Ethos e mythos: poesia e impegno civile nel novecento italiano
Difficile oggi parlare di impegno civile nella letteratura del novecento italiano e ancora più arduo è ragionare proprio di poesia: “si sospetta che il nostro tempo non sia, dice De Mauro nella prefazione, propizio alla poesia”. Ma Ludovico Fulci, di grande esperienza scolastica, è avvezzo a queste tematiche e conduce per mano il lettore per questo spinoso sentiero in un saggio dal significativo titolo “Ethos e Mythos, poesia e impegno civile nel novecento italiano” (Edizioni Libreria Croce, 2010) che si avvale della prestigiosa prefazione dello studioso Tullio De Mauro.

Il libro - peraltro di scorrevole e piacevole lettura e questo è il primo pregio - si rivolge ai giovani ed ha l’ambizione di spingerli a ragionare di poesia con amici, parenti e professori. Ma quando si può parlare di poesia civile? Quando la serietà e l’affidabilità oltre che nei confronti dell’editore, sia innanzitutto nei confronti del pubblico, dice Fulci. L’itinerario che l’Autore ci propone è diviso in capitoli che prendono in considerazione di volta in volta la voce del poeta e la sua musicalità (ritmo, tono, frequenza, intensità) in relazione anche col silenzio; l’arte, l’inganno (il poeta, per dirla con Pessoa, è uno che inventa fino virtualmente ad ingannare deliberatamente e felicemente con la sua arte) e l’autenticità; il senso civico capace di suscitare disappunto, rabbia e sgomento; la logica della censura (tutto ciò che impedisce al poeta la libera espressione della sua arte) e l’interessantissimo caso di censura politica di Trilussa; i poeti contro la censura; l’interessante paragrafo sui poeti che optano per il dialetto contro il vernacolo; il fenomeno dei poeti traduttori che mettono così sotto scacco la censura; le grandi occasioni per una testimonianza (la guerra, la pace, le persecuzioni, le discriminazioni razziali fino all’emarginazione della condizione femminile di cui nessuno ancora oggi parla). L’indagine sorprende per gli aspetti spesso inconsueti e nascosti della poesia ai quali difficilmente (e questo è il secondo pregio) si penserebbe e che l’Autore invoglia ad approfondire. Emergono caratteristiche della poesia del Novecento definita di volta in volta lirica, del ricordo, del maledettismo, del sogno-a-occhi-aperti, del rapporto con la natura come principio costitutivo del senso civico: “il poeta civile non può ignorare la natura anzi, qualunque poetica raffigurazione si dia della natura, non si può prescindere nel proporla dai gravi fatti che si compiono nella nostra epoca” (p. 165). L’autore presenta esempi significativi di testi accompagnati da illuminanti commenti (terzo ed ultimo pregio): si deve ringraziarlo di avere proposto testi quasi mai presenti in antologie scolastiche che con piacere scopriamo o riscopriamo e che propongono visioni inusuali. Parlo dei bellissimi testi dell’indimenticabile Angelo Maria Ripellino o di Edward Cummings o ancora di Andrea Zanzotto e Attilio Bertolucci.
DI TE NON SCRIVERO’ (a mia madre)
Di te non scriverò,
io sono tutta scritta di te.
Non c’è al di là del mio margine ombroso
pagina chiara che ti possa accogliere.
Elena Clementelli, Così parlando onesto, Garzanti, Milano, 1977, p. 27
SI' E NO SU ROMA
Rispondete alle seguenti domande su Roma con un sì o con un no e confrontate le vostre risposte con le soluzioni che trovate in fondo alla pagina.
1) col nome di tituli s’intendono chiese parrocchiali romane dei IV secolo?
2) La decorazione della galleria Farnese è opera dei Carracci col concorso del Dominichino?
