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 Vetrina di un corniciaio romano che espone la raccolta “Incontri con Medusa” e il collage “Blu”......
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Fausta (del 05/07/2010 @ 11:30:36, in Monastero di Montefiolo, linkato 33 volte)
Il pellegrino orante                   
Punti di riferimento e spunti per una riflessione
sui salmi delle ascensioni.                        
       
[Nei tre articoli precedenti riguardanti i salmi delle ascensioni, sono state fatte delle premesse generali orientative. Vorremmo  adesso,prima di riflettere su ciascuno di essi, ribadire ed ampliare alcuni concetti che mi sembra siano importanti per potere poi meglio comprendere e meglio pregare.]
Tre pensieri che il termine“pellegrinaggio” mi suggerisce e che riguardano delle realtà dicarattere universale, riferibili cioè all’uomo di tutti i tempi e di tutti i luoghi, sono : il cammino, la preghiera, la parola . Questi saranno i punti di riferimento nelle prossime riflessioni.
  
Il cammino
 
Il cammino e la via sono spesso metafore della vita umana considerata come un avanzare, un progredire attraverso le varie tappe e le varie  esperienze che essa presenta. Il pellegrino che sale verso Sion, per un particolare incontro con Dio nel tempio, ci fa pensare ancora a qualche cosa che è propria dell’esistenza dell’uomo, ma che non varca  i limiti della sua natura. Penso infatti che l’uomo è per sua natura un pellegrino che cammina verso qualche cosa che possa renderlo pienamente se stesso, qualche cosa che egli chiama comunemente felicità, suo bene, sua realizzazione ed integrità.
Frequentissimo è nella Bibbia l’uso di questo termine nel suo significato metaforico di percorso di vita.  Anche la tensione verso l’alto, che questi salmi esprimono, ci fa rimanere nel campo dell’esistenziale, perché è proprio dell’uomo, della natura umana, avvertire consapevolmente o inconsapevolmente, di avere dei limiti e tendere a superarli, superandosi, in diversi modi; penso che uno dei modi è la religiosità: chiamo così la tendenza a pensare che ci sia  un ente superiore capace di dare all’uomo quello che cerca,cioè una pienezza di vita, e di svelargli il senso stesso della sua vita. Anche  questo è proprio dell’esistere umano,  e rimane chiuso entro i suoi limiti. Oltre questi limiti c’è il   mistero. Tutto questo  offrirebbe una chiave d’interpretazione puramente esistenziale del pellegrinaggio, che però penso sia  importante per potere capire perché i salmi siano una preghiera capace di esprimere l’uomo di sempre ed in cui l’uomo di sempre ritrova se stesso. Ma in questo cammino c’è un ulteriore passo ed è il passo decisivo, quello che porta veramente l’uomo a superare i suoi limiti ed a varcare la soglia del mistero. Si tratta di un  passo che l’uomo non può fare da solo, gli deve essere donato, e questo dono è la fede. La fede apre gli occhi all’uomo pellegrino e gli svela nuovi e affascinanti orizzonti, gli fa vedere che quell’ente superiore cui egli pensava “levando gli occhi verso i monti”, è un Padre che si china a tendergli la mano per attirarlo a sé e lo penetra col suo amore trasformandolo, elevandolo ad un’altra qualità di vita. E’ un Padre che ama tanto l’uomo pellegrino sulla terra, da indicargli chiaramente la via da percorrere perché non si smarrisca e perché possa, giungendo all’incontro definitivo con Lui, poterlo vedere “faccia a faccia” come Egli è! Questa via il Padre la indica con una sola Parola, la sua Parola: Cristo, che continua a proclamare “Io sono la via”. L’uomo che accoglie questa parola è il pellegrino cristiano che cammina anconra verso la meta, ma in Cristoè già figlio di Dio in comunione di vita col Padre.
 
La preghiera
 
Nel contesto dei salmi dell’ascensione il termine “pellegrinaggio”
esprime senz’altro il concetto di preghiera. I pellegrini israeliti che si recavano in pellegrinaggio a Gerusalemme cantavano questi salmi che sono preghiera: la preghiera era il fine di questo pellegrinaggio. Ecco perché essa è un punto di riferimento in queste riflessioni. Nel primo di questi articoli sul “Pellegrino orante” dicevo che la figura dell’orante delle catacombe romane potrebbe essere impressa sulla carta d’identità dell’uomo di tutti i tempi. E’ mia convinzione infatti che l’uomo, in quanto tale e per essere tale, è essenzialmente un orante, perché è l’unico che nel creato ha lo specifico compito di tenere un rapporto con Dio attraverso quella comunicazione che si chiama preghiera; è lui che convoca il creato in una grande assemblea, perché lodi Dio, in quella lode universale così bene espressa nel Cantico dei tre giovani del Libro di Daniele. (Dn 3,51-90) .
E vero che tutto ciò che esiste è una testimonianza viva del suo Creatore, e questa testimonianza la dovremmo sentire davanti a tutte le cose, davanti ad una grande montagna, come davanti ad un filo d’erba: la voce del creato ci dice continuamente:” Io esisto  perché c’è qualcuno che mi fa esistere”.Ma per lo più non ascoltiamo questa melodia, camminiamo estranei a tutto questo,
distratti ed insensibili, non da pellegrini oranti, ma da passanti che non hanno tempo! Ma questa forse è una digressione dal nostro discorso.
L’intenzione era di dire che in tutto questo creato è solo l’uomo che riceve un grande dono:quello della fede e, con la fede la preghiera; solo l’uomo ha una mente ed un cuore che si aprono a Dio, il quale aspetta solo questa apertura per potere entrare e comunicare con questa creatura privilegiata: infatti la preghiera è un privilegio dell’uomo e per questo è il suo distintivo. L’uomo può essere un grande scienziato,o artista, o un grande leader, ma niente gli dà la possibilità di superare se stesso e la sua umanità: solo la sua fede e la sua preghiera lo portano a vivere una vita divina, elevandolo alla dignità di figlio di Dio. Per questi motivi esprimo la convinzione che la preghiera è l’espressione più alta della dignità dell’uomo, quella che dà senso alla sua esistenza.
 
La parola
 
La parola con cui nei salmi, oggetto delle nostre riflessioni, si  esprime la preghiera,ci invoglia a fermarci più a lungo davanti ad essa per scorgere, ricevere, gustare, almeno parte della sua ricchezza e bellezza. Sorge in noi il desiderio di non passare rapidamente davanti alla parola, dandole uno sguardo di sfuggita, ma di fermarci davanti ad essa, in quel silenzio interiore,in cui tutte le altre voci tacciono, perché essa sola ci parli e ci sveli sempre nuovi orizzonti. Senza un ascolto attento ed amoroso non si può cogliere la fecondità della parola, perché non se ne percepiscono le varie evocative suggestioni. Senza questo ascolto, la preghiera dei salmi diventa solo un movimento delle nostre labbra e non ci può essere quella partecipazione interiore che fa della preghiera una vera preghiera e che la spiritualità ebraica chiama “kawwanà”. La preghiera sgorga sempre dalla pura sorgente dello Spirito e quando essa scorre attraverso la parola dei salmi c’è come lo scintillio di mille luci che si riverberano nell’acqua che scorre e che affascinano lo sguardo: e la preghiera diventa contemplazione. Tale è la potenza della parola nei salmi!
 
Sintesi
 
Questi i tre punti cui ci riferiremo in queste riflessioni che non pretendono certo di essere esaurienti, ma vogliono solo offrire a chi legge lo spunto per ulteriori riflessioni, incoraggiare le eventuali condivisioni, invitare a pensare e a dare consistenza a realtà che sono di fondamentale importanza per l’orientamento del nostro cammino. E come potrebbero essere esaurienti delle riflessioni che hanno per oggetto realtà di per se stesse inesauribili? Il cammino dell’uomo, la preghiera, la  parola, io le  vedo come realtà che s’incarnano nell’esistenza umana, ma rimangono sempre avvolte di mistero, perché la loro verità è nel mistero dell’amore di Dio. Tutta la realtà che riusciamo a percepire con i nostri sensi è avvolta da questo mistero, il visibile è presentimento e palpito dell’invisibile. Il pellegrino orante nel suo camminare coglie questo palpito e, non distratto, ammira la novità che continuamente si offre al suo sguardo, non dà niente per scontato, perché né l’alba né il tramonto dipende da lui, né   l’incantevole paesaggio né il filo d’erba: tutto è dono, tutto è  miracolo che lo stupisce e lo colma di gratitudine, e stupore e gratitudine diventano  preghiera che accompagna il suo cammino.
Le  due zone, quella dello sperimentabile umano esistere e quella del mistero che lo circonda non sono incomunicabili:  all’uomo pellegrino è stato fatto un grande dono, Cristo, e in Cristo quello sguardo nuovo di fede e quella nuova qualità di vita che gli svelano il mistero dell’amore di Dio e lo rendono di esso partecipe. E’ un cammino di fede quello del pellegrino orante cristiano , perché è alla luce della fede che egli avanza, è per pura fede che egli tante volte muove i suoi passi nel buio di un mistero, perché sa che si tratta di un mistero d’amore.
Questi motivi ci inducono a vedere nella via che il pio israelita percorre, per andare verso il tempio,non solo una metafora del cammino dell’uomo, ma anche, come  tutte le realtà dell’Antico Testamento, un segno della via  in cui il cristiano cammina, perché crede fermamente che Cristo è la via che porta al Padre. C’è  una continuità di segno e realtà significata, di profezia e di avveramento che bisogna cogliere pregando i salmi.
Io credo che se si formasse nella nostra mente e nel nostro cuore un’armoniosa sintesi di questi aspetti della preghiera del pellegrino, pregheremmo con maggiore consapevolezza e partecipazione, senza fretta, “gustando e vedendo” le meraviglie che lo Spirito rivela ai pellegrini che aspirano all’incontro con Dio. 
 
Sr. Beatrice OSB                 
              
Riflessioni sul salmo 120
La serie dei salmi dell’ascensione inizia col salmo 120. In una prima lettura di questo salmo, l’impressione immediata che ho avuto è stata quella di un salmo vivacemente movimentato: ad una iniziale domanda-risposta, seguono le antitesi prigionia-liberazione, colpa-punizione, guerra –pace, in un’atmosfera di ostilità espressa con linguaggio bellico ed attraversata dal sofferente anelito di pace del salmista, che la rende ancor più drammatica. Mi sembrava  che la nota dominante fosse quell’ojah (ohimè), che nel bel mezzo del salmo era come il profondo incontenibile lamento di un cuore angosciato. Ma nella prima  lettura mi aveva colpito anche la fine troppo brusca di questo salmo,quasi che il salmista l’avesse improvvisamente sospeso  o quasi che ci fosse un interrogativo senza risposta.
          Ma davanti alla parola di Dio non ci si può fermare alle prime impressioni di una prima lettura. Rileggendo e “ruminando” questo breve salmo, sempre più le prime due parole attiravano la mia attenzione. Esse sono : el Jahweh (verso Jahweh). Mentre l’ultima parola del salmo, “ guerra”, sembrava quasi chiudere il cuore ad ogni speranza, evocando odio, lotta, dolore, le prime due “verso Jahweh” spalancavano il cuore presentando allo sguardo spazi stupendi di speranza. “Nella mia angoscia ho gridato al Signore – ed egli mi ha risposto”. Quanta gioia in questo annuncio
di una risposta attesa, di una prova di amore grande e fedele. Il Signore risponde, non è qualcuno che lascia inevasa la domanda perché non ha tempo o perché non gl’interessa. Siamo noi che non sappiamo leggere la risposta, forse perché non rientra nel nostro campo visivo regolato dal “qui e adesso” e dal nostro modo di vedere. Ma con l’andar del tempo ci riusciamo e vediamo che la risposta di Dio non può essere che una risposta d’amore. Su questa esperienza fatta si basa saldamente la fiducia dell’orante. La fiducia è presente ed operante in questo salmo, anche se non è espressamente nominata. E’ quella che spinge il salmista a tendere verso l’alto” “nelle sue quotidiane ascensioni fatte di preghiera, nel suo grido di angoscia. E’ la fiducia che lo sostiene quando “ abita straniero in Mosoch e dimora fra le tende di Cedar”
e  lo aiuta a perseguire la pace in un contesto di guerra.”Io sono per la pace e loro vogliono la guerra”. La fiducia precede ed accompagna ogni passo dell’orante, e dopo ogni passo si rafforza. Per questo egli sopravvive in una situazione drammatica,resiste anche se messo alle strette, come imprigionato, come assediato, da gente ostile la cui arma potente è la lingua menzognera.  Vorrei ricordare che il termine “angoscia” corrisponde all’ebraico “saratah” che significa propriamente prigionia, assedio, trovarsi in una stretta senza possibilità di scampo, il che provoca un senso interiore di soffocamento, di angoscia. La lingua cattiva infatti uccide moralmente riducendo all’impotenza ed emarginando chi è sotto il suo tiro, soffocando le sue aspirazioni più alte e le sue doti
naturali che sono tante volte oggetto d’invidia. La lingua menzognera è subdola, trae in inganno, perché si mostra sotto l’aspetto della verità, sussurra insinuando, e tante volte una parola gettata lì, come per caso, è una parola micidiale che distrugge la felicità degli altri. La menzogna è demoniaca, è il male in assoluto personificato dal demonio. Infatti solo il Bene assoluto, può vincerlo per ristabilire quell’armonia e quella pace e quella giustizia che fanno parte del suo disegno d’amore. Il salmista lo sa e spera che le”frecce acute di un prode con carboni di ginepro” intervengano a far trionfare la verità. Ed ecco che questo piccolo salmo, questo grido di angoscia ci presenta il  grande dramma dell’umanità, la lotta fra il bene ed il male, la necessità assoluta di scegliere con determinazione la via giusta della Verità, senza lasciarsi ingannare dalle tante menzognere verità di un relativismo sempre più o meno presente nella storia dell’uomo, o dai vari idoli che si presentano sul suo cammino. Il salmista soffre perché si trova fra gente idolatra, che certamente lo schernisce e lo mette alla prova,ripetendogli :”Dov’è il tuo Dio?” (Sal. 42,10). Ma nel suo cammino l’uomo pellegrino sulla terra non incontra forse tanti idoli falsi e bugiardi che lo ingannano, burlandosi di lui, che lo disorientano e gli fanno perdere,più o meno definitivamente,  la strada giusta? “Io sono per la pace, loro vogliono la guerra”. Non è facile essere per la pace, come non era facile il cammino del pellegrino che andava a Gerusalemme, città della pace: giustamente questo salmo è fra i salmi delle ascensioni.
          Non è facile, anzi è impossibile costruire la pace senza Dio,e questo è drammaticamente evidente oggi. L’orante di questo salmo ci indica la strada perché possa regnare la pace nel cuore degli uomini, nelle famiglie, nella società, fra i popoli: bisogna che l’uomo indirizzi il suo grido, e col suo grido tutto il proprio essere el Jahweh ; quando questo avverrà, certamente Dio risponderà con la sua Parola, Cristo, che ci ripeterà:”  La pace sia con voi!” 
                                                                                  Sr. Beatrice OSB
                  
                                     
 
Di Fausta (del 03/05/2010 @ 19:05:00, in Monastero di Montefiolo, linkato 66 volte)
LA BELLEZZA!
 
SABINA BELLA, PULITA E FELICE!
La bellezza salva il mondo,
l’arte è l’espressione umana
della sapienza del Creatore
che ci ha fatto simili al suo cuore.
Siate artisti della BELLEZZA INNOCENTE
e salverete il mondo e l’amore!
 
Casperia dolcissima, per nulla Aspra
ama e crea bellezze, ben conosce
le altezze…perché qui sempre si sale,
bellezze rare sono anche le scale!...
Qui per ciascuna creatura la vetta è sicura!
 
Ma se il disastro, il peccato
aumentano il dolore
diventa più piccolo il mondo.
Si offusca la bellezza
crollano i castelli in aria
incompiuta rimane la fortezza!
Ma c’è la Fede che è dono dato
al cuore che resta bambino
come il Signore vuole!
Non si può toccare l’alba
se non si sono percorsi
i sentieri della notte,
la notte di Betlemme,
la notte di Getsemani.
 
Il canto dei Profeti, 2009, p. 292
 
COME UN CIPRESSO
 
Grazie, poderoso,
secolare cipresso,
bella creatura di Dio,
amico degli uomini
che abbellisci i grandi parchi,
i ridenti villini, i mesti cimiteri,
gli austeri e silenti monasteri!
Tu mormori al vento,
il canto che allieta i vivi e i morti!
Tu indichi il cielo promesso
Gli atleti ai forti!
A forma di abete
Stai con Babbo Natale
Per la festa dell’AMORE
A dirci che si nasce, si muore,
si sale fino al cielo,
si vive un felice NATALE
con IL VERBO DIVINO
con Maria, Giuseppe,
gli Angeli e i Santi,
nel Suo eterno mistero!
Gloria, pace, alleluia!
 
