’estate è fuggita,/appostata spia
l’autunno,/congeda gli uccelli (…) (op. cit., Anche se…
(all’ideale), p. 54). Il sogno – scomposto -, è speranza
viva: “”Oltre il sipario/solo la reliquia del sogno/attraversa
e indora l’edera” (op. cit., Oltre il sipario, p.
47).
Altre volte è la scrittura, la parola stremata ma salvifica, variegata
che è tensione, sollievo, bisogno impellente e ricerca inesausta
sempre pronta alle scoperte; è la parola nascente (“attendo
parole”): “Ancora non dice,/sibila/la parola nascente./Deraglia
dalla bocca/di un fiore/non sa dove andare,/un passo più in là/dal
silenzio/sbanda, come risalire?/In abbandono/prende il largo,/prova a
significare/quello che può/anche se tutta l’aria/montante
non basta/a dare al sibilo/sapiente misura di voce” (La buccia
del grido, Lepisma, 2008, La parola nascente, p. 53) laddove per
“significare” s’intende dare un senso al mondo, esprimerlo,
palesarlo, comunicarlo. E’ insomma la poesia: “In pura perdita/scrivo
per imparare/a scrivere/e… mi apro alla deriva” (op. cit.,
In pura perdita, p. 19) e “Spesso la poesia/non mette galloni
sulla giacca,/intinta negli acidi del dolore,/respira alta e allo scrutinio
finale,/emerge, illesa dal tempo (In piena sulla conchiglia,
Pagine, 2002, Illesa dal tempo, p. 117). Ecco allora, però,
che la scrittura consente il viaggio, fa sua la meta: “Arriva dalla
bruma/la parola screziata/soccorre l’osso in cordoglio,/l’orma
stellata del passero/e…cambia pelle/mentre ondeggia sul labbro/ormai
maturo,/mentre balla tra denti consunti/svenata di turgore, erosa,/ma
con l’ala aperta a nuovi voli/nella solitudine egemone/dell’oltre”
(La buccia del grido, Lepisma, 2008, La parola screziata, p.
38).
Può essere ancora è la Sardegna, esilio ritornante, luogo
di nascita della Poetessa: “Nell’aria di questa terra/ improvviso
un fragore di radici,/un nascere e morire ancora/nell’imprevisto
come nell’altrove “ (Quel tanto di rosso, Terre Sommerse,
2007, Nell’aria di questa terra, p. 5). Senso dell’altrove
duplicato, perché la Sardegna è lontana - “leggeva
anche il cammino/degli astri, e, tra le palpebre,/sulla cancellata,oltre
il mirto,/oltre un cadente pigolio di piume/puntava il dito nascosto su
una stella/inerme, arresa all’aurora” (In piena sulla
conchiglia, Pagine, 2002, Il richiamo, all’isola della
Maddalena, p. 80).
Questa continua tensione, necessità, navigare inquieto dello sguardo,
questo cammino incessante si concretizzano nel lessico che esprime questo
continuo ondeggiare dal qui al lontano: disfarsi e ricomporsi, salire
e scendere, andare, tornare, nascere, crescere e morire, perdersi e ritrovarsi
accompagnati dai termini di confine, limite, riva, sponda, argine, margine
a dire le contraddizioni e la complessità dell’esistenza
e che il cammino – andare, andare -, la strada sono interrotti.
Mai il canto della Poetessa è disperato bensì ha un “supplemento
di speranza”.
Iole
Chessa Olivares, In piena sulla conchiglia, Pagine, 2002
Iole Chessa Olivares, La buccia del grido, Lepisma, 2008
Iole Chessa Olivares, Quel tanto di rosso, Terre Sommerse, 2007
Fausta
Genziana Le Piane
Riflessione NINA MAROCCOLO, "VEGGENTE" DEL XXI SECOLO
di Fausta Genziana Le Piane
Nina
Maroccolo è un talento raro, uno di quelli che si è felici
di incontrare perché tanto c’è da imparare dal loro
modo di scrivere e vivere la realtà. E’ un’artista
vera dalla personalità originale e spiccata anche nel modo di vestire
e di porgersi, del tutto personali, sorprendenti e stravaganti. Vengono
in mente i grandi dandies (senza la loro ostentazione di eleganza,
il loro disprezzo, il loro distacco dalla realtà), da Oscar Wilde
a Charles Baudelaire per i quali l’abbigliamento era già
poesia, un modo di presentare con orgoglio la propria diversità
in un mondo omologato. In un’epoca in cui l’Arte è
grigia, appiattita, fatta di luoghi comuni, Nina, sincera e imbarazzante,
è una voce fuori dal coro: propone sperimentazioni di linguaggi
e contenuti mai fini a se stessi.