3) La sigla EUR deriva da Esposizione Universale di Rione
4) Nel mese di luglio a Trastevere, per vari giorni consecutivi, ha luogo la popolare Festa della Madonna
5) Il parco del Pincio è stato disegnato da Guido Reni
6) L’amplissimo fronte della facciata della Basilica di San Pietro è stata eretta da Pietro Maderno dal 1607 al 1614
7) La Basilica ha quattro ingressi
8) Nella Basilica di San Pietro c’è sul pavimento un grande disco di porfido (già presso l’altare maggiore) sul quale la notte di Natale dell’anno 800, Carlomagno si prostrò per ricevere da Leone III il crisma e la corona imperiale
9) Il vasto Palazzo Barberini è uno dei più imponenti palazzi del periodo Rinascimentale
10) Castel Sant’Angelo è detto anche Mausoleo di Adriano
1 - sì
2 - sì
3 - no di Roma ;
4 - no. E’ la Festa de Noantri, cioè degli abitanti del quartiere, con musiche, canzoni, spettacoli e fuochi d’artificio, mentre liete tavolate sono imbandite all’aperto
5 - no da Valadier (1809-1814)
6 - sì
7 - no, cinque
8 - sì
9 - no è iniziato nel 1625 da Maderno con l’aiuto di Borromini e compiuto da Bernini nel 1633
10 - sì
“Le donne hanno sempre bisogno di altre donne per sostenersi”
Le prugne verdi di Herta Muller

Dando il Premio Nobel per la Letteratura 2009 al romanzo “Il Paese delle prugne verdi” si è voluto senz’altro dare un riconoscimento politico alla Romania. Ma non basta. Herta Muller è nata nel 1953 in un villaggio di lingua tedesca nel Banato rumeno e dopo aver rifiutato di cooperare con la Securitate, la polizia segreta del regime di Ceausescu, perse il lavoro e le fu impedito di pubblicare. Nel 1987 riuscì ad emigrare in Germania.
“Il Paese delle prugne verdi” è la Romania, un paese sofferente, avvelenato (le prugne verdi sono dannose) dalla mancanza di libertà, è il paese della dittatura che la Muller ci fa conoscere in uno stile che non abbiamo visto mai prima: “Perché mangiaprugne era un insulto. Si chiamavano così gli arrivisti, i rinnegati di se stesi, i leccapiedi privi di scrupoli usciti dal nulla, le persone che camminavano sopra i cadaveri. Anche il dittatore veniva chiamato mangiaprugne” (p. 62). La scrittrice ha appreso tutto l’humus poetico rumeno e ci incanta con metafore, immagini, e figure d’ineguagliabile bellezza. Si veda, per esempio, il personaggio fuggevole della nana: “Conobbi la nana sulla Piazza di Traiano. Aveva più cuoio capelluto che capelli. Era sordomuta e portava un codino d’erba come le sedie scartate sotto gli alberi di gelso dei vecchi. Mangiava gli avanzi del negozio di frutta e verdura. Ogni anno veniva messa incinta dagli uomini di Lola, che tornavano a mezzanotte dal turno di notte. La piazza era buia. La nana non faceva in tempo a scappare, perché non sentiva quando arrivava qualcuno. E non poteva urlare” (p. 52).
Quanto realismo e quanto orrore in questa descrizione! Riusciamo a comprendere cosa significa nutrirsi di avanzi? Questa nana – disumana -, ottenebrata dalla malvagità degli uomini che abusano di lei, fa tenerezza e vorremmo proteggerla perché è inerme e indifesa.
Oppure ancora l’uomo col papillo:“L’uomo col papillon nero giaceva morto sull’asfalto, dov’era stato per anni: La gente si era accalcata attorno a lui. Il mazzo di fiori appassiti era schiacciato” (p.122).
O infine:“Quando la madre lega il bambino alla sedia con la cintura dei suoi vestiti, davanti alla finestra c’è il figlio del diavolo. In ogni mano ha due pollici, l’uno accanto all’altro. I pollici esterni sono più piccoli di quelli interni. A scuola il figlio del diavolo non sa scrivere bene” (pp.128-129). Si tratta di allegorie sulla dittatura e sui falsi suicidi e il diavolo è il dittatore….
Ma è ciò che dice sul valore della poesia che è di vitale importanza: “Edgar e Georg scrissero poesie e le nascosero nella casa estiva. Kurt stava dietro gli angoli e la sterpaglia e fotografava le colonne di autobus con le tende grigie tirate. Al mattino o alla sera trasportavano i detenuti fuori dal carcere fino ai cantieri dietro i campi. E’ così pauroso, disse Kurt, che nelle fotografie si pensa perfino di sentire l’abbaiare dei cani. Se nelle fotografie i cani riuscissero ad abbaiare, disse Edgar, non potremmo nascondere le fotografie nella casa estiva.