Il canto dei Profeti, 2009, p. 287
 
Di Fausta (del 21/04/2010 @ 10:15:00, in Monastero di Montefiolo, linkato 30 volte)
Il pellegrino orante:
Riflessioni sui Cantici delle ascensioni
 
Vorrei condividere alcune riflessioni sui quindici salmi, dal 120 al 134, che sono chiamati “Cantici delle ascensioni”. Mi sento incoraggiata a farlo da ciò che scrive L. Alonso Schökel: “Non dico che (questi salmi) pretendano di inculcare un’idea, ma sono pezzi lirici che cercano di penetrare soavemente o vogliono lasciar risuonare varie suggestioni…Il commentatore si sente tentato di dire ciò che è rimasto fra le righe, di completare ciò che “doveva” seguire dopo il punto finale. L’azione potrebbe essere legittima dato che l’artista non ha esaurito il suo tema; l’interprete che lo abbia assimilato può  prolungare linee interrotte. Qualcosa  di simile ad una “cadenza”  di concerto senza giungere a “variazioni sul tema”. (Trenta salmi: poesia e preghiera, pp. 384-385). 
Questi salmi costituivano un vero e proprio “Libro del pellegrino”preparato dai liturgisti per i pellegrini ebrei che si recavano al tempio di Gerusalemme nelle feste principali di pasqua, pentecoste e capanne. Essi venivano recitati nella cornice di una cerimonia liturgica, in un dialogo che si svolgeva fra i pellegrini e i rappresentanti ufficiali del culto; erano una specie di catechismo in cui venivano ricordate al pellegrino israelita, in uno stile semplice e vivace, con l’espressione simpatica di un calore umano e di un’intensa spiritualità, le verità fondamentali della sua fede. 
Lo scopo era di aiutare il pellegrino a trarre frutto dal suo pellegrinaggio, mettendo in pratica quelle verità nella vita d’ogni giorno. 
Riflettendo sui “Cantici delle ascensioni”, mi sono fermata un po’ su questo titolo, perché la parola “ascensione” mi è subito venuta incontro invogliandomi ad ascoltarla: suggestiva per l’intensità  e complessità del suo significato che nessun dizionario potrà  mai esprimere, si può ben dire che questa è una parola multidimensionale, è una parola che  parla. Fondamentalmente essa indica una tensione verso un punto più alto, ma in questo significato fondamentale si fondono come in un crogiolo lo spazio e il tempo, la storia e la metastoria, la fatica di un cammino e la gioia di mete raggiunte: si fondono per poi diffondersi facendo di questa una parola riccamente evocativa. 
Nella preghiera e nella poesia spesso si sente la suggestione delle parole e ancor più  quando la preghiera diventa poesia, come avviene in questi cantici delle ascensioni. Fioriti, come tutti gli altri salmi, nel terreno del concreto vivere umano, irrorati dallo Spirito,essi salgono a Dio, presentandogli quelle speranze e quelle delusioni, quei dolori e quelle gioie, quelle vittorie e quelle sconfitte,di cui è intessuta l’umana esistenza. In essi salgono a Dio le attese dell’umanità, in essi il vivere dell’uomo diventa preghiera, con quelle “ascensioni del cuore” di cui parla S.Agostino (Enarrationes in Psalmos). Adesso vedo chiaramente perché la parola “ascensione” è una parola piena di quelle “suggestioni” cui accenna Schökel : perché essa ci rivela in fondo una dimensione umana, anzi la dimensione umana, quella che qualifica l’uomo come uomo, indicando la sua vocazione fondamentale: quella di tendere ad un punto sempre più alto. Dico questo perché mi pare che sia propria dell’uomo la tensione a trascendere se stesso: egli fa esperienza dei suoi limiti e qualcosa lo spinge a cercare oltre i suoi limiti, oltre se stesso; questa spinta interiore lo porta a levare gli occhi al cielo. “A Te levo i miei occhi, a Te che abiti nei cieli”, dice il salmista in uno di questi cantici (Sal 123,1). Questo è il gesto primordiale dell’uomo: esso esprime una tendenza vitale che ha le sue radici profonde nella natura dell’uomo il quale  tende a Dio come valore supremo della vita. In questo “levare gli occhi al cielo” è la tensione di tutto il suo essere verso Dio.  
Questa totale tensione dell’esistenza verso  l’alto  è espressa molto bene dal simbolismo somatico del secondo di questi cantici, il Sal 121 : gli occhi che cercano Dio e lo sguardo fisso sui quei monti da dove soltanto può venire l’aiuto, il piede, simbolo del cammino dell’uomo da quando entra nella vita a quando ne esce, la mano destra, simbolo della forza e del successo, il nefesc cioè la vita nella sua globalità, tutto diventa domanda e desiderio d’incontrare il Custode che è così potente da fare cielo e terra ma così anche così tenero da non prendere mai sonno, per “ vegliare su di te, sempre, quando esci e quando entri, da ora in eterno!” 
Il pellegrinaggio al tempio di Gerusalemme, sul monte Sion era un’ascesa perché questa città si trova a 800 m, sul livello del  mare; il cammino era duro, aspro,irto di pericoli; il tempio era luogo di una particolare presenza di Dio. Il pellegrino desideroso d’incontrare “ alza gli occhi verso i monti”, da dove verrà il suo aiuto. Questo cammino verso “ l’altura stupenda, gioia di tutta la terra” (Sal 48,3) è la metafora della nostra esistenza: siamo tutti pellegrini verso il punto più alto, verso la Gerusalemme celeste, dove incontreremo Dio, non più nella fede, ma nella realtà, dove i nostri occhi incontreranno i suoi occhi in una gioia senza fine. 
Il cammino che dobbiamo percorrere nella nostra vita non è meno duro di quello che doveva fare il pio israelita per arrivare alla meta del suo pellegrinaggio: spesso si svolge anche esso in un paesaggio aspro con dure salite e marce forzate sotto il sole, ostacoli e difficoltà che scoraggiano, miraggi che attirano e fanno deviare facendo perdere la strada giusta da seguire. E’questo il cammino in cui l’uomo ritrova continuamente la sua identità: mentre tutto il creato è testimone della bellezza e verità di Dio, lui è l’unico in esso che ha la possibilità  di levare in alto uno sguardo carico di attesa, nella piena consapevolezza che dall’alto gli verrà l’aiuto.  Quando, alcuni anni fa, avevo il compito di guidare i visitatori delle Catacombe di Priscilla, a Roma, mi fermavo volentieri ad illustrare una figura a me particolarmente cara, quella dell’orante. E’ una figura di donna che sta in atteggiamento di preghiera, in piedi, con le braccia aperte, gli occhi volti al cielo, i piedi sembrano leggermente sollevati da terra. Io penso che se l’uomo di tutti i tempi, dalle sue origini fino ai nostri giorni, volesse esibire una sua carta d’identità, dovrebbe far imprimere in essa questa figura. E’ mia convinzione infatti che l’uomo, in quanto tale e per essere tale, è essenzialmente un orante, l’unico che nel creato ha lo specifico compito di tenere un rapporto con Dio attraverso quel dialogo che si chiama preghiera. E’ lui il pellegrino dei Cantici delle ascensioni, è lui che, con la sua verticalità fisica e spirituale, forma il tratto d’unione fra cielo e terra. 
Sion, tempio, cielo:quasi sinonimi, questi tre termini indicano un punto solo, il culmine della nostra esistenza, il punto in cui incontreremo Dio, “faccia a faccia” (1Cor 13,12), e il nostro sguardo incontrerà  il suo splendente di amore, di bontà misericordiosa (hesed), di perdono! 
Non sono fantasie illusorie queste, è la nostra fede, è la nostra speranza, quella fede e quella fanno fare alla nostra vita un salto di qualità, una vera “ascensione” in un’altra dimensione: “già” ascesi, ma “non ancora” arrivati in cima. Penso che la figura del “pellegrino orante”, quale è l’uomo nella sua vera identità,  aiuti in questo cammino di ascesa; penso che per arrivare alla meta, è importante fare le piccole “ascensioni” quotidiane, lasciando la piccola valle  del nostro io con le sue strette  egoistiche vedute di vantaggi e convenienze solo personali, cercando di non farci conquistare, rimanendone prigionieri,  di un mondo sempre più assillato dal “qui ed “ora”, da ciò che si produce, dal potere e dall’avere, ignorando o eludendo sempre più  lo sguardo di Dio. Non parlo di una suprema indifferenza, in cui chiudersi e cercare ignorare; si tratta di trascendere noi stessi  ed il mondo, per acquistare una visione chiara, per rimanere liberi di agire in conseguenza, per vedere tutto alla luce di Dio. Ma per questo abbiamo bisogno di “ascendere” verso le alture, di “levare gli occhi verso i monti da dove ci verrà l’aiuto”, di essere pellegrini oranti. 
Cercherò  di condividere qualche altra riflessione su questo tema nei prossimi articoli.
  
               Il pellegrino orante
( Riflessioni sull’Ascensione del Signore)
                                                                     
Continuando le riflessioni su quella che dal Beaucamp è stata chiamata “la perla del Salterio, cioè la collezione dei salmi 120-134, ne anticipo adesso la conclusione riguardante l’Ascensione del Signore,data l’imminenza di questa festa. Spero di riprendere poi la riflessione su questi salmi delle ascensioni.  
 
Doveva essere questa la conclusione del cammino ascensionale iniziato nell’articolo precedente, perché qui si svela il senso pieno della parola “ascensione”, di cui si è parlato. Ma non si tratta di un’interruzione del percorso, è piuttosto una voluta sosta su un punto più alto per avere una completa visione del cammino già fatto e di quello che resta da fare.                    
 
Con la Festa dell’Ascensione la Chiesa celebra l’esaltazione celeste di Cristo. Il Verbo che “era presso Dio”(Gv 1,1), mandato dal Padre nel mondo per rivelare il suo mistero d’amore, compiuta sulla croce la sua missione, torna in cielo alla destra del Padre. Con questo ritorno presso il Padre, Gesù pone fine alla sua manifestazione sulla terra; ora egli manderà il suo Spirito che lo sostituirà presso i suoi discepoli: “Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra” (At 1,8),     
 
La salita di Gesù al cielo è esplicitamente menzionata in molti passi biblici. Si tratta di un avvenimento che trascende il tempo e lo spazio, è un mistero che non può essere racchiuso entro i limiti di una descrizione storica. L’esperienza sensibile che ne hanno fatto gli apostoli ci viene presentata in Atti 1,9 in modo molto sobrio, e con estrema discrezione :” Detto questo, fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo” segue la dichiarazione di “ due uomini in bianche vesti”: “Questo Gesù che è stato di tra voi assunto fino al cielo tornerà un giorno 
allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”(At.1,11).
 
In questa esperienza concessa ai discepoli acquista molto rilievo il legame che si stabilisce fra la salita di Gesù al cielo ed il suo ritorno sulla terra, legame che lo stesso Gesù aveva evidenziato in modo molto espressivo: “Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io”(Gv 14,2).
                                                                         
Fra la salita di Cristo in cielo e il suo ritorno sulla terra, si svolge la vita della Chiesa: basandosi su questa promessa del suo Signore essa vive nell’attesa del suo ritorno: il suo anelito, il suo respiro nell’attesa della parusia è :” Maranà tha” (Ap 22,17). E’ l’attesa dell’uomo in cammino verso l’incontro con Dio, è l’attesa del pellegrino orante che leva gli occhi verso i monti, verso Sion, verso la Gerusalemme celeste. Ma mentre attende, il cristiano unito al Cristo dal battesimo partecipa già realmente alla sua vita celeste, in modo spirituale e nascosto, partecipa alla sua pienezza, in quanto membro del suo corpo, partecipa al suo corteo trionfale, perché, morto e risuscitato con Lui è vitalmente unito a Lui, come i tralci alla vite, e con Lui trionfa sulle forze del male. Così, pellegrino in cammino sulla terra, se unito a Cristo, passo dopo passo, contribuisce a trasformare il mondo fino a quando sull’orizzonte si profileranno “un nuovo cielo e una nuova terra” (Ap 21,1).
 
“Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra, voi infatti sietemorti e   la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio! Quando si manifesterà Cristo,la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria” (Col 3,1-4). Il cristiano rivestito di Cristo leva gli occhi verso i monti, come il pellegrino dei nostri salmi, perché cerca “le cose di lassù”, ma mentre cammina incontra un mondo che è in tanti modi estremamente bisognoso di Cristo e che invano cerca aiuto in tanti rimedi inefficaci; il pellegrino orante pur non facendosi affascinare dalle cose della terra, pur non rimanendo prigioniero di esse, non si disinteressa del mondo, ma, come il buon Samaritano cerca, di sanarne le ferite e di sollevarlo dalle sue miserie, e sollevandolo lo eleva, lo aiuta a risalire, a rinascere: mostrando il volto di Cristo, lo trasforma. Forse è tutta qui la spiritualità dell’ascensione. Ma si può camminare verso la vetta, si può ascendere,anche se il cammino è spesso faticoso, solo se si è animati dalla speranza di raggiungere la vetta. E la speranza non esiste senza gioia, senza il desiderio di ciò che si ama raggiungere, senza la fiducia. Si tratta di una speranza che ci rende liberi, desiderosi di liberarci dei pesi che possono ostacolare o ritardare il passo, che ci fa poveri rendendoci ricchi, che ci fa vedere lontano ed allarga l’orizzonte della nostra vita.
 
Il vero pellegrino non cammina mai solo. Un piccolo episodio: un nipotino nel giorno della sua prima comunione mi ha confidato:” Sai, zia, quando sono andato in Grecia con i miei genitori, a un certo punto l’aereo è andato oltre le nubi ed ho subito pensato che lì avrei visto Gesù, ma sono rimasto deluso.
 
Ma oggi ho capito che non devo cercarlo lontano, oltre le nuvole, perché Gesù è nel mio cuore!
 
 
 
Di Fausta (del 01/03/2010 @ 12:40:57, in Monastero di Montefiolo, linkato 19 volte)
Quaresima 2010
(articolo per internet)
 
Durante la Quaresima ascolteremo quest’anno, nella celebrazione eucaristica domenicale, il Vangelo di Luca. I due libri di Luca, Vangelo ed Atti degli Apostoli, fanno parte di un unico disegno compositivo, per cui l’uno completa l’altro. Nella persona, non ben identificata, di Teofilo, cui Luca si rivolge all’inizio dei due libri, ognuno di noi può sentirsi direttamente e personalmente interpellato ed esortato a considerare attentamente ciò che Luca vuol dire a noi oggi.
Chi è l’evangelista Luca? Egli sarebbe, secondo le più antiche testimonianze, quel discepolo e collaboratore dell’apostolo Paolo, medico, menzionato negli Atti degli Apostoli (At 16,10; 20,4; 27,2) ed in alcune lettere paoline (Col 4,14; Fm 24; 2Tm 4,11).
Di cultura e di lingua greca, Luca scrive i suoi libri probabilmente fra gli anni 75 ed 85, nella lingua popolare allora corrente nel bacino del Mediterraneo, e li scrive per una   comunità di cristiani provenienti dal paganesimo. La sua personalità ed il suo pensiero si rispecchiano nella sua opera, in cui egli appare persona versatile, spontanea , di delicata sensibilità ed amante della precisione. Per lo stile narrativo fluido, personale,   per le tante sfumature psicologiche, le sue pagine sono d’indiscussa bellezza letteraria; lontana dai tratti marcati e dai quadri pittoreschi di Marco, l’atmosfera che vi si respira è tutta particolare, più interiore. Luca è l’intellettuale di raffinata e vasta cultura che sa mettere la sua cultura e i suoi talenti a servizio della sua fede e della sua missione evangelizzatrice. 
Accanto al letterato c è in Luca lo storico  Ai suoi tempi la prima generazione cristiana, quella degli Apostoli e testimoni oculari, stava per scomparire e non era più possibile ascoltare dalla loro voce i fatti e i detti di Gesù. C’erano altri,“molti” (Lc 1,1), che li narravano a voce o per iscritto, ma forse non tutti in modo veritiero. L’interesse storico di Luca si volge quindi alla ricerca accurata delle fonti più genuine ed all’esposizione fedele ed ordinata di quanto esse tramandano, allo scopo di dimostrare che l’annuncio cristiano si basa solidamente su fatti realmente accaduti. Il suo testo base è Marco. Con alcune precisazioni, alcune omissioni,inserzioni di testi propri secondo il suo intento teologico, Luca riesce a personalizzare, pur rispettandolo, quanto ha ricevuto dalle fonti più sicure, dando così un contributo nuovo alla comprensione di quanto è stato tramandato. Vediamo in Luca un esempio di tradizione intesa come processo vitale in seno alla comunità cristiana, vitale in quanto “cresce la comprensione tanto delle cose quanto delle parole trasmesse” (DV 8). Sulla strada di Emmaus (cfr. Lc 24,13-35) cresce la comprensione dei discepoli sul senso delle Scritture mentre ascoltano il loro compagno di viaggio che le interpreta alla luce degli ultimi avvenimenti storici; la loro comprensione diventa poi più piena nell’esperienza rivelatrice della frazione del pane. C’è in questo episodio tutta la ricchezza del pensiero e del mondo interiore di Luca: la salvezza preordinata da Dio e predetta dalla Scrittura si adempie in Cristo e viene già vissuta dalla Chiesa che è ancora in cammino verso la piena rivelazione e realizzazione di essa; Cristo, racchiudendo in sé passato-presente-futuro, promessa-realizzazione-compimento, è il perenne “oggi” in cui è sempre in atto la salvezza di Dio per tutti gli uomini di tutti i tempi. E’ ben presente in Luca il tema della salvezza universale, così caro a Paolo. L’oggi della salvezza, tipico in Luca, è la realtà dell’amore salvifico di Dio che in Cristo s’innesta nella storia facendone un “luogo” di salvezza e trasformandola in “storia della salvezza”. Con questa sua interpretazione della storia Luca diventa il “teologo della storia della salvezza”.
Centrale nell’opera lucana è la Pentecoste, punto di congiunzione fra il tempo di Gesù e quello della Chiesa. Con questo evento la comunità cristiana è chiamata a testimoniare la presenza di Cristo nella storia, ed è lo Spirito Santo che dà la forza necessaria per tale testimonianza. Questa forza operante, continuamente presente nella vita di Gesù fin dall’inizio come lo è fin dall’inizio della comunità cristiana, è l’elemento portante ed unificatore dell’opera di Luca, che viene perciò chiamato anche l’evangelista dello Spirito Santo. La comunità cristiana deve lasciarsi modellare dallo Spirito, l’artista sempre all’opera per perfezionare il suo capolavoro,rendendolo sempre più somigliante a Cristo, suo modello.
Come “chi ha visto Cristo ha visto il Padre” (Gv 14,9), chi vede la comunità cristiana dovrebbe poter vedere Cristo, perché gli altri credano. Di conseguenza la missionarietà della Chiesa presentata dagli Atti ha la sua prima imprescindibile forma nella testimonianza di vita cristiana. Cosa devono vedere gli altri perché credano? Ce lo indica con inequivocabile chiarezza Luca in At 2,42-47 l’ascolto della Parola, la comunione fraterna, la frazione del Pane, la preghiera comunitaria, la gioia e la semplicità del cuore, sono le caratteristiche della comunità cristiana, i cui membri sono “un cuor solo ed un’anima sola”(At 4,32) e in cui “nessuno di essi è bisognoso” (At 4,34). Vivendo questi valori la comunità cristiana diventa credibile e convincente e si arricchisce di sempre nuovi membri. A questo, nell’opera di Luca, fa seguito l’attività missionaria. Testimonianza cristiana e fioritura missionaria indicano entrambe la vitalità di una comunità animata dallo Spirito.
E’ vero che Luca ci presenta la primitiva comunità cristiana come ideale, ma è pur vero che all’ideale bisogna tendere fiduciosi, vivendo in Cristo, con lo sguardo rivolto a Lui, nostro modello così come ci viene presentato nel Vangelo di Luca.
Suor Beatrice
 