Questa non vuole essere una recensione a Malestremo perché
altri meglio di me sapranno farla ma, solo una riflessione.
La
formula breve data ai racconti di Malestremo –Sedici saggi
sull’altrove, Edizioni Tracce, 2013- ne facilita la lettura: ogni
racconto è come un lampo accecante. Nina si tuffa nell’abisso
del suo io che diventa sé e poi noi: “Je est un autre”,
fissando le sue vertigini.
La sua scrittura – del tutto particolare – insolita, evocativa,
a volte surreale, a volte allucinata -che ricorda, come ho già
detto quella di Arthur Rimbaud- scava l’insondabile, cerca sogni,
miti, destinazioni, magie, luoghi d’appuntamento. Istanti. Dall’infinitamente
piccolo all’infinitamente grande. Dal racconto intitolato Cronistoria
di un’attesa dove un appuntamento segnato dallo scorre dei
minuti diventa pretesto per indagare se stessi a quello intitolato In
viaggio dove la ricerca spirituale -cominciata nei due libri precedenti-
continua puntuale.
Il libro è, infatti, sospeso tra realtà –la terra–
e spiritualità –il cielo-, l’alto, tra realtà
e sogno. Ricorre l’immagine della montagna (In viaggio, Si è
frantumata la montagna): alta, verticale, vicina al cielo è
il simbolo della trascendenza e del centro. La montagna frana, bisogna
iniziare un nuovo cammino.
Indimenticabili sono i ritratti femminili dalle multiformi personalità,
intriganti e misteriose, da Musidora a Jeanne, da Annette a Marianne narrate
ora in prima persona, ora in terza.
Vale per Nina ciò che Kezich disse del film Persona di Bergman:
Nina riduce all'osso le ambientazioni per indirizzare il lettore verso
i personaggi, come "un diabolico dominatore". Proprio in questo
aspetto trova adempimento l'intenzione sperimentalista del racconto. Tutte
le donne si presentano infatti come le rispettive facce della stessa medaglia,
cioè di Nina. E la medaglia è l'anima della donna contemporanea.
Passata la fase dell’identificazione - che è solo una fase
di passaggio dall’io si arriva all’altro, all’amore,
all’amore che dà la vita. Dice Bergman: “La vita si
manifesta in mille modi diversi” ed uno di questi è l’amore.
Il senso della letteratura è quello di rappresentare la realtà,
la realtà ultima che è non solo il non senso dell'essere
ma anche la primordiale irrazionalità dell'uomo: Nina con la sua
scrittura si addentra nel sottosuolo del reale.
Fausta
Genziana Le Piane
MA CHE SAPORE HA UNA GIORNATA UGGIOSA Spleen
baudelairiano per Nina Maroccolo:
l’Isola Tiberina diventa l’Île de la Grande-Jatte di
Seurat
Leggo
a caso una pagina dal libro “Animadre” di Nina Maroccolo,
Tracce Edizioni, 2012; è una pagina di diario:
7
novembre
Domenica
insostenibile.
L’uggia
del tempo mi rende acquattata, similmente alle piante gracili quando trattengono
pioggia o umidità: con le iridi
rivolte all’ingiù. Quel tanto da colloquiare con i piedi
dei passanti, prediligere il contatto ravvicinato col suolo bagnato.
Penso: “Se questo è l’asfalto, il sottosuolo com’è?”
“E’ la convinzione della malattia” suggerisce Italo
Svevo.
Intanto i passeggiatori della domenica ti guardano e non ti vedono (nei
giorni lavorativi usano gli occhiali: continuano a non vederti, ma lo
fanno meglio).
Seurat li intride di monocromia. L’Isola Tiberina diventa l’Île
de la Grande-Jatte: intrattiene dame ammaritate, bambini, cani, scimmiette.
L’universo pomeridiano li astringe nel grigiore.
Li conduce per assenza.
Manca la tua luce sferica, Seurat!
La
pioggia cade fitta. Infilerei il cuore in una bettola.
Apprenderebbe volentieri la tiritera dei sorsi d’uva ingollati fitti
fitti, se solo smettesse di diluviare.
Origlio
le nostre vite, Livio. Veri conciliaboli d’annata.
Ore 23
Assumo la seconda dose unica di lachesis. Istantaneo miglioramento.