E pensai tra me che tutto ciò che danneggia i fautori di cimiteri è utile a qualcosa. Pensai che Edgar, Kurt e Georg, poiché scrivono poesie, scattano fotografie e intonano un canto qua e là, accendono l’odio in coloro che fanno cimiteri. Che questo odio danneggia le guardie. Che pian piano quest’odio farà perdere la testa a tutte le guardie e infine anche al dittatore.

Due grandi musicisti a confronto: Gaetano Donizzetti e Vincenzo Bellini
Che cosa hanno da spartire la vita e l'opera artistica di Gaetano Donizzetti e quella di Vincenzo Bellini?
Moltissimo: ce lo dice con dovizia di particolari Giovanni Tavcar in un agile trattato edito da una nuovissima casa editrice di Comiso, in Sicilia - Edizioni EventualMente – intitolato appunto “Comparazione delle parabole artistiche e umane di Gaetano Donizzetti e Vincenzo Bellini”.
Non è il primo lavoro critico di Giovanni Tavcar, nato a Trieste nel 1943, dove vive e lavora. Ha scritto, infatti, nel corso degli anni diversi lavori: una biografia di San Francesco ed altri saggi.
Il libro in questione procede per analogie e discordanze nell'esaminare la vita e l'opera dei due grandi giganti della musica continuamente raffrontati.
Entrambi nati nel mese di novembre (le loro nascite sono separate da soli quattro anni l'una dall'altra), mostrano una grande predisposizione, fin da piccoli, per il mondo musicale. Le loro nascite hanno coordinate geografiche e culturali lontane e diverse ma anche parecchi punti in comune: Tavcar analizza così gli anni giovanili, quelli degli studi, quelli della formazione grazie ad illustri Maestri, la permanenza in grandi città quali Milano, Napoli e Parigi, gli incontri personali, la reciproca conoscenza e stima, le frequentazioni, la rappresentazione delle opere, i termini delle loro composizioni, gli amori, la malattia e la morte fino alle caratteristiche proprie, peculiari del loro intendere far musica.
Si intuisce il grande amore di chi scrive per i due artisti e per la musica in generale. Si nota anche la grande ricerca documentaristica effettuata per arrivare a conoscere e a trasmettere in modo chiaro, piacevole e illuminante le due vite.
Questo è ciò che studiavo alla scuola elementare...
Economia domestica d'altri tempi...
Introduzione
Una donna sola stava seduta una sera nello scompartimento di un treno freddo e semivuoto, che usciva lentamente dalla grande città.
Una donna guardava attraverso il finestrino la sfilata interminabile delle case tutte uguali, masse scure contro il cielo. Nelle stanze si accendevano uno dopo l'altro i lumi, che in pochi istanti diventavano migliaia e parevano pezzetti di carta gialla appiccicati su uno scenario di cartone.
Ma la donna sapeva che quei lumi erano veri: ognuno indicava che lì abitavano degli esseri umani, i quali stavano per iniziare la “loro” sera, nella “loro” casa. A quei lumi la donna riscaldava il suo cuore come la piccina dei fiammiferi, della celebre fiaba di Andersen, alle sue brevi fiammelle, e per un attimo il pensiero di quelle mille cucine, dove altrettante donne preparavano quietamente la cena per i loro familiari, la rendeva meno triste: provava l'illusione che anche per lei vi fosse ad attenderla, confuso in mezzo a tanti, anonimo eppure così importante, così sicuro, un piccolo appartamento dove potersi rifugiare per sentirsi protetta e difesa.
Il treno correva ormai nella campagna buia; le lampade accese non c'erano più, e la donna si sentiva quasi esclusa da una forma di vita che le pareva l'unica desiderabile: poter avere una casa sua, una famiglia, dei figli; lenire dolori, prestare aiuto ai suoi cari, essere sempre accanto, vigile e silenziosa, agli esseri amati che da lei avrebbero ricevuto il dono dell'esistenza e da lei avrebbero imparato a viverla. Nelle sue aspirazioni era riassunto tutto ciò che veramente per une donna, a qualsiasi categoria sociale appartenga, qualunque sia la sua educazione: creare qualcosa, aiutare, soccorrere (…).