Cristo, hesed del Padre - Riflessionisul salmo 136
 
“E dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi” (Mt 26,30) Così nel suo Vangelo Matteo conclude il racconto dell’ultima cena pasquale di Gesù con i suoi discepoli. Secondo il rituale della pasqua ebraica, si cantava nel banchetto pasquale l’Hallel,cioè quella serie di salmi, dal 113 al 118, che iniziano con l’Alleluia e che venivano cantati nelle grandi feste giudaiche. A conclusione del banchetto si cantava il salmo136, chiamato“grande Hallel”: è questo l’inno cantato da Gesù,dopo aver annunziato il tradimento di Giuda e dopo l’istituzione dell’Eucarestia. E’ un inno solenne di ringraziamento e di lode che veniva cantato da un solista e dal coro.
In questo salmo la storia della salvezza, presentata poeticamente dal salmista, sembra scorrere  come un fiume che sgorga direttamente dalla pura sorgente della bontà di Dio; esso è una preghiera litanica in cui le meraviglie operate dal “ Dio degli dei, dal Signore dei signori, da lui solo”(Sal 136,2-4) sono ricordate, scandite sempre dall’antifona “ perché eterno è il suo amore”, in ebraico: “Ki le olam hasdo”; in quel piccolo monosillabo “ki”, che significa “perché”, è condensata la motivazione di ogni intervento salvifico di Dio nella storia dell’uomo : tutto avviene  perché Dio ci ama. Tutto: creazione estoria, per quanto sfere diverse,scorrono,senza soluzione di continuità, nello stesso alveo di un unico disegno di salvezza, in unica continua meraviglia operata in vista della salvezza dell’uomo. Ricordiamo come anche Paolo, nella sua Lettera ai Romani, ci ricorda che il mondo materiale, creato per l’uomo , partecipa al suo destino (Rm 8,19,21).
Alla creazione, presentata come la prima manifestazione “storica” della bontà di Dio, seguono i due eventi salvifici della liberazione nell’esodo e nel deserto e del dono della terra promessa. L’esodo dall’Egitto occupa la posizione centrale del salmo: qui si manifesta con speciale evidenza la bontà di un Dio che soccorre vincendo con potenza il male che insidia, insegue, opprime, riducendolo in schiavitù, l’uomo di tutti i tempi e di tutti i luoghi: è una dimensione esistenziale che si allarga a tutta l’umanità che richiede continuamente l’intervento soccorritore di una bontà che salva, che è fedele, che fa ritornare l’uomo nella terra promessa dell’amore di Dio. E’ una storia in atto che si sta  realizzando tuttora in noi ed intorno a noi, nel mondo di oggi, nell’oggi della nostra salvezza.                  
Fedele bontà misericordiosa: è questo il leit motiv del nostro salmo ed è uno dei modi di tradurre il termine ebraico “hesed” che ricorre nell’antifona:il salmo 136    potrebbe perciò chiamarsi “salmo dell’hesed”. E’ questo un termine che non può essere tradotto in nessuna lingua, perché non esiste in nessuna lingua un vocabolo di identico significato. Sappiamo che nelle nostre lingue moderne per dire una sola cosa bisogna ricorrere a molte parole, mentre nella lingua ebraica con una sola parola si dicono tante cose. Questo è proprio il caso del termine “hesed” che ricorre spesso nella Bibbia con diversi specifici significati, che riconducono però tutti all’idea centrale di amore fedele. Quando si dice hesed si vuol dire : grazia, affetto, fedeltà, misericordia, compassione, tenerezza, tutti gli aspetti e le sfumature dell’amore .             
Riferito a Dio, questo termine s’incontra per lo più nel contesto dell’alleanza di Dio con il suo popolo; Dio stesso,passando davanti a Mosè sul monte Sinai, proclama: “Il Signore,il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e pieno di grazia e di fedeltà, che conserva il suo favore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione” (Es 34,6.7). Nella sua accezione di fedeltà amorosa all’alleanza, il termine “hesed” si riferisce spesso anche all’immagine dell’unione coniugale chedell’alleanza è simbolo.” Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa, nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore”(Os 2,21). Non solo amorosa, ma anche indefettibile è la fedeltà di Dio: “Con affetto perenne ho avuto pietà di te, dice il redentore, il Signore” (Is.54,8). Ed ancora “Anche se i monti si spostassero e i colli vacillassero, non si allontanerebbe da te il mio affetto, né vacillerebbe la mia alleanza di pace: dice il Signore che ti usa misericordia” (Is 54,10). Accanto all’amore coniugale il termine esprime la tenerezza paterna di Dio per il suo popolo bisognoso di aiuto nel deserto: “Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore; ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia; mi chinavo su di lui per dargli da mangiare” (Os 11,4).   
Alla hesed divina deve corrispondere la hesed dell’uomo, cioè la sua pietà, la sua religiosità, una fiducia incrollabile nell’amore di Dio che si manifesta nell’accettare gioiosamente la sua volontà e nella fedeltà ai due comandamenti dell’amore. Dio vuole che l’uomo sia misericordioso, come lui è misericordioso, ed a questo proposito si mostra particolarmente esigente e severo:” Il giudizio sarà senza misericordia, contro chi non avrà usato misericordia; la misericordia invece ha sempre la meglio nel giudizio “ (Gc 2,13); “ Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro” (Lc 6,36); “Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia” (Mt 5,7)                                 
Oltre che nel rapporto dell’uomo con Dio, il termine hesed è usato nelle relazioni degli uomini fra di loro, per indicare amabilità, lealtà, sincera e disinteressata amicizia, affetto: il piccolo libro di Rut brilla di luce propria nel firmamento della biblica hesed.
Giungendo alla fine del salmo abbiamo una strana impressione: è come trovarsi improvvisamente ad una svolta inaspettata dopo aver percorso un cammino entro i confini della storia d’Israele: l’orizzonte si allarga e lo sguardo si può estendere fino ad abbracciare tutto il mondo, tutta la storia, tutti i viventi. “Egli dà il cibo ad ogni vivente, perché eterno è il suo amore” L’amore di Dio è universale, non conosce confini, tutto ciò che esiste è sua creatura da lui avvolta in un unico sguardo d’amore!
Gesù ha cantato questo salmo alla fine della sua ultima cena pasquale, ma esso in quel momento non era ancora completo: bisognava aggiungere ancora quel divino atto di misericordia che, proprio in Lui e per Lui, in Gesù, si sarebbe realizzato tra poco, quell’evento cui tutti gli eventi salvifici del passato tendevano e verso cui quelli presenti e quelli futuri convergono: cioè il culmine della misericordia di Dio, il sacrificio del Figlio suo sulla croce per la salvezza del mondo. Quali vibrazioni, quali armoniose modulazioni, quale appassionato calore si sprigionasse da quella voce non potremo mai sapere, ci rimane solo il desiderio di ascoltarla un giorno, e la possibilità di cantare con Lui,in Lui, nella preghiera liturgica che rivolgiamo al Padre. Ma  sappiamo che quella voce ha sedato le tempeste, ha guarito i malati, ha risuscitato i morti, ha affascinato le folle. Gesù “è passato beneficando e risanando” ( At 10,38); manifestando in tutte le sue azioni la misericordia del Padre, nel suo cammino terreno è stato il buon Samaritano pronto a soccorrere i miseri che incontrava lungo la strada (Lc 10,37). Nella sua pietà per i peccatori, che in realtà sono i più poveri, ha mostrato il volto del Padre che, “mosso da compassione”(Lc 15,20), va incontro al figlio che si era allontanato e lo accoglie nella pienezza del suo amore ; sulla Croce il suo ultimo respiro è stata la parola “perdono”:”Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34); al malfattore, che nella solitudine estrema della croce si aggrappa alla sua misericordia, Gesù promette la gioia del Paradiso: in quel momento la Compassione crocifissa non può andare incontro al peccatore per abbracciarlo, perché i suoi piedi e le sue mani sono inchiodati, ma trova il modo di iniziare un dialogo, il più bel dialogo d’amore che si possa fare  sulla terra: “ Gesù, ricordati di me quando sarai nel tuo regno”, “In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso”. E’questo il dialogo fra cielo e terra iniziato da Gesù sulla Croce, che sarà espresso dal continuo anelito della Chiesa:” Vieni , Signore Gesù! Maranà tha”, cui farà eco la voce dello Sposo:”Si,verrò presto” ( Ap 22,20).
La Croce è la suprema manifestazione dell’amore di Dio, della sua bontà misericordiosa, della sua hesed. Sulla Croce nasce la Chiesa, bellissima, irrorata dal sangue di Cristo suo Sposo che le comunica la grazia, la sua stessa vita divina :è il dono di nozze che lo sposo fa alla sua sposa suggellando il nuovo patto d’amore. E’ il dono fatto a chi si lascia coinvolgere dal mistero pasquale di Cristo per vivere quotidianamente con Lui la sua morte e risurrezione. Con questo dono egli riceve l’invito, il desiderio e la possibilità di accogliere nel proprio cuore la hesed del Padre incarnata in Cristo, di rivestirsi di essa, degli stessi sentimenti di Cristo (Col 3,5), di quella divina tenerezza che ci fa amare tutti come fratelli, di quella divina misericordia che ci perdona e ci fa capaci di perdonare. Il salmo cantato dal Signore prima di avviarsi verso la Croce, rimane aperto: possiamo aggiungere le meraviglie che Dio continua ad operare anche in noi e unire la nostra voce a quella di Cristo, pieni di gratitudine e di speranza.   La storia della salvezza continua “ perché eterno è il suo amore”!
Suor Beatrice OSB
 
Di Fausta (del 20/02/2010 @ 18:36:38, in Monastero di Montefiolo, linkato 36 volte)

Se ne sentiva la mancanza... a grande richiesta torna Suor Beatrice...

Il mistero dei quaranta giorni
(Un articolo per internet)

Vorrei soltanto condividere alcune mie riflessioni, con parole semplici e dirette, così come spontaneamente si affacciano alla mente.

Lo spettacolo che la natura ci offre in questi giorni non può non colpirci profondamente e farci pensare! Montagne che da secoli si ergevano alte e maestose a dominare estesi paesaggi, precipitano con maggiore o minore violenza, verso le valli. Le valli si appianano, le superbe creste dei monti si abbassano: è come una ritirata, una resa incondizionata e senza resistenza di una potenza che sembrava eterna ed invincibile, una muta e solenne testimonianza di un abbandonarsi a qualcosa che veramente domina su tutte le cose. Gli uomini guardano atterriti, del tutto impotenti davanti a ciò che si offre ai loro occhi: quasi una teofania che affascina e fa tremare. Finalmente pieni di stupore, si fermano a guardare!
 Chi sa quante volte essi sono passati davanti a quei luoghi ora distrutti, indifferenti alla loro bellezza, senza meravigliarsi, senza rimanere toccati dallo splendido miracolo della natura, della vita che fioriva sotto i loro occhi! Attratti da ben altre vedute ristrette entro i confini dell’egoismo, dell’ambizione, del calcolo, tutti presi dalla varie inquietudini di una vita spesso disordinata e priva di senso, non abbiamo più né tempo,né capacità di percepire la bellezza e la verità della natura, e quel senso di mistero che emana da essa, testimone muta e splendida di un mistero che la trascende. Dall’ammirazione derivano la lode, la gratitudine, invece mormoriamo, ci lamentiamo, perché tutto sommato, sentiamo che qualcosa ci manca, ciò che è più importante e che dà senso all’esistenza. L’uomo destinato ad essere il re del creato, lo distrugge, calpesta e uccide la vita, la strumentalizza,si costruisce castelli sulla sabbia mobile dei suoi vili interessi.
All’inizio dei sacramentali quaranta giorni che precedono la Pasqua si presentano alla nostra mente questi pensieri; siamo consapevoli che il mondo si allontana da Dio e ci sentiamo tutti responsabili di questo. Il mondo ha urgente bisogno di tornare a Dio e noi lo dobbiamo portare a Lui con la preghiera e una più chiara e forte testimonianza. Stabilendo un contatto sempre più vivo con Dio apriamo una strada per facilitare il ritorno dell’uomo al Padre. E’ vero che l’uomo è come un povero che possiede tante ricchezze,ma non le apprezza, anzi ne abusa e le distrugge, le dissipa come ha fatto il figliol prodigo, ma è anche vero che ha un tesoro immenso che non potrà mai essere distrutto:è il cuore di un Padre che si strugge di tenerezza per lui, che si commuove se lo vede piangere sulle macerie di una montagna che crolla; è un Padre che ha un grande desiderio: stringere fra le braccia la sua creatura, salvarla, prima che la sua esistenza si sgretoli come quel monte in rovina.
La Quaresima è il tempo forte del ritorno, di un cammino di conversione: si tratta di un cambiamento di rotta, di un voltare le spalle ai vari idoli che si presentano nel nostro cammino, per volgersi all’unico, vero Dio e “amarlo con tutto il cuore,con tutta l’anima, con tutte le forze”(Es 6,4) . Non si tratta di un breve tratto di strada limitato a quaranta giorni: è il cammino di tutta la vita Questo caratterizza il vivere da cristiani, che diventa quindi un “dimorare nella conversione” Non ci sono momenti definitivi in questo cammino, in cui possiamo dire di essere arrivati per sempre in una condizione definitiva di salvezza o di peccato: sarebbe più facile forse vivere in una condizione statica di arrivo definitivo, ma sarebbe un vivere falso fatto di convinzioni sbagliate, di presunzione, di ipocrisia, lontano dagli altri e da Dio, nell’atteggiamento tipico del fariseo! ( Lc 18,9-14). Viviamo nel tempo che nella sua provvisorietà ci riserva tante cose molte volte non dipendenti dalla nostra volontà; siamo essenzialmente poveri,esposti alla fragilità umana, ma, consapevoli di questo, ci apriamo alla nostra unica forza e speranza,all’amore di Dio, alla grazia che continuamente ci aiuta, passo dopo passo, a camminare in una continua conversione. Tutto questo ci fa anche sperimentare l’amore del Padre, esperienza non facilmente descrivibile e che deve   sfociare immancabilmente in un grazie. Si, conversione continua, ma anche continua gratitudine! La vita diventa allora una continua lode a Dio, una progressiva trasfigurazione.
Per indicare questo cammino di conversione mi piacerebbe dire anche “cammino di trasfigurazione”. Nella seconda domenica di Quaresima ci viene proclamato il Vangelo della Trasfigurazione (Lc 9,28-36). Gesù appare ai suoi discepoli nella sua gloria, nella sua identità di Figlio di Dio. Inserita in una riflessione sul cammino quaresimale di conversione, questa immagine ci ricorda che alla risurrezione si giunge attraverso la passione e la morte, che questa è stata la via percorsa da Cristo, ma è anche la nostra, se la percorriamo vitalmente uniti a Lui, come il corpo è unito al capo, come i tralci uniti alla vite. Per l’uomo trasfigurato dal mistero di Cristo celebrato nella liturgia, il dolore, la croce quotidiana, non sono più un angoscioso interrogativo, ma diventano una chiara risposta, talvolta resa paradossalmente gioiosa dal desiderio di assimilarsi a Cristo sulla croce. Così le luci e le ombre, le vittorie e le sconfitte, le varie morti e le risurrezioni, di cui è intessuta la nostra esistenza, trasfigurate in Cristo sulla croce, trovano la loro verità. Gesù che appare glorioso come Figlio di Dio mi fa pensare che anche noi siamo riemersi dall’acqua battesimale con la nostra vera immagine, quella di figli di Dio, immagine che dovrà diventare sempre più chiara, sempre più nitida in una progressiva assimilazione a quella di Cristo. Questo avviene lungo tutto l’arco della vita, in quella continua conversione che ci prepara alla Pasqua ultima, quella Pasqua che non sarà più un mistero cultuale velato dai segni, ma apparirà in tutta la sua splendida realtà di passaggio alla casa del Padre.