PREMESSA
Il quadro di Georges Seurat al quale si fa riferimento nel testo è
“L’ile de la Grande jatte” in cui il pittore dipinge
una tipica domenica pomeriggio sull'isola della Grande Jatte, un luogo
molto popolare ai suoi tempi, sulla Senna, a nord-ovest di Parigi. Per
sei mesi andò ogni giorno all'isola a fare schizzi del paesaggio
e delle molte figure – quasi in forma geometrica - che lo animano
(la madre con la bambina, o la donna a destra, vestita all'ultima moda)
prima di dipingere, nel suo studio, il quadro completo. Le figure sono
come inchiodate alla tela, immobili e la scena è statica. La donna
con la bambina e con l'ombrello rosso, l'unica in posizione frontale,
è il perno su cui ruota tutta la scena. Il colore è scomposto
in una fitta trama di punti, stesi con assoluta precisione scientifica.
Un'ampia zona d'ombra in primo piano aumenta la luminosità della
parte in profondità.
La scena alla quale assiste Nina sull’Isola Tiberina (isole entrambe;
entrambi - Nina e Seurat - ritraggono scene familiari e domenicali ma
in questo contesto siamo all’interno della città e non all’esterno
come nel quadro del pittore francese, scena che risulta più aperta)
ricorda il quadro di Seurat con l’evocazione di protagonisti simili
a marionette rigide proprio come quelle presenti nel quadro: “l’isola
intrattiene dame ammaritate, bambini, cani, scimmiette”. Ma la tela,
oltre a suggerire la falsità dei personaggi domenicali, fa da contrappunto
allo stato d’animo di Nina: il grigiore della giornata richiama
alla memoria, come sollievo, la gaiezza dei caldi toni di Seurat.
Si tratta di una giornata uggiosa –direbbe Lucio Battisti- come
tante vissute da ognuno di noi, quando piove a dirotto, non si ha voglia
di uscire di casa e si desidera restare rintanati al calduccio, rannicchiati
nella propria poltrona.
Che sapore ha una giornata uggiosa? Ce lo dice Nina attraverso una serie
di termini: tedio, pioggia -vocabolo ripetuto due volte- che comporta
sensazioni di umidità, di bagnato (ancora umidità), di atmosfera
grigia e tetra.
E’ che il vero protagonista di questa pagina di diario è
lo spleen.
Charles Baudelaire ha saputo ben descrivere questo stato d’animo:
il dolore, l'assurdità di vivere, un disgusto profondo che ha le
sue radici nel Romanticismo (il celebre mal du siècle
del René di Chateaubriand) e che arriverà fino alla Nausea
sartriana. In tutta l'opera baudelairiana (il Male è presente già
nel titolo) si incontrano varie sfaccettature di questo tema sotto la
forma della malattia, della morte, del nulla. La parola spleen,
assunta a titolo di tante liriche, deriva dall'inglese e significa milza,
l'organo che ha lo scopo di assorbire l'eccesso di bile presente nel sangue
e nel fegato. Anomalie nel funzionamento della milza portano ad un eccesso
di malinconia:
Quando
il ciel, basso e greve, pesa come un coperchio
Sull’anima che geme in preda ai lunghi tedi,
Quando dell’orizzonte occupa tutto il cerchio,
Versando nera luce più triste della notte;
Quando
il mondo si muta in una prigione umida
Nella qual la Speranza, simile a un pipistrello,
Rade i muri qua e là con ala timida
Urtando il capo in marci travicelli;
Quando
la pioggia, coi suoi tratti immani,
D’un’immensa prigione raffigura i cancelli,
E in una muta schiera infami ragni
Vengono a far la tela entro i nostri cervelli,
Le
campane, d’un tratto, scatenate,
Ululan verso il cielo con furore;
Anime senza patria, desolate,
Che gridano ostinate il lor dolore.
-E
lunghi cortei funebri, senza tamburi o musica,
Sfilano lentamente entro me; la Speranza
Vinta singhiozza, e l’Angoscia, dispotica,
Sopra il mio cranio chino pianta il vessillo nero.
Vorrei
soffermarmi sulla metafora della pioggia. Wilma Vedruccio, autrice di
“La casa del sale”, raccolta di racconti in cui presenta un
Salento atavico e archetipo, dice della pioggia: “è un evento
raro, auspicato, desiderato, che soggiunge a metà giornata, quasi
sempre burrascoso, ma con acqua benefica e benedetta come acqua santa,
per i propri lavori e per l’agricoltura dell’intera regione”
(p. 104).
La pioggia è universalmente considerata come il simbolo delle influenze
celesti ricevute dalla terra. Feconda il suolo che ne ottiene fertilità.
Da cui gli innumerevoli riti agrari per scatenare la pioggia: esposizione
al sole, appello dell’uragano attraverso la fucina, monti di sabbia
cambogiani, danze diverse. Ma questa fertilità si estende ad altre
campi: ciò che scende dal cielo alla terra, è anche la fertilità
dello spirito, la luce, le influenze spirituali.
E Nina è sensibile alle energie dell’altrove.