Evito di continuare...Non si capisce perché la donna dovesse solo dare e non pretendere nulla per sé... E' l'introduzione scritta dall'Autrice al libro del Corso di Economia Domestica per la scuola media intitolato “Il mio regno” (volume I) del 1961. Studiavo tra l'altro: Come organizzare le faccende domestiche (le pulizie settimanali, quelle mensili e quelle annuali, le pulizie e le faccende quotidiane).
Ciò che occorre per la pulizia della casa:
1 scopa di saggina, la così detta “granata”, per pulire la cucina, i pavimenti di cemento, i terrazzi, le scale.
1 scopa di setola per pavimenti in legno o di marmo e per le normali piastrelle; dovrà essere arrotondata ai lati, molto morbida e fitta, così da raccogliere perfettamente la polvere senza lasciare rigature sui pavimenti lucidi. Sono sconsigliabili, anche se meno costose, le scope di nailon, perché la polvere vi si appiccica più facilmente.
1 scopa di setola morbidissima a manico lungo per pulire i soffitti....Ecc. ecc. ecc

Il “secondo”… Natale di Nina Berberova
In Italia è conosciuta per il romanzo autobiografico Il corsivo è mio, dove, consapevole di essere testimone di un’epoca eccezionale, rievocava vicende e figure centrali dell’altra Russia e rivelava all’occidente il mondo dei russi di Berlino, dove emigrò nel 1922 da San Pietroburgo dove era nata nel 1901, Praga e Parigi, dove arriva nel 1926, tra le due guerre. In Francia resterà fino al1950, prima di raggiungere gli Stati-Uniti, dove sarà Professoressa di Letteratura russa all’Università di Yale, prima di esserlo a quella di Princeton.
Parecchie opere sono state pubblicate, tra cui, L’accompagnatrice, Il lacché e la puttana, Tchaikovski.
La poesia intitolata Cinque gennaio, qui analizzata, fa parte della raccolta Antologia Personale, Poesie 1921-1933. Nella tradizione ortodossa la festa dell’Epifania, una delle dodici festività religiose russe, commemora il battesimo di Cristo con la rivelazione della sua divinità. L’adorazione dei Magi è invece festeggiata a Natale.
La poesia è formata da due sequenze, rappresentata ognuna dalle due strofe. Siamo dinanzi alla scena di un rito che si ripete ogni anno e che la Poetessa proietta nel futuro: mio padre accenderà le candele ai nostri posti, saranno inconsueti discorsi. Il futuro, dunque, domina questa prima sequenza rischiarata dalla luce delle candele e resa unica e particolare dalla presenza dell’aggettivo plurale inconsueti riferito ai “discorsi”che anticipa il sostantivo festa che si trova nella seconda strofa: quella sera e quella cena non sono come le altre.
La seconda strofa passa dal generale al molto personale grazie ad un uso diverso dell’aggettivo possessivo: da “nostri posti” (prima strofa) si passa a “mia radiosa festa”, “mio secondo Natale”, “mio cuore” (seconda strofa). L’uso insistente dell’aggettivo possessivo, mia, mio focalizza la scena sulla protagonista e lascia intendere quanta empatia, gioia e partecipazione emotiva ci sia nel modo di vivere questa momento da parte della Poetessa.
La conclusione è la resa, l’abbandono totale alle emozioni: il cuore non conosce ostacoli e vive pienamente il suo agitarsi. Questa cena semplice ha pochi accessori, solo qualche candela, e il pasto è frugale, riso, pesce e vino.
Cinque gennaio
Con una candela accenderà mio padre
Durante la cena le candele ai nostri posti,
saranno inconsueti i discorsi
e il riso, il pesce, e il vino.
La mia radiosa festa alla vigilia dell’Epifania,
il mio secondo Natale –
non conosco resistenza
all’agitarsi del mio cuore.
Pietroburgo, 1922
Al cinema: ancora su Ipazia
Ben vengano film e libri che mettono in luce il talento delle donne e che riportino all’attualità figure del passato dimenticate o addirittura mai conosciute.