Sr Beatrice OSB

 
Di Fausta (del 05/01/2010 @ 12:53:02, in Monastero di Montefiolo, linkato 43 volte)

Un tempo favorevole: spiritualità dell’Avvento

Mi sembra fondamentale per il nostro argomento evidenziare il significato essenziale presente in tutti i tempi liturgici, cioè il mistero di Cristo.
Il mistero di Cristo è il piano salvifico che Dio attua nel tempo, dalla creazione del mondo alla morte-risurrezione di Cristo, e che avrà la sua piena attuazione nella parusia finale, quando “Dio sarà tutto in tutti” (1 Cor 15,28b”. Ogni momento di questo piano include il momento successivo, è come un germe che contiene potenzialmente il tutto, ed il centro di questo tutto è l’evento pasquale. E’ un disegno divino che si dispiega lungo tutto l’arco della storia umana, quindi ogni anno il mistero di Cristo torna ad essere celebrato, non come una ripetizione vuota e sterile, ma come una crescita, un ulteriore passo verso la manifestazione gloriosa del Signore. E’ la storia della salvezza che continua e che per opera dello Spirito Santo si attua in noi. I cosiddetti tempi forti sottolineando marcatamente, ognuno sotto il suo specifico aspetto, ilsignificato pasquale presente in tutto l’anno liturgico, ci fanno vivere l’amore di Dio per noi in Cristo, comunicandocelo nella liturgia propria del tempo.
Anche quest’anno l’Avvento ritorna per porgerci una nuova occasione di salvezza e di ulteriore crescita, un tempo favorevole da non perdere, da non lasciare scorrere invano. Tenere presente il suo significato pasquale, immergerci in esso per parteciparvi con piena disponibilità di cuore, ci aiuterà a rettificare l’aspetto parziale delle cosiddette “devozioni” in cui prevale per lo più il sentimentalismo ed il moralismo, facendoci dimenticare o trascurare l’essenziale. Le quattro settimane dell’Avvento sono una preparazione alla triplice venuta del Salvatore:venuta nella storia in Gesù di Nazareth, nel quale si rivela il volto del Padre, celebrata nella liturgia; venuta nel suo Santo Spirito nei vari momenti della nostra esistenza; venuta gloriosa di Cristo alla fine dei tempi. L’Avvento è tutto caratterizzato da questa tensione, da questo aspettare che il Signore ritorni manifestandosi pienamente nella gloria. “Ora lo vediamo come in uno specchio, ma verrà il giorno in cui lo vedremo faccia a faccia” (1 Cor 13,12)
La spiritualità dell’avvento è pertanto la spiritualità dell’attesa, caratterizzata da tutti gli elementi che rendono viva e palpitante un’attesa.
Si attende con gioia, quasi vivendo in anticipo tutta l’emozione dell’incontro. L’attesa è sempre sostenuta dalla speranza: senza speranza non si può attendere; attesa è quasi sinonimo di speranza. Si attende preparando con tanto amore un ambiente degno di accogliere chi ritorna, un ambiente pulito, ordinato, adorno delle cose a lui gradite, pieno di luce, perché egli possa sentirsi subito a casa sua. In anticipo spalanchiamo le porte, perché egli veda che tutto è pronto e la piena disponibilità ad accoglierlo. Colui che attendiamo è il Signore della nostra vita, l’ambiente da preparare è il nostro cuore che spalanchiamo perché Lui entri e vi dimori per sempre, la luce che illumina il cuore è lo Spirito “ per mezzo del quale gridiamo: -Abbà,Padre!- (Rm 8,15b), e supplichiamo:”Vieni! Maranà tha!”(Ap 22,17). La preparazione del cuore è un movimento di conversione che nei tempi forti diventa più marcato, quasi una loro caratteristica, perché in questi tempi attraverso la Parola di Dio e la Liturgia c’è da parte della Chiesa un forte richiamo ad essa. Ma vorrei puntualizzare che tutta la vita, fino all’ultimo momento, giorno dopo giorno, è tempo di conversione: i tempi forti non fanno che condensare ed evidenziare il senso di tutta la nostra esistenza. La vita di un cristiano è un dimorare nella conversione:egli sa che la vita gli è stata donata per accogliere l’amore illimitato del Padre e ad esso si abbandona, pur riconoscendo la sua miseria, pur convivendo con essa; sa che egli nulla può senza questo amore davanti al quale cade ogni autogiustficazione ed ogni illusione di efficientismo, che deve semplicemente rimanere nella verità,ammettendo umilmente il suo peccato per aprirsi alla grazia di Dio, pieno di speranza ed abbandono: come un bambino che consapevole e rammaricato di aver fatto un danno, si rifugia fra le braccia del padre e gli dice tutto, sicuro che il suo papà porrà riparo a tutto. In questo Avvento la triplice venuta di Gesù ci mette in causa: è un tempo favorevole per aprirci alla grazia di Dio e diventare quel meraviglioso uomo-pasquale che incessantemente muore in Gesù e risuscita con lui. Ci guiderà in questo cammino la stella della fede, ci aiuterà la preghiera, nel silenzio esteriore ed interiore accoglieremo la Parola, che vuole venire e vivere nel nostro cuore.

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Vivere il mistero del Natale

Abbiamo vissuto l’Avvento come un tempo forte di tensione verso il Natale. Se volessimo vedere in questa tensione un aspetto esclusivamente esistenziale, potremmo cogliere nelle invocazioni di questo tempo liturgico un anelito che è da sempre nell’uomo, un’aspirazione alla felicità, ad uno stato cioè di appagamento totale ed assoluto del proprio essere. Ciò è stato inteso anche come una nostalgia latente nel profondo dell’uomo, la nostalgia di un paradiso perduto. La questione è che molto spesso non si sa precisamente in che cosa consista questa felicità e per quali strade raggiungerla.
Il limitato orizzonte umano si rischiara e si allarga davanti a chi vive nella dimensione di una fede che va oltre i limiti del sentire dell’uomo e dei suoi chiusi sistemi di pensiero. Un cristiano che crede fermamente in un Dio che è Padre e che lo ama immensamente, sa con certezza chi è colui in cui crede, sa che la sua speranza di una felicità promessa da un Dio fedele non sarà delusa, conosce la via sicura per raggiungerla perché lo stesso Padre gliela indica, ha la possibilità di pregustarla in una vita di fede chiara e sicura e di abbandono fiducioso in Dio. Per questo oggi trova profonda eco nel cuore di chi fermamente crede l’annuncio che l’Angelo rivolge a tutti gli uomini : “Vi annuncio una gioia grande: oggi è nato per voi il salvatore, che è il Cristo Signore “ (Lc 2,10). Oggi chi ha fede fa l’esperienza di una gioia profonda, essenziale, mentre il chiarore di una grande verità invade il suo cuore: si tratta di un’esperienza tutta interiore che non è frutto di ragionamenti o di ricerche filosofiche o teologiche, ma che gli giunge attraverso quelle che Pascal chiamava “le vie del cuore”, è quella gioia, dono dello Spirito, che fa pregustare la felicità promessa.
Se m’indugio a parlare della fede è anche perché in questo giorno di Natale noi ci troviamo davanti ad una sproporzione enorme tra la grandezza dell’annuncio e l’esiguità del “segno” dato ai pastori:” un bambino avvolto in fasce e giacente in una mangiatoia” (Lc2,12), e ciò implica un’adesione di fede! I pastori, gente molto semplice, non discutono, non dubitano. Sentono che qualcosa di grande che supera ogni intendimento umano sta succedendo, sanno che Dio è più grande degli uomini, al di là di ogni aspettativa umana è un Dio che stupisce, che riserva delle sorprese. E noi oggi ci allineiamo a coloro che in quella notte santa andarono ad adorare quel Bimbo giacente nella mangiatoia. E’ la nostra fede cristiana: nelle piccole cose si rivelano le grandi, nelle semplicissime esperienze della fragilità e povertà umana è il mistero della presenza di Dio. La fede opera meraviglie, fa che lo spessore della materia diventi trasparenza e il tempo e lo spazio svaniscano. E’ così che contemplando questo Bambino nella mangiatoia ci accorgiamo che la bellezza del suo volto è trasparenza di una divina bellezza interiore: egli porta dentro di sé un mistero, il mistero dell’immenso amore di Dio per noi, di un Dio che si annienta, si fa carne per divinizzare la carne, assume la natura umana per farci partecipi della natura divina!
Ma mentre contempliamo la serena e ridente bellezza di questo Bambino, vediamo delinearsi sullo sfondo la Croce! “Venuto nella carne” (1Gv 4,2; 2Gv 2,7) vuol dire venuto nella realtà terrestre fragile,effimera, distinta dal mondo celeste e spirituale, vuol dire accettare di nascere, crescere e morire, partecipare a tutto ciò che la condizione umana comporta nella sua storia. Questo “farsi carne” vuol dire anche passare attraverso la morte e la morte di croce. Non avrebbe senso parlare dell’Incarnazione senza parlare della Croce: i due eventi sono un unico mistero, il mistero di Cristo, di cui l’Incarnazione è il punto di partenza. Col natale di Cristo nasce l’uomo nuovo, perché l’amore del Padre non si limita a rimettere l’uomo nello stato del primo Adamo, non fa il restauro di una vecchia immagine sbiadita e deturpata, ma lo adotta come figlio, lo fa suo figlio in Cristo. Da ora in poi, poiché il Verbo si è fatto carne, deve portare Cristo dentro di sé, deve viverlo nella sua carne,, perché lo Spirito di Cristo è in lui. Deve essere un figlio di Dio che rispecchia il volto di Cristo e lo manifesta agli altri, non per una insignificante imitazione esteriore, ma perché Cristo vive in lui; questa nuova vita interiore si manifesta nel suo modo di essere, lo modella facendogli assimilare gesti e parole della persona amata, il messaggio di umiltà e di povertà, di mitezza, di perdono e di pace che promana dalla grotta di Betlemme. Chi è l’uomo? Che senso ha vivere? Questi interrogativi hanno attraversato la storia del pensiero umano. “Cristo, rivelando il mistero del Padre e del suo amore, svela pienamente l’uomo all’uomo e gli fa conoscere la sua altissima vocazione.” (GS 22). L’uomo è figlio di Dio in Cristo! Questo è l’uomo, questa è la sua identità. Quale promozione umana, quale più grande auto-realizzazione per l’uomo? Qui egli trova la sua integrità, la pienezza della sua vita, il senso del suo vivere. Natale è epifania di Dio in Cristo suo Figlio e in Cristo è epifania dell’uomo. C’è in questa, come in tutte le epifanie, un aspetto fascinoso e tremendo. Ci affascina, ci stupisce, ci riempie di meraviglia sempre nuova, di immensa gratitudine, l’amore immenso di Dio, ma ci fa tremare la risposta che l’uomo deve dare. Nell’ascoltare Dio che lo chiama suo figlio, l’uomo dovrebbe rimanere senza parola, balbettare, come è avvenuto spesso nella storia delle grandi vocazioni. “Riconosci, cristiano, la tua dignità!”. Ogni volta che a Natale risuona nella Chiesa questo solenne richiamo di Leone XIII, non si può rimanere indifferenti: la possente voce di questo grande Papa ci scuote, ci richiama ad una sempre maggiore consapevolezza e responsabilità. Essere figli di Dio significa vivere il Cristo, vivere come membra del suo corpo che è la Chiesa, significa essere in comunione fraterna con gli altri figli dello stesso Padre, significa essere operatori di quella pace annunziata dal coro degli Angeli nella notte di Natale: non una pace fraintesa o malintesa, non una pace falsa, finalizzata al benessere di pochi fatta di compromessi per egoistici motivi d’interesse, non relativa, intesa come non-guerra, ma una pace assoluta, fatta di un armonioso rapporto dell’uomo con Dio, con se stesso, con gli altri, con la natura. Il mistero del Natale è anche mistero di rinnovamento del cosmo con la reintegrazione dell’universo nel disegno del Padre. L’Incarnazione è come la forza incentivante di un comune cammino universale verso un unico punto, Cristo, che ricapitolerà in sé tutte le cose “quelle del cielo e quelle della terra” (Ef 1,10). E in questo cammino l’uomo,figlio di Dio, deve collaborare col Padre con quella vera fede capace di muovere le montagne, con quella fede operante che incarna l’amore del Padre. Se l’uomo risponde alla sua alta vocazione trova quella felicità che cerca mentre per la sua fede il mistero del Natale continua ad attraversare la storia. “Beati voi che avete udito e creduto: ogni anima che crede concepisce e genera il Verbo di Dio! ( S.Ambrogio, Commento su S.Luca)

Suor Beatrice

 
Di Fausta (del 05/01/2010 @ 12:48:40, in Monastero di Montefiolo, linkato 23 volte)

La Liturgia delle Ore (1)

Introduzione. Vorrei condividere con voi alcune riflessioni su quella parte della preghiera liturgica chiamata Liturgia delle Ore. Per quanto riguarda la Liturgia è facile che l’interesse s’incentri sulla celebrazione eucaristica, e questo si capisce: la morte e risurrezione di Cristo, di cui propriamente sacramento è l’Eucaristia, costituiscono l’avvenimento centrale del cristianesimo; l’Eucaristia è culmine e fonte della preghiera liturgica e della vita cristiana. Anche con la liturgia sacramentaria abbiamo più facilmente occasione d’incontrarci: battesimi, prime comunioni, cresime, matrimoni,sacramento del perdono, sono frequenti occasioni d’incontro nell’ambito in cui viviamo ed occasioni di riflessione e di catechesi. Ma è bene approfondire sempre più il significato e l’importanza della Liturgia delle Ore, che è precisamente quella preghiera che prolunga durante tutta la giornata l’azione salvifica del sacrificio di Cristo celebrato nell’Eucaristia. Infatti, se vogliamo ben comprendere il significato della Liturgia delle Ore, dobbiamo tenere ben fermo che essa è la preghiera della Chiesa che è unita a Cristo con la stessa intimità che unisce la sposa allo sposo, il corpo al suo capo. La Chiesa prega, ma in lei prega lo Spirito di Cristo, che, proprio per il sacrificio che Cristo ha offerto sulla Croce, è stato infuso nei nostri cuori; quella vita divina che per noi si è sprigionata dal Sacrificio di Cristo viene infusa in noi mediante i Sacramenti che c’inseriscono sempre più in Cristo. Nella Liturgia delle Ore Cristo continua a rivolgere al Padre, insieme con la Chiesa, la sua offerta già fatta sulla Croce e la sua preghiera. La Liturgia delle Ore è irradiazione della celebrazione eucaristica, sgorga da essa, in essa Cristo continua a pregare con noi durante la giornata. Detto con parole semplici: se noi avessimo per un istante lo straordinario dono di vedere con i nostri occhi di carne, non mediante la fede, la realtà che si nasconde dietro il velo del segno liturgico, noi, durante la recita del Vespro o di altra Ora liturgica, vedremmo il nostro Signore Gesù Cristo presiedere in persona la nostra assemblea! E’ il sacramento del Mistero di Cristo!
Fermiamoci un momento a considerare più da vicino questo mistero che ogni giorno ci viene offerto di contemplare e di vivere.

La Liturgia delle Ore (2)

Simbolismo della luce. Per il nostro tema merita particolare attenzione il simbolismo della luce, che si accompagna in primo luogo al corso del sole. Il grandioso fenomeno naturale rappresentato dal cammino del sole ha sempre impressionato l’uomo. “Dio Sole invincibile – Sol invictus – “: così lo chiamavano i Latini: con questo nome veniva onorato soprattutto il Dio Mitra. Nell’antico Oriente il sole era simbolo di giustizia. Così ce ne parla il Salmo 19, dove la grandiosità del creato celebra la gloria di Dio: “Là pose una tenda per il sole / che esce come sposo dalla stanza nuziale / Esulta come prode che percorre la via. / Egli sorge da un estremo del cielo / e la sua corsa raggiunge l’altro estremo: / nulla si sottrae al suo calore” (6.7). Con tremenda maestà il sole dispensa luce e calore, risveglia la vita e la uccide, dona la luce e rende cieco l’occhio troppo ardito. Nessuna meraviglia quindi che dapprima gli orientali e, dopo,anche i popoli del Mediterraneo, vedessero nel sole la più alta divinità. Fra questi popoli tale modo di pensare influirà anche sul modo di pregare. La splendida luce del mattino risveglia vita, gioia ed ardore di lavoro. Perciò per gli antichi orientali, il punto da cui il sole nasce di venne simbolo del divino, infatti quando si pregava si stava rivolti verso oriente. Anche i primi cristiani pregavano rivolti verso oriente, in piedi, le braccia alzate, gli occhi al cielo: è questa la figura dell’orante che così spesso incontriamo nelle catacombe. Oltre che il mattino, anche la sera divenne un momento dedicato alla preghiera, e le fasi intermedie del corso solare assunsero nel culto una loro importanza.
La Chiesa ed il sole. La Chiesa ha assunto queste concezioni pagane purificandole. Per la Chiesa non è il globo solare il vero dio, ma esso è il simbolo della luce e della vita che Cristo è venuto a portare nel mondo, come lui stesso ha detto: “Io sono la luce del mondo” (Gv 8,12). In conformità al corso quotidiano del sole, simbolo del sole spirituale che è Cristo , è l’Ufficio divino quotidiano ( Opus Dei) che viene chiamato Liturgia delle Ore. Con questo la Chiesa conferisce nuova bellezza al corso naturale, perché lo spiritualizza e la natura assurge a simbolo del divino nella preghiera e nella spiritualità cristiana. E’ bello contemplare la natura per contemplare la bellezza di Dio; l’uomo è, nel progetto di Dio,signore della natura, non per distruggerla, ma per coinvolgerla e farsene voce nella lode a Dio: questo avviene precisamente anche nella liturgia.

Laus perennis. C’è un altro punto da sottolineare: quello della preghiera incessante, di cui abbiamo già parlato in articoli precedenti. Ricordiamo la parola del Signore in Lc 18,1: “Pregate sempre senza stancarvi”, esortazione che troviamo spesso nel pensiero paolino: in 1Ts 5,17 l’Apostolo ci esorta: “Pregate incessantemente”, ed insiste su questo tema anche nelle altre sue lettere. E’ un’esortazione che ha esercitato un grande influsso nella spiritualità cristiana. Come adempie la Chiesa questo comando di pregare sempre, senza sosta? Anche se è vero che in Cristo suo sposo, con Lui e per Lui, la Chiesa prega incessantemente, è pur vero che nel culto esterno l’esortazione a pregare incessantemente non può realizzarsi. Tuttavia la Chiesa la realizza veramente. Come? Secondo un’antica concezione, quando un fatto ritorna e si ripete, secondo un ritmo regolare, sempre uguale, si realizza una specie di eternità terrena. Nelle catacombe, ad esempio, sono raffigurate le stagioni: esse non sono un elemento decorativo, ma piuttosto, con il loro corso che sistematicamente si ripete, con la loro perenne rinascita, sono simbolo d’eternità. Quindi la Chiesa, pregando ogni giorno, sempre alle stesse determinate ore, secondo un ritmo regolare sempre uguale a se stesso, realizza la preghiera incessante raccomandata dal Vangelo e dall’Apostolo. Queste Ore, poi, seguono il cammino del sole, sempre secondo l’idea che il sole è simbolo di Cristo. Questa è la Liturgia delle Ore, la laus perennis, la lode incessante che la Chiesa rivolge a Dio.

La Liturgia delle Ore (3)

Significato storico. Oltre ai suddetti significati, le Ore liturgiche hanno un significato storico perché esse corrispondono ad avvenimenti della vita terrena di Gesù. L’ora delle Lodi si celebra al sorgere del sole, che è già un’immagine parlante del Signore che risorge da morte e che è l’ora in cui realmente avvenne la Risurrezione; l’ora Terza è l’ora in cui lo Spirito Santo discende sugli Apostoli riuniti nel Cenacolo; l’ora Sesta corrisponde all’ora in cui Gesù fu affisso alla Croce, ma è anche, secondo un,antica tradizione, l’ora della sua ascensione, e quindi il punto meridiano della sua vita; l’ora Nona ricorda l’ora in cui il Signore morì sulla croce.
Corso e struttura. Questa liturgia quotidiana comincia con i Vespri del giorno precedente, per un motivo molto semplice: il giorno per l’uomo dell’antichità non cominciava a mezzanotte, momento che si può stabilire in base alle indicazioni di un mezzo tecnico come l’orologio. Invece il giorno finiva secondo le indicazioni naturali, cioè col tramonto del sole, e con ciò stesso cominciava l’altro giorno. L’Ufficio divino che si celebra verso il tramonto (vesperus,esperia:sera) appartiene quindi al giorno che sta per finire e tuttavia ci introduce già al giorno successivo. Per questo motivo il Vespro appartiene almeno in parte e, nelle ricorrenze più importanti nella sua totalità, alla celebrazione liturgica assegnata al giorno seguente: ecco perché il sabato ci sono i primi Vespri della domenica, le cui antifone e letture ci introducono già nella liturgia domenicale. Così,ad esempio, i primi Vespri del Natale introducono il nostro spirito nella festa del giorno seguente. .i nostro spirito giorno seguente seguente . Quando il sole si avvia al tramonto, la sua luce è più delicata e si diffonde, con la dolcezza propria di quest’ora, sulla terra stanca dopo una giornata di lavoro. Il tempo del tramonto è straordinariamente adatto a risvegliare nel cuore dell’uomo un desiderio di pace, di armonia, di unità. Gli antichi immaginavano che nelle regioni dell’occidente, dove il sole s’immerge nel mare,finisse il mondo ed incominciassero il regno dei morti e le regioni del paradiso. Anche il cristiano pensa al termine delle fatiche del giorno e ad una luce che non tramonta mai. S.Ignazio di Antiochia,martire, nella sua Lettera ai Romani, parlando del tramonto del sole, dice :” Cosa bella è tramontare al mondo per salire a Dio” Con questo spirito la Chiesa celebra i Vespri.

La Liturgia delle Ore (4)

Struttura. Ogni Ora liturgica incomincia con l’inno. C’è in ogni inno una ricchezza di significato e di sentimenti che inonda l’animo all’inizio di ogni Ora: subito ci si sente trasportati nel clima della celebrazione. Basti ricordare l’inno maestoso del Natale “Jesu Redemptor omnium! – O Cristo, redentore universale !” A quali altezze ci porta il gregoriano in questi inni! E quanti spunti di meditazione ci offre l’inno del Vespro di Pasqua, che con tanta dolcezza ed interiorità sa unire il mistero pasquale all’eucaristia che ne è propriamente il sacramento ed è il primo cibo dei battezzati! “Preparati per il pasto dell’Agnello, vestiti di bianche vesti, col Mar Rosso ormai alle spalle, vogliamo cantare a Cristo, nostro Signore!”:
un’onda di vittoria e di liberazione si sprigiona da quest’inno, si leva come un mormorio lieve e sommesso dalla tomba dei martiri vittoriosi, per diventare man mano sempre più forte, sempre più possente, inno della moltitudine dei credenti di tutti i luoghi, di tutti i tempi, di un esercito immane che ha come vessillo una Croce!
Nel tempo pasquale seguono altri inni stupendi, come quello dell’Ascensione tutto pervaso di gioia, d’amore, di speranza e nostalgia, e quello di Pentecoste che ci fa sentire il soffio dello Spirito, potente come ali d’aquila e lieve come volo di colomba.
In tutte le ore liturgiche, all’inno seguono i salmi preceduti da singole antifone che collocano ogni salmo in una luce specifica. I salmi sono la parte essenziale della Liturgia delle Ore. Essi immergono l’anima nel mondo della contemplazione; chi potrebbe esprimere con parole tutta la profondità della preghiera contemplativa dei salmi? Non esiste alcuna situazione spirituale che non trovi nei salmi la sua espressione: dal più profondo dolore fino alla gioia della personale esperienza del divino, dalla supplica alla lode. Mentre preghiamo i salmi, ciò che essi contengono, il rapporto con Dio che essi esprimono, diventano nostro possesso personale.
Cassiano, il famoso maestro di spiritualità monastica, dice che dovremmo recitare i salmi, come se fossimo noi stessi a comporli mentre preghiamo.
L’esempio più alto ci viene da Gesù che, sulla croce, in uno stato di profondo abbandono spirituale, elevò il suo grido al Padre servendosi delle parole del salmista.
I salmi dovrebbero essere essere recitati in modo pacato ma fluente e, se cantati, la melodia dovrebbe essere semplice e gradevole, tale da creare un clima di tranquillità. Gli otto toni del gregoriano danno la possibilità di scegliere un tono adatto a conferire al salmo una nuova e specifica coloritura. Il clima liturgico deve essere tale da far penetrare nel cuore il mistero che la liturgia celebra.
Dai salmi si passa ad una breve lettura biblica che induce alla meditazione della Parola di Dio: nella liturgia la Sacra Scrittura acquista vita nuova. Incastonata nel contesto liturgico del giorno, la Parola di Dio riceve la sua attualizzazione illuminando il significato del nostro vivere quotidiano. Punto culminante del Vespro è il cantico del Magnificat: qui al tramonto di ogni giorno, la preghiera trova la sua più eloquente espressione, qui c’è il mistico abbandono nelle profondità divine, qui la dedizione di un cuore umile al volere di un Dio misericordioso, qui un’anima piena di gioia ringrazia il Signore per tutto quello che egli ha fatto in conformità alle sue promesse. “ E il mio spirito esulta in Dio mio salvatore!”. Seguono le implorazioni, quindi ci si rivolge a Dio con la preghiera che il Signore ci ha insegnato : -Padre nostro,che sei nei cieli!-
dove ritroviamo quell’abbandono filiale e quella gioia che abbiamo sentito vibrare nel Magnificat. Con l’orazione finale si conclude ogni Ora liturgica.

La Liturgia delle Ore (5)

Preghiera nel silenzio della notte. Quando il sole scompare e sopraggiunge la notte, le fatiche del lavoro quotidiano sono ormai terminate. Non si né disturbati da un mondo esteriore, c’è silenzio: le stelle brillano in cielo, ma il loro cammino è silenzioso, la loro luce mite, dolce non abbagliante: c’è quasi un riflesso di eternità che rifulge, il tempo sembra che si sia fermato. I Romani chiamavano la notte profonda “intempesta”, cioè “fuori del tempo”. Già i pagani preferivano il tempo notturno per i riti religiosi. I riti misterici, mediante i quali si sperava di raggiungere l’unione con la divinità, venivano celebrati di notte, e durante la celebrazione soltanto la luce poco sicura di una fiaccola illuminava ogni tanto la scena, ma al temine sfolgorava la luce del mistero e annunciava la presenza della divinità.
Anche la Chiesa celebra i suoi più grandi misteri, l’Incarnazione e la Risurrezione, nel silenzio misterioso della notte, con la veglia di Nata
le e la Veglia di Pasqua; anzi ogni solennità di notevole importanza
e la Veglia di Pasqua; anzi, la Chiesa prepara ogni solennità di notevole importanza con una veglia notturna , detta con termine latino “vigilia”. Già i Greci conoscevano una celebrazione che comprendeva la notte intera e la chiamavano “pannuchis”, e la Chiesa del tempo antico nella notte precedenti le feste principali vegliava l’intera notte alternando preghiere, canti e letture sacre. Nella notte di Pasqua gli antichi cristiani attendevano il ritorno di Cristo. Uno dei primi autori cristiani, Lattanzio, così ce ne parla: “Il significato di questa notte è duplice: in essa egli, il Signore dopo la sua passione è ritornato alla vita, più tardi egli in essa ritornerà per avere il dominio su tutta la terra”
Questa celebrazione notturna è rappresentata oggi nella preghiera della Chiesa da quell’Ora liturgica che si chiama Ufficio delle Letture. Era chiamata “Mattutino” perché si celebrava nelle prime ore del mattino; adesso si celebra in un’ora da scegliere fra i Vespri ele Lodi del mattino seguente. Di particolare importanza in quest’ora, accanto alla Sacra Scrittura, la lettura dei Padri della Chiesa, che per la dottrina e per l’alta spiritualità che la distingue, ci offre una ricchezza da non perdere.
Si tratta di una grande miniera di allegoria, di teologia, di esegesi, di saggezza pratica, di ardore mistico: pagine di cultura raffinata e di cristianesimo vissuto, che anche nella forma raggiungono spesso una perfezione classica.

La Liturgia delle Ore (conclusione)

Durante il giorno. .L’oscurità della notte è terminata, la luce si annuncia col primo chiarore del mattino; le stelle impallidiscono e soltanto la stella del mattino rifulge ancora col suo mite splendore. A questo punto inizia la liturgia dell’alba chiamata Lodi. Di fatto l’anima è pervasa da un sentimento di gratitudine e di lode; è come se voglia risvegliare il creato per invitarlo a questa lode, per dirgli che il sole della giustizia è vicino. Mentre l’aurora tinge il cielo di rosso, la Chiesa prega: “ Possa in questo momento, come vera aurora, sorgere il Figlio unito al Padre”. Ed ecco sorge finalmente, come eroe vittorioso, il sole: come Cristo, dopo la lunga notte di morte, si alzò dal sepolcro, sfolgorante di luce. In questo momento la Chiesa intona il cantico di Zaccaria, il canto alla redenzione operata da Cristo:

Benedetto il Signore Dio d’Israele

Un sole che sorge dall’alto
viene a visitarci
per illuminare coloro
che siedono nell’oscurità
e nell’ombra di morte,
per guidare i nostri passi
sulla via della pace

E’ un cantico ricco di forza virile adatto all’inizio di un giorno operoso, mentre il Magnificat dei Vespri è più teneramente femminile, ricco di caldo sentimento.
Poi il sole si fa sempre più ardente, ma è proprio questo calore che fa maturare i frutti. Le ore Terza,Sesta e Nona hanno un carattere implorativo: si chiede nuovo impulso per affrontare le fatiche del giorno. I salmi usati in queste ore fanno parte dei cantici delle ascensioni: erano salmi che i pellegrini ebrei che si recavano a Gerusalemme, in occasione delle grandi feste, cantavano salendo i gradini del tempio. La Chiesa, pellegrina anch’essa, li canta ogni giorno: comprendono i salmi da 120 a 134, ed è bello rileggerli attentamente ogni tanto e meditarli, perché c’è in essi tutta la spiritualità del cammino. E’ un cammino irto di ostacoli, ma anche fiorito di speranze, in cui scoraggiamenti e slanci di entusiasmo, soste e riprese si alternano, nel desiderio di arrivare alla meta, a Gerusalemme. E la nostra esistenza, la nostra giornata! Per entrare un attimo nel vivo della liturgia, fermiamoci ad esempio su due di questi salmi che la Chiesa canta ogni giorno a Nona. Nel salmo 127 vediamo il pellegrino giungere a Gerusalemme: egli vede il tempio in ricostruzione: un cantiere di lavoro. Gli uomini spendono energie e denaro perché il tempio è il centro spirituale d’Israele. Tuttavia qui c’è un triplice “invano”. Il pellegrino, un po’ ironico, pensa: Si, tanto lavoro, ma è inutile se non è il Signore che costruisce. Il pellegrino non disprezza, no, l’impegno, la fatica degli uomini; soltanto dice che ciò che conta è che chi dà quello che occorre è il Signore. Noi da soli non possiamo fare nulla! E’ quell’abbandonarsi fiducioso nelle mani di Dio, perché l’iniziativa è e rimane sua! Ricordiamo che è stato Salomone a ricostruire il tempio. Nel capitolo 3 del primo libro dei Re, Salomone, appena intronizzato, si ritira presso il santuario che è ancora una tenda, e passa la notte lì. Nel sonno ha un sogno e in esso chiede a Dio la sapienza del cuore. Nel secondo libro di Samuele leggiamo che quando Salomone nasce gli viene dato il nome di Iedidia, che vuol dire: amico di Dio. Salomone, l’amico di Dio, attraverso il sogno ha ottenuto la sapienza del cuore e sarà lui il sapiente costruttore del tempio, perché è colui che vive in obbedienza all’iniziativa di Dio, diviene strumento nelle mani di Dio per un’impresa colossale come fu la costruzione del tempio. Salomone non è un uomo disimpegnato, astratto; ma è sognatore, in quanto a occhi chiusi, potremmo dire, come amico del Signore è pronto ad aderire all’iniziativa del Dio vivente. Il Signore lo trova docile, trasparente, discreto, e da questo gli deriva una grande capacità operativa. Beato l’uomo che si affida alla gratuità della provvidenza divina! E’ la fiducia in un Dio che tiene nelle mani il futuro!
Il salmo continua:”Dono del Signore sono i figli”. I “figli” qui significano le generazioni che verranno, la storia futura: in ebraico essi sono :Nahalàt Jawe (JHWH) = eredità del Signore, ed è questo il termine che significa la terra promessa. Ciò vuol dire che i figli servono ad assicurare la terra promessa . Essi sono “frecce appuntite”, metafora per dire che con i figli forti un padre,come un “eroe”, può affrontare la vita.
Sembra un paradosso, ma è cosi: se dormiremo e sogneremo, nel senso indicato dal salmo, daremo frutto. Dobbiamo imparare a “sognare”,cioè a dare dentro di noi tanto spazio all’iniziativa divina, alla gratuità della sua provvidenza.
Il salmo 128 è una prosecuzione ideale di quello precedente.Qui si parla di un uomo attivo che cammina per le “sue” vie; il quotidiano cammino è affrontato con pazienza, ma sono vie “sue”,sono le vie di Dio. Per l’uomo che teme il Signore il quotidiano è il luogo dell’incontro con Dio ed è l luogo in cui tutto è dono di Dio.

Dopo queste riflessioni sulla Liturgia delle Ore, più forte diventa in noi la convinzione che, se ci concediamo una pausa per dedicarla a questa preghiera, noi non togliamo niente alle nostre attività, anzi è in quei momenti che acquistiamo forza operativa; sono momenti di
“sogno”, sono squarci di luce che illuminano il nostro quotidiano e permettono al Sole di giustizia di entrare nella nostra esistenza per farci continuare il nostro cammino con forza e gioia.