E’ il caso del film intitolato “Agorà” dedicato all’astronoma e filosofa Ipazia che visse ad Alessandria d’Egitto nel 391 A.C. Di questo film si è abbondantemente parlato e si parla. Non è delle scoperte di Ipazia che desidero parlare, né dei suoi ragionamenti: il web ne è pieno.
Prima di tutto la regia: è di Alejandro Amenabar che già diresse i bellissimI “Mare dentro” e “The others”, un regista insomma che va a cercarsi tematiche e storie ispide su cui riflettere.
Gli attori poi tutti bravissimi e molto convincenti, a cominciare naturalmente da Rachel Weisz che ha il ruolo di Ipazia, Ipazia che spiega, perdona, si intestardisce, insegna la fratellanza (ci sono più cose che ci uniscono di quelle che ci dividono), comprende, non rinuncia, che allontana gli uomini…Ipazia rinuncia alla felicità con un uomo, alla famiglia, ai figli…Lei ha lo sguardo altrove, alle stelle, all’Universo ed ecco perché l’immagine fuori dalla terra, che mostra il Cosmo ritorna tante volte e chiude il film: il cerchio domina i cieli. E Ipazia cerca il centro di gravità.
Max Minghella non poteva interpretare meglio il ruolo dello schiavo Davo, che vede nel Cristianesimo la realizzazione della sua libertà. L’attore si immedesima nel ruolo: non poteva essere più devoto, più silenziosamente innamorato della sua padrona da regalarle una morte onorevole (bellissima scena).
Infine l’impetuoso, arguto e privilegiato, anch’egli devoto, Oreste che ribellarsi alle richieste di Cirillo perché su tutto emerge la lezione di responsabilità e libertà che Ipazia ha saputo impartire ai suoi allievi. Valore di un insegnamento oggi del tutto perso, valore di un costruttivo rapporto allievo-insegnante oggi del tutto perso. Valore della cultura e dei libri che la protagonista difende fino alla morte: anche questo perso…Viene in mente il film “Fahreneit 451” del 1966 diretto da François Truffaut e tratto dal romanzo di Ray Bradbury, in cui i libri, giudicati sovversivi, sono bruciati perché rendono la vita triste.
Spazia deve la sua libertà al padre, anch’egli studioso, col quale collabora ininterrottamente fino alla morte, che l’ascolta e vuole che sia libera…”Ma io sono libera” gli replica la figlia.
Si può ubbidire ad una donna? C’è da chiederselo anche oggi. No, dunque Ipazia, che è ascoltata e rispettata, che è consultata per dare pareri, è giudicata strega ed empia e un mondo di uomini la condanna a morte.

Cibo, gastronomia, poesia e… accessori!
La…Prima colazione alla maniera di Prévert!
Come lui nessuno mai ha saputo cantare l’amore in tutte le sue sfumature, la città Parigi con i suoi fiori, i suoi colori e le sue strade, le donne presenti e tuttavia evanescenti, come Barbara, immortalata a Brest durante la guerra sotto una pioggia “buona e felice”, ma incessante.
Cantanti e attori come per esempio Serge Reggiani hanno tradotto in musica le sue poesie o semplicemente prestato la loro voce per recitarle.
Stiamo parlando di Jacques Prévert, eterna sigaretta fra le labbra, nato a Neully-sur-Seine nel 1900 e morto a Parigi nel 1977. Influenzato dal surrealismo, partecipò alle attività teatrali del gruppo Ottobre dal 1932 al 1936, scrisse numerose sceneggiature e dialoghi di film, soprattutto per Marcel Carné (les Visiteurs du soir, 1942, les Enfants du Paradis, 1945) e maneggiò il verso libero in poesie tenere e ironiche come quella che presentiamo, tratta dalla raccolta Paroles del 1946, di un divertente anticonformismo.
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Déjeuner du matin (1)
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Prima colazione |
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Il a mis le café
Dans la tasse
Il a mis le lait
Dans la tsse de café
Il a mis le sucre
Dans le café au lait
Avec la petite cuiller
Il a tourné
Il a bu le café au lait
Et il a reposé la tasse
Sans me parler
Il a allumé
Une cigarette
Il a fait des ronds
Avec la fumée
Il a mis les cendres
Dans le cendrier
Sans me parler
Sans me regarder
Il s’est levé
Il a mis
Son chapeau sur sa tête
Il a mis
Son manteau de pluie
Parce qu'il pleuvait
Et il est parti
Sous la pluie
Sans une parole
Sans me regarder
Et moi j’ai pris
Ma tête dans ma main
Et j’ai pleuré.