Sr. Beatrice OSB

 
Di Fausta (del 05/01/2010 @ 12:44:38, in Monastero di Montefiolo, linkato 69 volte)

Visita a un monastero Benedettino
Montefiolo – Casa della Risurrezione

Silenzio e Parola

Uno dei tanti bei chiostri benedettini ci accoglie: armonia di linee, gioco di luci e di ombre ,verdi aiuole si offrono al nostro sguardo sguardo attraverso le arcate; e ci troviamo d’un tratto immersi nel silenzio. Il rumore, il frastuono ce li siamo lasciati alle spalle. Qui regna il silenzio, perché qui ci sono coloro che hanno sentito il bisogno di far tacere, dentro di loro e intorno a loro, qualsiasi voce o rumore che possa disturbare o interrompere questo silenzio; dentro di loro: rumore spesso confuso di sentimenti e pensieri, di inutili e spesso evasive aspirazioni;
intorno a loro: il frastuono di varia provenienza della vita di oggi. S. Benedetto dedica un bel capitolo al silenzio nella sua Regola: esso è un habitus, uno spirito (taciturnitatis gravitas), dettato dal desiderio di far tacere se stesso (quindi dall’umiltà), per ascoltare (obbedienza) una sola, unica parola: Cristo, parola eterna del Padre. Anche soltanto per percepire la voce che chiama e che ci indica la via da seguire, c’è bisogno di spazi e tempi di silenzio; come fanno a capire questo quei giovani che sono sempre dispersi fra mille voci? IL silenzio è questa ten-sione di ascolto: un silenzio non vuoto, ma pieno di questa Parola; siamo nel chiostro (claustrum, da claudere), luogo chiuso ad ogni altra voce, ma tutto aperto alla voce “dall’alto”. Ecco perché quando, percorrendo il chiostro, scorgiamo la bianca, maestosa statua di S. Benedetto, ci volgiamo a lui, come al padre che ci aiuta in questa vita di ascolto. Ci mostra un libro aperto, su cui si vde a grandi caratteri: “AUSCULTA, FILI” (Prol. 1). E a questo punto potrei dire che è tutta qui la vocazione benedettina. Ausculta: è il Padre che c’invita nad ascoltare la voce divina; non ci chiama ad altro: il monaco è colui che è stato chiamato a stare in perenne ascolto della parola di Dio. Ricordiamo:Dio così convocava il suo popolo :”Ascolta, Israele!”: il monaco è colui che rimane convocato per sempre alla presenza di Dio, per ascoltarlo. S. Benedetto continua: ”Inclina aurem cordis tui” : Tendi l’orecchio del tuo cuore! (Prol. 1). “Bisogna qui ricordare che S.Benedetto vuole dare al termine “Ausculta” tutto il significato biblico che questa parola ha : udire,accogliere nella fede questa parola ed agire in conseguenza, obbedire ad essa.Audire è obaudire: un ascolto quindi che coinvolge tutta la vita,che ci fa vivere in un determinato modo invece che in un altro. E S.Benedetto mostra appunto nella sua Regola una via, un modo concreto di ascolto: chi dallo Spirito si è sentito attratto ad entrare in un monastero, se veramente vi è stato chiamato da Dio, deve poi acquistare la convinzione ferma che è questa la sua via. Ci sono tanta vie, ma ognuno di noi è veramente a posto quando è sulla sua via. Ecco perché a chi chiede di entrare a far parte di una comunità monastica si legge dopo un periodo di due mesi, per intero, questa Regola e gli si dice: “Ecco la legge sotto la quale desideri prestare servizio: se puoi osservarla, entra, se invece non puoi sei libero di andartene” (RB LVIII). Se egli persiste, dopo sei mesi gli si rilegga la Regola, perché sappia a che cosa si prepara. Se persevera ulteriormente, dopo quattro mesi gli si rilegga ulteriormente la stessa Regola. Intanto deve dimostrare anche che egli cerca veramen te Dio, che è pronto all’Ufficio divino, ad obaudire. Se poi, dopo aver seriamente riflettuto, prometterà di osservare tutto quanto, allora sia pure accolto nella comunità”. E così intanto, dopo aver sostato nel chiostro, entriamo anche noi in questa Casa.

Vita in Cristo

Dopo la sosta nel chiostro entriamo in casa. Qui andiamo prima di tutto nell’oratorio. Esso deve essere, dice S.Benedetto, “quello che dice il suo nome, né vi si facciano o si ripongano altre cose”(RB VII,1). Qui il nostro sguardo si posa subito sull’altare: ci colpisce la posizione centrale che in questa chiesa esso ha e che sottolinea visibilmente la sua centralità nellavita del monaco e della comunità monastica. Al novizio ,prima che egli sia ammesso nella comunità, viene ripetutamente letta la Regola, egli deve percorrere quindi delle tappe che segnano un cammino. Questo cammino è come una processione introitale con la quale il novizio si avvia verso l’altare, su cui il giorno della professione monastica deporrà l’atto della professione. Con questo atto egli depone sull’altare tutta la sua vita. Ma l’altare è Cristo, la pietra angolare dell’edificio spirituale che è la Chiesa. Già inserito vitalmente in Cristo nel Battesimo, il monaco vuole con morte e la sua professione monastica vivere radicalmente fino alle sue ultime conseguenze il suo Battesimo. Così egli, facendo ogni giorno morire in sé l’uomo vecchio e risorgendo continuamente a vita nuova, partecipa quotidianamente alla morte e risurrezione di Cristo, al suo mistero pasquale. Questa partecipazione al mistero pasquale di Cristo, che ha il suo momento forte nella celebrazione eucaristica, si estende a tutta la vita del monaco, sicché tutto è integrato in essa. Gli oggetti del monastero sono considerati come fossero vasi dell’altare (RB 31,10), ogni servizio,dal più alto al più umile, riceve da questo tutta la sua dignità ed il suo significato. Nelle prescrizioni liturgiche della Regola la Pasqua è il centro verso cui convergono gli altri tempi liturgici. Ma non solo la liturgia è disposta in funzione della Pasqua, anche tutto ciò che si svolge nel monastero è regolato dalla Pasqua (lettura,lavoro,pasti, le diverse osservanze (RB XlL) .Dunque non si tratta qui d’una data e d’una semplice festa, ma del mistero che essa celebra: la vita del monaco è essenzialmente partecipazione alla morte e risurrezione di Cristo. (Prol.50). Il monaco è un battezzato che vuole vivere fino in fondo la dinamica del suo Battesimo e così tutta la sua vita diventa in Cristo una preghiera incessant

La preghiera incessante

Ma che cosa è questa preghiera incessante che riassume praticamente tutta la spiritualità cristiana, questo “pregare sempre, senza stancarsi” che vediamo in Luca 18, 1. ? Stiamo parlando ancora della visita ad un monastero benedettino per spiegare in termini concreti che cosa è la vocazione benedettina. Su questo argomento però vorrei soffermarmi un po’ di più perché esso riguarda non solo i monaci, ma tutti i cristiani che vogliono vivere coerentemente il loro battesimo. Tante definizioni sono state date della preghiera, ma l’essenza è sempre questa: un rapporto d’amore col Padre. Una volta uniti vitalmente al Padre in Cristo, per mezzo dello Spirito, una volta divenuti suoi figli, non possiamo essere qualche volta figli e qualche volta no: tutta la nostra esistenza dovrebbe essere un rapporto d’amore col Padre, tutto dovrebbe essere espressione dello Spirito che in me grida: “Abbà, Padre!” (Gal 4, 6): Tutto: il mio parlare con Dio e il mio parlare con i fratelli, il mio tacere, il mio agire e la mia impossibilità di agire. La preghiera incessante, che anche S. Paolo raccomanda ( Ts 5, 17; Rm12, 12; Col4, 2; Ef 6, 18 ) si ha quando il culto che viene celebrato nel rito viene espresso nella vita del cristiano. Così tutta la vita diventa una liturgia! In 2Cor 9,12 la carità verso i fratelli bisognosi è un servizio liturgico (9,12); in Rm1, 9 la predicazione del Vangelo è “liturgia spirituale”, e in Rm 12,1 vengono esortati i fratelli ad offrire i loro corpi “come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio: è questo il vostro culto spirituale”. S. Tommaso dice, ispirandosi a S. Agostino e a tutta la tradizione, che la causa della preghiera è il “desiderium caritatis” il desiderio della carità.
Nel Deuteronomio ci vien detto: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, tutta l’anima e con tutte le forze” (6, 5): si tratta qui di una carità totale di cui non si può indicare il limite; ma se l’aspirazione a questa carità (desiderium caritatis) è la causa della preghiera, anche la preghiera è senza limiti, è coestensiva ad un amore senza misura. Essendo dunque uno solo lo spirito che anima preghiere ed opere buone, prega sempre colui che alterna preghiera ed opere conformi alla volontà di Dio. Qui il significato di preghiera si estende ad una disposizione profonda che anima le nostre occupazioni. Il problema l’ha risolto Origene quando ha affermato nel suo “De oratione” (XI):”Prega incessantemente colui che aggiunge alla sue opere giuste la preghiera, alla preghiera le azioni convenienti”. E’ questo il canto nuovo che si richiede all’uomo nuovo emerso dalle acque del battesimo. Non posso non citare S. Agostino perché nelle mie vene c’è sangue benedettino e in S. Benedetto c’è molto d’Agostino, il quale esorta: ”Cantate con la voce, cantate con il cuore, cantate con la bocca, cantate con la vostra condotta santa: cantate al Signore un canto nuovo (Sal 149,1)….Siate voi stessi quella lode che si deve dire e sarete la sua lode se vivrete bene”. Questo è il “mens concordet voci” che S. Benedetto raccomanda ai suoi monaci.

Conclusione

La conclusione della preghiera incessante potrebbe coincidere con quella della visita ad un monastero benedettino, perché l’esistenza di una comunità monastica potrebbe essere definita una preghiera incessante. Di questa preghiera la liturgia delle ore offre i momenti forti, perché in essa continua la celebrazione del mistero della salvezza, nella quale il monaco e la comunità monastica s’integrano in quella preghiera incessante che Cristo nella sua Chiesa, con la sua Chiesa, rivolge al Padre. Per questo l’Opus Dei, pur non essendo l’unica parte della vita del monaco, ne è la parte eminente cui nulla si deve anteporre:”Nihil operi Dei anteponatur” RB XLIII, 3). Le Ore liturgiche ritmano la giornata del monaco, sostenendone tutto l’arco,
“ come i piloni di un ponte” (De Vogue). Celebrandola la comunità monastica obbedisce al comando di pregare sempre quale lo vediamo nella Sacra Scrittura. (Lc 18;At 2.4; 1Ts 5,16-18; Rm 12,12; Col 4,2; Ef 16,18).
Prima di lasciare il monastero, completiamo la visita visitando la biblioteca. Ogni monastero benedettino ha una biblioteca più o meno grande; più o meno ricca di volumi. L’apporto dei Benedettini nel campo della cultura è stato sempre grande; se i capolavori della letteratura classica sono giunti fino a noi, lo si deve in gran parte agli scriptoria dei benedettini. Ma l’opera culturale di questi non si è fermata là, ha continuato nei secoli a contribuire ampiamente alla formazione umana e cristiana delle coscienze, all’elevazione spirituale degli uomini di tutti i tempi. Mentre il nostro sguardo si posa su tutti quei volumi, in un angolo della biblioteca, un monaco tutto assorto nella lettura attira la nostra attenzione. L’angolo è illuminato dalla luce raccolta e discreta del sole che volge ormai al tramonto. E’ l’ora della lectio divina (RB cap. XLVIII): è questa una delle colonne su cui poggia la spiritualità monastica. Ogni giorno il benedettino dedica uno spazio di tempo alla lectio divina. Si tratta di una lettura dedicata alla parola di Dio. E’ una lettura calma in cui il monaco si mette in rapporto con Dio, con atteggiamento d’amore: come si fa con la lettera di una persona amata. La S. Scrittura è infatti la lettera di Dio a noi suoi figli: si tratta di accogliere nel nostro cuore la sua parola. Non bisogna mettersi in quel momento davanti al Libro con atteggiamento critico, mettendo fra noi e quello che Dio dice i nostri ragionamenti che sono sempre una infrastruttura. E’ un cibo che tu prendi per assimilarlo, perché diventi tessuto della tua carne, quindi è una lettura lenta, ripetuta, “ruminata” dicono i Padri. E si ha allora il momento in cui senti dentro di te la luce ed il calore di Dio, una conoscenza che si chiama conoscenza d’amore. Nessuno sforzo della più alta intelligenza umana potrebbe dare una conoscenza di Dio così profonda, immediata, intima, come può fare la conoscenza d’amore. Perché Dio è amore, e solo attraverso questa via puoi conoscerlo. Perciò la lectio divina diventa una lettura orante. Si capisce allora quale spazio privilegiato essa è nella giornata di un monaco, l’uomo dell’ascolto, l’uomo che cerca Dio. S. Benedetto era tale. La sua Regola sgorga dalla Sacra Scrittura in modo quasi naturale, come una sorgente dalla roccia. La Sacra Scrittura è l’humus naturale della Regola: come attraverso un cristallo terso e trasparente, attraverso la Regola leggiamo la Parola di Dio, ed è evidente che di questa S. Benedetto si nutriva, di questa viveva.
Ed è venuta l’ora di concludere la nostra visita; fuori è già buio, ma ci portiamo dentro di noi una visione di pace e tanta luce.

Suor Beatrice

 
Di Fausta (del 05/01/2010 @ 12:39:12, in Monastero di Montefiolo, linkato 56 volte)

RIFLESSIONI SULLA QUARESIMA

In una rubrica come questa intitolata “Spiritualità”, vorrei chiarire subito che per me, in quanto cristiana, vita spirituale vuol dire vita plasmata dallo Spirito Santo. Un lungo uso spesso banalizza le espressioni. Ma quando queste riacquistano il loro significato si rivestono di splendore. Vorremmo dire che non si può parlare di vita spirituale se non si parla di conversione, perché la vita spirituale è un cammino, un esodo da vivere sotto la guida dello Spirito, verso la Pasqua. Vita spirituale vuol dire passione,amore che spinge continuamente l’uomo a cercare quel Dio la cui immagine è impressa nel suo cuore,a desiderare la comunione completa con lui. Questa passione è anche in Dio. E’ una ricerca appassionata l’uno dell’altro, capace di sofferenza l’uno per l’altro, nella tensione verso un’unione perfetta. Nella Quaresima, tempo forte, noi viviamo più intensamente questo: la Chiesa c’invita continuamente ad una maggiore consapevolezza di questo mistero d’amore che viviamo sotto l’azione dello Spirito, ad una revisione del nostro modo di viverlo, ad un ulteriore slancio verso l’incontro desiderato, cioè verso la Pasqua ultima, di cui la Pasqua liturgica è segno, è preannuncio. La Quaresima è il tempo di una più viva partecipazione all’azione salvifica di Cristo mediante lo Spirito “ se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria” (Rm. 8,17), e da ciò deriva il suo carattere sacramentale Anche le opere penitenziali sono il segno della nostra amorosa partecipazione al mistero di Cristo che per noi si fa penitente col suo digiuno di quaranta giorni nel deserto,e soprattutto con la sua passione e la sua morte. Ed è il Signore stesso che dona efficacia alla nostra penitenza la quale diventa così un’azione liturgica, cioè azione di Cristo e della sua Chiesa. Questo è chiaramente espresso nel Prefazio IV di Quaresima : ”Tu, o Dio, vinci le nostre passioni, elevi lo spirito, infondi la forza e dai il premio per Cristo nostro Signore”.
Questa sicurezza che è lui stesso, il Signore, a vincere le nostre passioni, ad elevare il nostro spirito, a infonderci forza, m’incoraggia, mi dà fiducia nel cammino quaresimale verso la Pasqua, mi dà gioia! Si può parlare di gioia quaresimale? Si, ed anche d’intensa gioia, perché, come abbiamo detto, il Signore cammina accanto a noi, e perché attendiamo l’avvenimento più importante della nostra esistenza, anzi attendiamo ciò che dà senso a tutto il nostro esistere: la Pasqua! S. Benedetto nella sua Regola, nel capitolo che tratta della Quaresima, usa due volte il termine gaudio: è il gaudio spirituale che ci dovrebbe animare in questo tempo forte dell’anno liturgico!
Vita spirituale è quindi vita di conversione e conversione è cambiamento di direzione, è ritorno,
è un voltare le spalle agli idoli per guardare al Dio unico e vivente ed accettarlo pienamente nella propria vita. L’ascolto più frequente della Parola di DIO, la preghiera più intensa e prolungata, il digiuno, le opere di carità ci aiutano ad essere disponibili all’azione dello Spirito in noi,altrimenti da soli non possiamo farcela. Perciò diciamo col profeta Geremia:” Fammi ritornare a te,Signore, ed io ritornerò”.Si, perché il peccato, la conversione, non sono un fatto del passato avvenuto una volta per sempre; essi sono sempre presenti perché gli idoli cui si è rinunziato e altri nuovi idoli che sorgono riescono sempre a sedurci e a renderci schiavi. Una vita di fede è quindi un continuo ritorno, un continuo volgere le spalle al male, per volgersi a Dio con tutto il proprio essere. Uno degli apoftegmi che più spesso ricordo e che più mi aiuta
è il seguente:” Fu chiesto ad un anziano monaco :” Abba, cosa fate voi qui nel deserto?” L’ abba rispose :” Noi cadiamo e ci rialziamo, cadiamo e ci rialziamo, cadiamo ancora e ci rialziamo ancora”
Leggevo qualche giorno fa, durante la lectio divina, la Lettera agli Efesini e precisamente le 5,25-27; mi giungevano intanto dalla chiesa,dolci e solenni, le notedi Urbs Jerusalem beata, l’inno per la dedicazione di una chiesa. In Quaresima, in quel momento di preghiera, ascoltare quelle parole già tante volte ascoltate, è stata un’esperienza nuova,forte;

Tunsionibus, pressuris
expoliti lapides
suis coaptantur locis
per manum artificis;
disponuntur permansuri
sacris aedificiis

Da colpi e pressioni
levigate le pietre
sono rese adatte alla loro collocazione
dalla mano del costruttore:
sono disposte in modo da restare salde
nel costituire gli edifici santi

Per la verità quei colpi e quelle pressioni per levigare le pietre, non è che mi entusiasmassero tanto dandomi gioia,(specialmente in quel latino così incisivo e martellante); era piuttosto un senso di timore che affiorava, nella consapevolezza della mia fragilità, di quella debolezza naturale che ci accompagna dalla nascita alla morte e che tanto spesso ci induce a cedere ed a indietreggiare quando ci è richiesto il sacrificio di quanto abbiamo di più caro e della stessa vita. Colpi e pressioni! E’ il martirio! Martirio vuol dire testimonianza, anche non cruenta, ma certamente sofferta, solida e senza compromessi o cedimenti. Ne ho il coraggio? A questo punto una splendida figura si è delineata sul mio orizzonte spirituale. “Coraggio, sono io! Sono lo Sposo che ho amato tanto la mia Sposa da dare me stesso per lei,che la purifico per renderla sempre più bella, tutta gloriosa!”(cfr: Ef. 5,25-27) E rimasta nel mio cuore la lectio divina di quel giorno di Quaresima!

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Carissima, quando sei venuta a Montefiolo anche tu, come tanti altri specialmente di gruppi giovanili, eri interessata alla nostra vita. Mi hai posto due precise, anche perentorie domande: ”Perché ti sei fatta suora? Perché benedettina?”. Adesso sento che quanto ti ho detto di Montefiolo e della unità di vita rimarrebbe incompleto se non cercassi di rispondere a queste tue domande. Ti dico subito che non è facile, e sarei tentata di darti la risposta che dava S. Agostino quando gli si chiedeva che cosa è l’essere: ”Se me lo chiedono, non lo so, se non me lo chiedono…. lo so”. Risposta evasiva, ma forse l’unica vera. Si, perché quando un’esperienza intima, tutta tua, invade tutto il tuo essere è difficile farla passare attraverso il filtro del ragionamento e delle parole. Diminuiresti tutto. Qui non c’è psicologia, non ci sono esami introspettivi che tengono. Come fai a sapere e a dire perché una persona di cui ignoravi l’esistenza, o della cui presenza non ti accorgevi neppure, o che forse hai amato da sempre senza saperlo, a un certo punto ti prende come una novità che ti affascina e da cui non sai più distogliere lo sguardo, perché senti che è la tua ragion d’essere e che senza di lei la tua vita non avrebbe nessun senso? E senti che tutto il resto non conta, che devi liberarti di tutto per poter stare con lei,sola con lei soltanto, perdere la tua vita per lei? Questa persona è Dio ed io l’ho incontrata, Era un alba dorata che preannunciava un giorno pieno di sole e mi invitava a progettare una giornata di mare, con tanta gioia e tuffi nell’acqua limpida del mio bel mare calabrese. Sono arrivata un po’ tardi a Messa, il sacerdote stava leggendo il Vangelo e in quel momento mi sembrava che riecheggiassero in modo particolare le sue parole: “Vide un pubblicano seduto al banco delle imposte e gli disse :”Seguimi”. Egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì.”
Per tanti giorni è stato come se una voce dolce e ferma mi ripetesse “SEGUIMI” e quel lasciare tutto, quell’alzarsi e seguire,erano parole che non mi lasciavano più , come se fossero andate a scolpirsi nel mio cuore. Qualche tempo dopo sono venuta a Montefiolo per fare gli Esercizi spirituali, e qui in questo profondo silenzio e contemplando le bellezze del creato, quel dolce invito mi inseguiva e sempre più entrava nel mio cuore, mi conquistava : Seguimi! E da Montefiolo ho scritto ai miei che avevo deciso di lasciare tutto, di alzarmi e seguire Colui che era diventato il Signore della mia vita! Ma chi ti apre gli occhi per farti vedere la novità, chi ti rende una persona nuova , chi ti dà la forza e la gioia di decidere è l’amore del Padre che prende sempre l’iniziativa . E qui entriamo nel mistero: bisogna solo viverlo e lasciarsi sempre più prendere e perdersi in questo fascinoso e tremendo abisso d’amore.
Una mia convinzione personale è che per intuire e sperimentare meglio certi aspetti dell’amore divino si può cercare di stabilire un’analogia con l’amore umano. Quando questo è vero, beninteso. Anche l’amore umano è rivelazione e mistero,anche esso è novità che ti fa una persona nuova. Ma è solo un’analogia, un metodo pedagogico se vuoi, la dimensione è fondamentalmente diversa. Ma, ripeto si tratta solo di una convinzione personale.
Vorrei chiarire che quello che ho detto si può vivere anche senza entrare a far parte di un determinato istituto religioso con un determinato regolamento di vita. Ma se per motivi diversi di predisposizione e tendenze o motivi umani, in cui s’intravede anche la volontà divina , decidiamo di viverlo in forme concrete di vita, ispirate e volute anche esse dall’amore divino, allora si spiega perché al sostantivo vocazione si può aggiungere un aggettivo qualificativo, come per esempio:benedettina.
Ed eccomi alla seconda domanda: perché benedettina?
Essere benedettini è un determinato modo dì essere, di vivere, e più lo si vive e più si sviluppa e si specifica. Per questo più che darti definizioni astratte ed incomplete preferisco presentarti concretamente alcuni aspetti del vivere benedettino. Alcuni anni fa avevo il compito di guidare i visitatori delle catacombe di Priscilla che si trovano sotto la nostra Casa di Roma.
Adotterò il mio antico schema di lavoro e ti guiderò a fare una visita ideale in uno dei tanti monasteri benedettini del mondo. Immaginiamo dunque di trovarci davanti al portone di una Casa benedettina. Subito al nostro sguardo si presenta l’emblema benedettino scritto a grandi caratteri sull’arco soprastante, è la parola PAX. E’ un emblema perché la vita benedettina s’ispira a questa pace. Non certo una pace falsa, una pace di compromesso fondata sull’accomodamento. Per capire meglio il significato pieno della pace benedettina permettimi una breve parentesi linguistica. Questa parola,pace, ha spesso significato di saluto e messaggio. E’ il saluto che Cristo risorto dà ai suoi discepoli. E’ il saluto ed il messaggio che la comunità benedettina dà a chi entra nella sua Casa. E’ piuttosto un segno che già di per sé comunica ed attua in parte la realtà indicata: la pace. Infatti questo saluto ha una forza obbligante per chi lo porge, in questo caso per la comunità benedettina che accoglie l’ospite, perché egli si rende responsabile per la pace della persona cui il saluto è rivolto, accordandole di partecipare alla sua pace, al suo benessere. La pace è un ambito in cui chi è così salutato si sente subito accolto, è un saluto che presuppone di per sé un rapporto di naturale fiducia, e di per sé stabilisce per così dire un alone di pace. Ma le parole spesso tradiscono il pensiero, oppure il loro uso frequente, a proposito o a sproposito le svuota di significato. Così il termine pace nelle varie lingue ha significato e significa spesso una non-guerra, assume un significato relativo, è in relazione alla guerra. Invece la comunità benedettina che porge questo saluto vuole dare a questo termine il suo significato pieno ed assoluto, e questo lo si deduce da tutta la Regola di S. Benedetto. C’è un termine che significa pace in senso pieno, nella sua totalità, nel significato globale di pienezza d’ogni bene. E’ il termine ebraico “SHALOM” la cui radice SLM significa in tutta l’area semitica, benessere totale. Si tratta di un ricupero della integrità assoluta dell’uomo, nel suo rapporto con se stesso, col suo ambiente naturale e umano, con Dio, l’uomo senza il suo rapporto con Dio non è intero, lo è solo nella viva percezione di essere in rapporto con Dio: “Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla” (Sal. 22). Per definire ancora meglio il significato della pax benedettina, vorrei citare S.Agostino che ha scritto una piccola metafisica della pace nel libro XIX del De Civitate Dei. Con la sua definizione“ Pax omnium rerum tranquillitas ordinis” dà al termine pace il significato di un rapporto ordinato e senza turbamenti, di un ordine armonico nel quale entità diverse sono rapportate reciprocamente in modo da esistere tranquille secondo la loro determinazione naturale, ognuna al suo posto. La preoccupazione di Benedetto è che tutto si faccia in modo che regni la pace fondata sull’equilibrio e sul famoso principio della discrezione. Equilibrio che ripartisce le ore della giornata fra la preghiera ed il lavoro, equilibrio che tiene conto di tutta la persona umana, della sua dignità, delle sue possibilità e dei suoi limiti, della sua integrità. E c’è il principio benedettino della discrezione ad assicurare la pace. Per quanto riguarda l’osservanza esteriore S. Benedetto non prescrive nella sua Regola norme dettagliate rigidamente assolute, C’è una flessibilità, un ordine dinamico: ogni persona è una realtà concreta vivente, diversa dalle altre, e di questa diversità di persone si tiene conto nella Regola: diversità di provenienza, di carattere, di cultura e di doni, con una fondamentale uguaglianza in Cristo, perché tutti ugualmente figli di Dio. C’è anche la diversità di circostanze esterne (luogo, tempo, ambiente) di cui bisogna tener conto. Entra quindi il principio della discrezione, che è una novità rispetto alle regole precedenti.
Questo augurio di pace intesa in senso pieno ed assoluto ci dà fiducia e c’incoraggia a varcare le soglie del monastero.

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Carissima Fausta, non deliberatamente, ma provvidenzialmente direi, questa rubrica di spiritualità è iniziata con “Una giornata di Gesù” di Don Matteo. Perché ti dico questo? Perché volendo io parlarti in alcune lettere della spiritualità che anima la comunità benedettina cui appartengo, quale migliore introduzione di questa? Gesù in orazione, Gesù in azione, in una unità di vita che non conosce dicotomia fra contemplazione ed azione: è semplicemente la stessa vita di continua unione col Padre che si esprime nei due modi. Per la mia comunità si tratta piuttosto di un’unità di vita in cui tutto diventa estensione del mistero di Cristo celebrato su quell’altare che è centro della vita della comunità e vertice verso cui tutto converge. Ciò si esprime nel ritmico “ora et labora” benedettino, ma dovrebbe essere espresso nella vita di ogni cristiano radicato nel suo Battesimo ,che trascorre quindi la sua giornata terrena in sintonia con la giornata di Cristo.
Di tale orientamento spirituale,a noi Benedettine di Priscilla viene continuamente riproposto un modello dall’antichissima Fractio Panis di un affresco che si trova nelle catacombe sottostanti la nostra Casa di Roma sulla Via Salaria. Vi sono raffigurate sette persone sedute intorno ad una mensa; un personaggio a sinistra tende le mani nell’atto di spezzare il pane. La scena è completata da sette ceste di pane poste ai lati della mensa. Una stupenda didascalia di questa immagine potrebbe essere uno dei primi documenti cristiani, la Prima Apologia di Giustino che descrive il rito eucaristico del secondo secolo. Ivi il gesto di Cristo,ripresentato dal rito, trova risposta e continuazione nel gesto concreto del servizio ai fratelli, nella carità umana che diventa elemento essenziale del rito stesso . Così la Frazione del Pane riunisce
la comunità ecclesiale, la costituisce come tale, diventa principio animatore del suo agire, del suo vivere.:::
Questa è unità di vita perché la liturgia celebrata sfocia nella vita, diventa liturgia di vita. Una comunità religiosa ha il dovere di testimoniare questa unità di vita, ma ogni cristiano in quanto tale ha il dovere di realizzarla se non vuole vivere da schizofrenico. Che significato hanno le piazze strapiene , le chiese piene di gente che si riunisce davanti ad un altare, se poi si vive come se la vita non avesse senso , in un disorientameno spaventoso?
Dove è “la giornata di Gesù”?
Nel tuo bell’articolo apparso sul Giornale di Rieti, intitolato “Montefiolo, quattro giorni indimenticabili”, dici che il termine “silenzio” può apparire desueto. Poi dici di avere ascoltato conferenze sull’umiltà,l’obbedienza, la misericordia,l’ascolto, la centralità della parola di Dio, la serenità che non è rassegnazione, il “ruminare” continuamente la parola di Dio . Io penso che anche questi termini siano piuttosto “desueti” nel mondo di oggi. Finisci con l’affermare che “trascorrere un periodo di ritiro spirituale nel convento di Montefiolo è un’avventura entusiasmante”.Forse, senza volerlo, hai suggerito qualche cosa di cui il mondo di oggi ha estremamente bisogno: luoghi e tempi dello spirito dove riflettere e ritrovare la bellezza e la necessità di valori indispensabili per ritrovare se stessi ed il senso del loro vivere. Forse in qualche luogo che per la sua bellezza e la sua pace potrebbe definirsi un paradiso terrestre, l’uomo d’oggi potrebbe sentirsi interpellato dalla voce divina:- Adamo,dove sei?- Si accorgerebbe allora di essersi troppo allontanato da Dio e sentirebbe la necessità di ritornare dal Padre che lo aspetta con amore infinito.
In quei quattro indimenticabili giorni avrei voluto parlarti più dettagliatamente di Montefiolo, ma non abbiamo avuto molto tempo. Mi propongo di farlo nella prossima lettera. Con i miei più cordiali saluti

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Cara Fausta, mantengo la promessa di parlare un po’ con te di questo Montefiolo che ha entusiasmato te, ma non solo te. Tutti quelli che per la prima volta vengono su questo colle che sorge nel cuore della Sabina ne rimangono affascinati ed esclamano:” Ma questo è un paradiso!”. Perché, si, la bellezza del panorama desta ammirazione, stupore, ma c’è qualche cosa di più in questo luogo. La varietà del paesaggio si compone in una serena e ridente armonia da cui si diffonde una quiete, un senso di pace che ti prende e ti conquista. Il silenzio è profondo ed è come se tutto fosse impregnato di divino. Tu ti senti subito in un altro mondo, forse quello cui tutti aspirano. E mentre lo sguardo s’inalza fino alla cima dei secolari cipressi che caratterizzano questo luogo,
pensi davvero che esse sono come il dito di Dio puntato verso il cielo! Ma questa potrebbe essere anche la definizione di tutto questo colle e della Casa benedettina che sorge sulla sua cima: un dito di Dio che punta verso il cielo. Penso che questo significhi una comunità orante posta su questo colle. La vista che si ha da Montefiolo nelle giornate serene è delle più impressionanti. In direzione di mezzogiorno appare all’orizzonte la cupola di S.Pietro.Verso ponente Monte Mario e le alture fino al Soratte,maestoso,e poi in lontananza il Monte Amiata. Seguitando a volgersi verso settentrione, lo sguardo incontra il Vacone, i monti Martani, e a levante i Sabini con il loro manto sempreverde di elci e di ginepri, culminanti col Pizzuto coronato di faggi. Poche altre alture,vicine a Roma offrono un simile orizzonte, ma nessuna offre la visione di pace che questo luogo offre. Ed è come se una storia plurisecolare sia passata senza lasciare i suoi profondi inesorabili solchi su questa terra che sembra conservare intatto l’incanto di una originaria bellezza. Eppure la storia è passata attraverso tanti secoli.. Ne parlano i ruderi di ville romane dell’epoca mimperiale sparsi nelle pendici meridionali di Montefiolo. Sulla cima del monte deve essere stata costruita una rocca, venuta in proprietà dei figli di un certo Ugone, per cui il colle intero fu chiamato “ mons filiorum Ugonis” donde deriva il nome attuale.
Di questa rocca rimanevano soltanto le rovine nel 1391,quando l’allora proprietario del colle, Giovanni di Sant’Eustachio, ne fece donazione al comune di Aspra (oggi Casperia), con l’obbligo di costruirvi una chiesa e la casa per due preti. Un cittadino di Aspra, Francesco Massari, tesoriere della Camera Apostolica durante i pontificati di Giulio III e di Marcello II, dispose nel suo testamento che venisse restaurata ed abbellita con affreschi.la chiesa di Montefiolo dedicata al Salvatore. L’abitazione annessa a tale chiesa fu ampliata e trasformata in convento di cappuccini all’inizio del Seicento, e tale rimase fino al 1868, anno in cui ne divenne pro-prietario il comune di Aspra. Tre secoli di grandezza spirituale hanno dato a questo colle un’aureola di fede vissuta e di santità ! Nel 1882 il Collegio lombardo acquistò il convento e compì grandi opere di restauro e di ampliamento. Oggi a Montefiolo c’è una delle tre Case delle Benedettine di Priscilla, la Casa della Risurrezione. Una casa per Esercizi Spirituali, frequentata da molti laici e religiosi, desiderosi di un incontro con Dio nella quiete e nel silenzio di questo luogo. Le Suore vivono qui il loro carisma benedettino cercando di condividere e di diffondere la loro esperienza di fede.Desiderosa di parlarne con te, lo farò nella prossima lettera. Un caro saluto

Sr. Beatrice

 
Di Fausta (del 05/01/2010 @ 12:33:10, in Monastero di Montefiolo, linkato 26 volte)

VIA CRUCIS
Introduzione

Gesù, mio Signore, mi suggeriscono di parlare del tuo cammino sulla Via della Croce. Accetto il suggerimento, ma premetto che non sarà una cronaca fatta da chi guarda da lontano. Camminerò accanto a Te, passo dopo passo. Non sarà una passeggiata romantica, ma quel che importa è stare con Te, fino all’ultimo respiro.