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Lui ha messo
Il caffé nella tazza
Lui ha messo
Il latte nel caffé
Lui ha messo
Lo zucchero nel caffelatte
Ha girato
Il cucchiaino
Ha bevuto il caffelatte
Ha posato la tazza
Senza parlarmi
S’è acceso
Una sigaretta
Ha fatto
Dei cerchi di fumo
Ha messo la cenere
Nel posacenere
Senza parlarmi
Senza guardarmi
S’è alzato
S’è messo
Sulla testa il cappello
S’è messo
L’impermeabile
Perché pioveva
E se n’è andato
Sotto la pioggia
Senza parlare
Senza guardarmi
E io ho preso
La mia testa fra le mani
E ho pianto.
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Colazione essenziale, quella dell’addio, caffè, latte, zucchero, caffelatte e relativi accessori, tazza e cucchiaino.
La struttura della poesia, senza punteggiatura, è semplice ed ossessiva: la ripetizione dei versi pone l’accento sul la lentezza delle azioni dell’uomo e l’estenuante attesa della donna. C’è una costruzione fissa che è ripetuta e che segna una successione di azioni che caratterizzano i protagonisti descritti come in una sequenza cinematografica dove si rivela il suo talento nella scelta delle immagini: l’uomo compie una serie di azioni materiali, ha messo/ha messo/ha messo/ ha girato/ha bevuto/ha posato/ ecc, la donna, in secondo piano rispetto alla figura maschile, “osserva” passivamente ciò che l’uomo inevitabilmente compie. L’uso del passato prossimo quale quasi unico tempo verbale indica che tutte le azioni hanno l’aspetto del compiuto; gli avvenimenti che traduce sono completamente giunti a termine
L’uomo non “guarda” la donna: il silenzio e l’assenza di sguardi sono anch’essi incalzanti. L’”agire” della donna è quello delle emozioni, ho preso/La mia testa fra le mani/ E ho pianto.
E’ da notare la pioggia (e l’impermeabile) spesso presente nelle liriche di Prévert, come di un “fuori”, di una realtà difficile da affrontare, anche ostile.
Ottimo esempio di stile semplice ed efficace!
Scegli la giusta risposta senza consultare il testo:
Vero (V) o falso (F)?
Lui ha messo il caffè nel bricco
Lui ha messo il latte nel caffè
Lui ha messo il latte sul fuoco
Lui ha messo lo zucchero nel caffelatte
Ha bevuto il tè
Ha fatto dei cerchi di fumo
Ha spento la sigaretta
Ha messo la giacca perché c’era il sole
Lui grida
Lui non guarda la donna
Lui non le parla
Lei ride
Lei mette l’impermeabile Soluzione: F-V-F-V-F-V-F-F-F-V-V-F-F
(1) Jacques Prévert, Poesie d’amore e libertà, Le Fenici Tascabili, Guanda, 2000, pp. 68-71
L’eleganza del riccio di Muriel Barbery
L’hai letto? Ha avuto molto successo, ma resto perplessa, perché mi sembra a volte molto intellettualistico o filosofeggiante (Cartesio incombe!). Tuttavia è divertente: quando i Francesi si prendono in giro riescono ad essere anche simpatici oltre la loro grandeur…Ecco cosa dice l'autrice a proposito di:
- La cerimonia del tè. Fammi sapere cosa bevi e leggi a colazione e io posso sapere veramente chi sei tu:: sei per il tè o per il caffè?
Tè e manga contro caffè e giornale: l’eleganza e l’incanto contro la triste aggressività dei giochi di potere degli adulti.
- La cucina francese:
Se volete il mio parere, la cucina francese è penosa. Tanto genio, tanti mezzi e risorse per un risultato così pesante…Una miriade di salsine, farciture e dolcetti da farsi scoppiare la pancia! Che cattivo gusto…E quando non è pesante è di una ricercatezza esagerata: si muore di fame con tre ravanelli stilizzati e due capesante in gelatina di alghe, serviti in stoviglie finto zen da camerieri allegri come beccamorti.