Prima stazione: Gesù è condannato a morte
Ho assistito al tuo processo. Se non avessi Te come punto fermo di riferimento nella mia vita, sarei uscita da questo processo sconvolta, disorientata, e mi sarei fatta travolgere a quell’ondata di relativismo che invade il mondo di oggi. E’ stato certamente il più grande paradosso della storia umana. L’errore che condanna la Verità. La cecità delle più fitte tenebre che giudica la Luce. Una sola parola “crucifige” è bastata per uccidere la Parola eterna. Da una parte il tumulto di una folla che non sa quello che fa e dice, dall’altra il silenzio eloquente di chi sa e tace. Si indagava sulla tua identità, subdolamente ed astutamente, e TU l’hai rivelata col tuo silenzio. Sei tu re? Sei tu figlio di Dio? Tacendo hai rivelato di essere il Giusto sofferente che non risponde agli scherni ed agli insulti, perché si adempiano le Scritture. Dominava Il silenzio fecondo di chi soffre e tace perché si adempia il disegno del Padre. Cosa è la verità? La domanda di Pilato rimbalza di secolo in secolo nella storia dell’uomo. Eppure, come davanti a Pilato, la Verità sta davanti all’uomo di tutti i tempi, ma l’uomo non la riconosce. Se la riconoscesse ne sarebbe conquistato e sarebbe finalmente libero.

Seconda stazione: Gesù è caricato della Croce
Ed ecco la Croce, Signore! O mio Gesù, sono uomini o sono belve feroci quelli che te la stanno caricando sulle spalle? TI guardo piena di sgomento, per dirti che ti sono vicina, e vedo la tua espressione indefinibile. Tutto ciò che un uomo può soffrire è dipinto sul tuo volto: sei un vero uomo! Ma amiche tutto l’amore che solo un Dio può provare: sei un vero Dio! Ed è tanto l’amore che quasi non senti la fatica immane cui ti soppongono. “Il mio giogo è leggero” hai detto. Ed ecco! Appena viene messo sulle tue spalle lo strumento di tortura, un prodigio si offre agli occhi di chi ti sta molto vicino ed ha acquistato uno sguardo di fede. Quel legno ormai privo della linfa vitale naturale, viene ravvivato da un’altra linfa che lo fa fiorire, fiorire all’infinito. O croce santa su cui l’Amore sarà crocifisso per unire la terra al cielo, noi ti adoriamo!

Terza stazione: Gesù cade per la prima volta
Ma diventa troppo pesante anche per Te quel legno che porti sulle spalle! Si carica di tutti i peccati del mondo e tu cadi quasi schiacciato da quel peso; chi può aiutarti? Questa può essere solo l’impresa di un Dio! E infatti Il Padre non ti abbandona, e neppure l’amore di quanti vorrebbero aiutarti. Ma aiutarti significa anche non aggiungere il peso dei propri peccati, e questo avviene solo se sorretti dall’amore che fiorisce su quel legno. E ti rialzi perché la strada la devi percorrere tutta,fino alla fine,un compito esclusivamente tuo in cui nessuno può sostituirti

Quarta stazione: Gesù incontra la Madre
Ma adesso alza gli occhi, Signore, per vedere chi ti sta davanti! E’ la Madre tua! Aspetta solo che il tuo sguardo incontri il suo! Non è il momento di parlare! Lei sta lì, impietrita dal dolore, solo le labbra impercettibilmente si muovono per dire una sola parola: Figlio, figlio mio. Non credo che, come dicono alcuni, stia ripensando alle antiche promesse e un sentimento di delusione invada il suo cuore. no, lei è tutta presa dal momento presente e da que-lo che sta per accadere. Come può una mamma sopportare questo peso, il peso della tua Croce? Guardala, divinamente bella nel suo dolore! Deponi per un momento la croce, avvicinati a lei, abbracciala, la tua Mamma, che sta soffrendo con te, forse più di te Forse, abbracciandola, le infonderai l’intuito dell’amore, perché senta che tu rimarrai sempre con lei! Forse intuirà che le sue lacrime si fonderanno con il tuo sangue per formare quel fiume d’amore che attraverserà il mondo salvandolo. Forse la potrai far sorridere di speranza!

Quinta stazione: Simone di Cirene porta la croce di Gesù
I soldati romani costringono quest’uomo a portare la croce, non certo per amore tuo, ma perché temono che tu non possa arrivare fino in fondo. Anche Simone è inconsapevole del valore che porta sulle spalle. Sono strumenti di cui Dio si serve per eseguire il suo piano di salvezza. O mio Signore, tu ci fai dono della tua croce, ci fai partecipi della tua sorte; un dono che dobbiamo accettare con gratitudine,perché il Padre l’ha scelta per te, figlio suo e perché chi non prende la sua croce non è degno di te,( Mt 10, 38)

Sesta stazione: La Veronica asciuga il volto di Gesù
Adesso una donna si fa strada fra i soldati che ti scortano; si avvicina a te e , trepidante, delicatamente poggia un velo sul tuo volto per asciugare le lacrime ed il sangue che lo coprono. E tu, Signore, le fai un dono regale, il più bello che potevi fare! Tu dai sempre il centuplo! Il tuo volto rimane impresso su quel velo! Ma cosa mai sta provando la donna in quel momento! Vedo che stringe al suo cuore quel velo, stringe a sé il tuo volto, quasi voglia lasciarlo impresso nel suo cuore. E all’uomo di tutti i tempi. Veronica dirà che il più piccolo atto di bontà, di delicata ed anche impercettibile attenzione per il fratello che soffre, non è perduto: ogni volta la tua immagine s’imprimerà nel cuore di chi fa il bene, rendendolo sempre più simile a te; ogni volta un piccolo raggio del tuo amore si diffonderà nel mondo per parlare di te ed affrettare la venuta del tuo regno.

Settima stazione: Gesù cade per la seconda volta
Sembra che le forze ti abbandonino sempre più, sembra che non ce la fai ad arrivare fino in fondo! Cadi per la seconda volta, ma per la seconda volta ti rialzi. Come sempre, sei un esempio per noi! Ci dici di non lasciarci abbattere dalle forze del male che dilaga nel mondo in tanti modi; ci dici di non scoraggiarci se ci sembra che siamo deboli e sempre esposti alle cadute; ci dici che allora siamo forti, quando siamo deboli, perché la nostra forza è l’amore del Padre che vede e provvede. Tutto possiamo in Colui che ci dà forza, : anche rialzarci e rialzarci sempre, perché se Dio è amore non può essere un contemplatore passivo delle nostre cadute. Ci esorti a non lasciarci sconfiggere dalla croce, a non lasciarci abbattere dalle piccole morti quotidiane, perché a chi confida in te, tu fai il dono di piccole quotidiane risurrezioni.

Ottava stazione: Gesù ammonisce le donne di Gerusalemme
Una gran folla di popolo e di donne ti sta seguendo, Gesù; le donne si battono il petto e fanno lamenti su di te. Sta per essere messo a morte chi le ha riscattate, chi le ha valorizzate, dando loro una precisa identità e un ruolo. IL ruolo delle donne è grande ai tuoi occhi, Signore: esse hanno il ruolo di portare nel mondo il tuo amore e la tua tenerezza, la tua compassione, in una sola parola, la tua “maternità”; hanno il compito di portare la vita, darla alla luce, custodirla, difenderla, farla giungere al suo pieno sviluppo. Darai loro il preciso, impegnativo e splendido mandato di annunciare e testimoniare la tua risurrezione. Il loro stesso pianto qui, in questo momento, ha valore di un annuncio come espressione di dolore per le sofferenze umane, ma anche come protesta contro una condanna ingiusta. TU le vuoi piene di amore e di tenerezza, ma anche coraggiose e determinate quando i valori che contano sono molto discussi ed in pericolo e quando c’è da riconoscere i segni dei tempi. Vuoi soprattutto che esse si sentano responsabili per il futuro dei loro figli.

Nona stazione: Gesù cade per la terza volta
Per la terza volta, Signore, ti vedo stramazzato a terra sotto il peso della croce. Sei ormai sfinito, oltre i limiti delle tue forze, e questa tua terza caduta è una dimostrazione evidente della tua incapacità di proseguire. È un’umiliazione: sei a terra, hai bisogno degli altri per rialzarti e andare avanti, dipendi dagli altri, non sei più libero di muoverti come vuoi, inoltre sei pure schernito, maltrattato. Potresti dire col Salmista:” Verme sono, non uomo!” Sei ridotto a niente, annientato!. Ma è quello che volevi tu, sulla via che hai scelto in piena armonia con la volontà del Padre. E’ appunto l’annientamento, la kenosis! Ma è allo stesso tempo la piena realizzazione di te stesso: tu sei Amore, e in quanto Amore ti stai realizzando in pieno; vuoi essere niente, perché l’uomo sia fratello tuo, figlio di Dio. Signore, aiutaci a saper soffrire con te e per te, ad accettare le umiliazioni per amor tuo, ma anche a rialzarci, senza mai assolutizzare il dolore, perché la croce senza risurrezione non ha senso!

Decima stazione: Gesù è spogliato delle vesti
In un totale abbandono nelle mani del Padre, stai lasciando che gli altri facciano di te quello che vogliono. Tu lasci che ti scherniscano, ti sputino addosso, ti percuotano, ti mettano sul capo una corona di spine, adesso ti stanno spogliando delle tue vesti. Reagisci solo quando ti danno da bere vino mescolato con fiele: rifiuti di bere perché vuoi mantenerti vigile onde poter accettare pienamente cosciente e liberamente le sofferenze dell’agonia e la morte. Ti spogliano perciò delle vesti, ma non riescono a spogliarti della tua dignità di uomo che non può rinunciare alla sua libertà e alla sua coscienza nel decidere e nell’agire. Ti lasci spogliare perché liberamente e consapevolmente hai scelto di fare l’unica cosa necessaria: fare la volontà del Padre in una perfetta unione con lui.
Signore, aiutaci spogliarci di tutto ciò che è contrario alla tua volontà, aiutaci ad essere nudi del nostro io e delle sue pretese che contrastano e contristano l’azione ed il trionfo del tuo Santo Spirito in noi, aiutaci ad essere nudamente veri davanti a te, fai che ci presentiamo al tuo sguardo così come siamo senza nasconderci, senza vergognarci, senza inutili menzogne, inutili perché tu ci scruti e ci conosci; sicuri che se ci presentiamo nudi tu ci rivesti del tuo amore. Non voglio pensare in questo momento alla nudità primigenia di cui l’uomo non si vergognava quando Dio passeggiava nel giardino e lo chiamava amico. Penso piuttosto alla nudità battesimale rivestita di grazia, per cui Dio ci chiama figli suoi. Signore, per la ricchezza che hai voluto dare all’uomo lasciandoti spogliare delle tue vesti, rivestici col tuo amore e la tua luce!

Undicesima stazione: Gesù è inchiodato sulla croce
Ed ecco ora l’epilogo del grande dramma: stanno traforando le tue mani con i chiodi che ti immobilizzano sulla croce, ed è come se i chiodi penetrassero nel mio cuore tanto è insopportabile una così inumana brutalità, una così grande ingiustizia! Sono i piedi di chi ha camminato tanto per annunciare la buona novella, sono le mani che si sono alzate solo per benedire, per perdonare, per guarire, per ridare la vita! Due malfattori che hanno fatto solo tanto male nella loro vita stanno subendo la stessa tua sorte. Non un grido d’indignazione o una protesta si leva dalla folla che sta ad osservare; dove sono tutti quelli che tu hai beneficato? Tante volte , proprio da chi meno ci si aspet-terebbe, arriva la parola giusta. Solo uno dei due malfattori,rivelando una inaspettata lealtà e nobiltà d’animo, trova, pur nella sofferenza e nell’imminenza della morte, la forza d’indignarsi: ”Noi giustamente siamo condannati, egli invece non ha fatto nulla di male!...Gesù, ricordati di me quando entrerai nel regno!” “Ricordati!”: In alto, sulla croce, risuona la preghiera tipica del popolo eletto che prega chiedendo a Dio di ricordarsi della sua benevolenza, della sua alleanza. In alto sulla croce, con questa preghiera così semplice ed elevata allo stesso tempo,l’antica alleanza sfocia come un fiume, nell’oceano infinito del nuovo patto d’amore, in te, Cristo Signore, che prometti il paradiso! Intanto ti insultano, ti provocano: ”Salvi se stesso se è il Cristo di Dio!” Ma tu rispondi rivolgendoti fiducioso al Padre, nella certezza di essere in sintonia con il suo progetto:” Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno!” Ignoranza e perdono! Adesso dall’alto della croce continui ad insegnare e a promulgare la legge del perdono! Ci dici, in altri termini, perché dobbiamo perdonare settanta volta sette,cioè sempre! Perché nessuno sa, nessuno conosce la portata del male che sta facendo, altrimenti nessuno lo farebbe! Signore, sono qui per non perdere nessuno dei tuoi ultimi istanti! Qui, in ginocchio ai piedi della tua croce, cercando di cogliere nel cavo delle mie mani qualche stilla del tuo sangue prezioso e non so dirti altro che :”Ricordati, Gesù! Ricordati di me! Anche in me trovi tanto da perdonare! Ma anche io sono spesso fra quelli che non sanno Ricordati di me che ti ho tanto amato e sempre ti amerò !”

Dodicesima stazione: Gesù muore sulla croce
Adesso tutto è compiuto. E’ buio su tutta la terra! C’è ancora nell’aria l’eco della tua voce, una grande voce rivolta al Padre! Cosa avrai provato, Signore, nel momento supremo del tuo passaggio al Padre! Forse, per qualche istante, l’angoscia di un’abissale solitudine per l’apparente lontananza del Padre, ma subito vinta da quella totale fiducia in lui, che non ti ha mai lasciato, dalla tua sicurezza di sempre, di essere in comunione con lui. Negli ultimi momenti della tua vita ti insultavano, ti provocavano invitandoti a scendere dalla croce per dimostrare di essere figlio di Dio; tu l’hai dimostrato abbandonandoti totalmente nelle mani del Padre. Non dimostrando straordinarie capacità acrobatiche, ma solo mostrando l’amore di un figlio che confida nel Padre hai dimostrato l’essenza della tua regalità e della tua figliolanza. Ti dico sinceramente che non ho potuto piangere su di te, perché la tua non era una morte, era una teofania che mi riempiva di spavento, ma, superato questo, mi riempiva di stupore, di gioia, mi rapiva: mentre il velo del tempio si squarciava, la terra si scoteva, le rocce si spezzavano, i sepolcri si aprivano, si svelava la presenza di Dio! Ma anche gli altri erano presi da grande timore mentre dicevano: “Davvero costui era figlio di Dio!”. Ai piedi della croce la più vicina era la Madre tua: Colei che aveva colto il primo respiro del figlio, era lì ad accogliere l’ultimo battito del suo cuore. C’erano molte donne che ti avevano seguito per servirti,ma stavano ad osservare da lontano; io sono rimasta ai piedi della croce: avevo la sensazione che tu non ti eri allontanato, ma eri più vicino di prima!

Tredicesima stazione: Gesù è deposto dalla croce
Sono rimasta lì a contemplare il tuo corpo straziato e senza vita, fino a quando un uomo au-torevole del sinedrio,Giuseppe di Arimatea, “che aspettava anche lui il regno di Dio”, è venuto a calarti giù dalla croce. C’era lì tua Madre ad accoglierti fra le sue braccia; ti stringeva al suo cuore, ti contemplava, piangendo ti parlava. Per il rispetto di tanto dolore non osavo avvicinarmi: sentivo che era un dolore sacro, davanti a cui bisognava solo inginocchiarsi e pregare. Nel guardarla provavo una sensazione strana: mi sembrava di vedere,riflesse sul suo volto, una dopo l’altra le sequenze ndella tua vita, della tua storia. Forse proprio in quei momenti riviveva più che mai“ gli eventi conservati e meditati nel suo cuore”: l’annuncio dell’Angelo, la tua prodigiosa nascita, la profezia del vecchio Simeone, il fanciullo smarrito e ritrovato che cresceva in età e sapienza diventato poi il Maestro seguito dalle folle. Possibile che tutto sia finito cosi? Forse quel grande amore che l’aveva legata e la legava a suo figlio.

Quattordicesima stazione: il corpo di Gesù è deposto nel sepolcro
Adesso è proprio la fine: anche il tuo corpo viene sottratto al nostro sguardo da una pesante pietra sepolcrale. Chi mai potrà rotolare via questo masso dall’ingresso del sepolcro? Niente di più triste che un sepolcro definitivamente chiuso! Perché continuare a vivere adesso? La mia ragion d’essere è sepolta! Con una tristezza infinita poggio la mia fronte su quel masso duro e freddo. Possibile che l’ingiustizia, l’odio, la menzogna abbiano definitivamente il sopravvento? E non mi decido a lasciare questo posto: mi sembra che ,pur davanti ad una tomba sepolcrale, io sia vicina ancora al mio Signore! E poi una certa speranza incomincia a ridarmi vita: non posso credere che non lo rivedrò più. E mi trattengo così fino all’alba. Quando il cielo incomincia a tingersi di rosa vedo qualcuno che arriva e si avvia decisamente al sepolcro. La riconosco: è Maria di Magdala tante volte incontrata presso il comune punto di riferimento. Ed è lei che per prima vede il masso ribaltato: il sepolcro è vuoto! A me basta questo, perché alla speranza che era andata via via aumentando, subentra adesso quella certezza interiore che si chiama fede. La pietra ribaltata, il sepolcro vuoto, le bende per terra: Vedo e credo, come farà Giovanni poco dopo. Il Signore vive! Una gioia ed una pace infinita inondano il mio cuore. Sento e sono certa che vive e che è qui accanto a me come pri-ma, più di prima!

Suor Beatrice

 
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