Ho finito di leggere il libro e devo confessare che mi è piaciuto molto: capisco chi asserisce di averlo letto due volte.
Elogio di chi costruisce... anche con la propria morte. Finale a sorpresa. Elogio della Bellezza e della Poesia.
La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano
Come “L’eleganza del riccio”, è un libro scritto benissimo, molto piacevole e scorrevole nella lettura ulteriormente agevolata dalla divisione in brevi capitoli che creano soste e talvolta anche suspense nell’avanzamento. Quella solitudine dei personaggi, quella solitudine dei diversi, dei fragili…chi non l’ha provata? Che cosa siamo disposti a fare o a subire per essere accettati, per essere amati? I protagonisti, lui rifiutando il mondo e lei sentendosi rifiutata dal mondo, portano le cicatrici reali e metaforiche di persone ferite - il rapporto tra genitori e figli non ne esce bene – non comprese, sole. Fa male vedere Alice distruggersi pur di farsi accettare dal gruppo…Gli anni del liceo erano stati une ferita aperta…ma poi, con il tempo, la ferita dell’adolescenza si era rimarginata. Numeri primi si nasce.
“I numeri primi sono divisibili soltanto per 1 e per se stessi. Se ne stanno al loro posto nell’infinita serie dei numeri naturali, schiacciati come tutti fra due, ma un passo in là rispetto agli altri. Sono numeri sospettosi e solitari e per questo Mattia li trovava meravigliosi”. E sono anche orgogliosi…”Perché lei e Mattia erano uniti da un filo elastico e invisibile, sepolto sotto un mucchio di cose di poca importanza, un filo che poteva esistere soltanto fra due come loro: due che avevano riconosciuto la propria solitudine l’uno nell’altra”.
E mi viene in mente “Il danno” di Josephine Hart (1991) da cui Louis Malle trasse un film (1992) interpretato da Jeremy Irons e Juliette Binoche che ebbe molto successo. La protagonista Anna dice: “Le persone danneggiate sono pericolose. Sanno di poter sopravvivere…E’ la sopravvivenza che le rende tali…perché non hanno pietà. Sanno che gli altri possono sopravvivere, come loro”. I due protagonisti in seguito a un danno ricevuto in passato sono attanagliati dal senso di colpa.
Scrivo su mia madre per poter, a mia volta, metterla al mondo
Annie Ernaux e il difficile rapporto madre-figlia
Parlare della propria madre per cercare innanzitutto la verità: vorrei arrivare alla donna che è esistita indipendentemente da me, la donna reale…(p. 15); scrivere nel senso della verità, mi aiuta a uscire dalla solitudine buia del ricordo individuale, grazie alla scoperta di un significato più generale. Ma sento dentro di me una certa resistenza a farlo, vorrei conservare di mia madre immagini puramente affettive, tenerezza o lacrime, senza attribuirgli un senso (p. 36).
Sono parole di Annie Ernaux che, nel romanzo intitolato “Una vita di donna”, cerca di dipanare fuori da sé la vita e la morte della madre, prima con l’annuncio secco della sua perdita in apertura del libro, quasi a voler nascondere le emozioni suscitate da tale evento, poi narrando le tappe della sua esistenza che aderiscono allo svolgimento delle vicende storiche e ne sono modellate.
Nata nella zona rurale d’un paese della Normandia, Yvetot, e morta nel reparto geriatrico di un ospedale vicino a Parigi, la madre della scrittrice trascorre i tre quarti della sua vita nel luogo di nascita. Percorrendo la gamma di sentimenti che vanno dall’ammirazione nutrita nell’infanzia all’estraneità tipica dell’adolescenza, Annie rivede sua madre, la indaga, la scruta, la comprende, la giustifica: una brava massaia che lascia la scuola a dodici anni e mezzo, ama il catechismo, lavora dapprima in una fabbrica di cordami per sfuggire alla povertà e al bere, incontra il futuro marito, il matrimonio, il dolore della perdita di una bambina prima di Annie, l’acquisto di una rivendita di generi alimentari con bar, lo sfollamento ecc. Le immagini dell’esistenza materna scorrono come in film: il ’68, la lontananza, di nuovo ci rivolgevamo la parola in quel particolare tono fatto di irritazione e di perpetuo risentimento che faceva sempre pensare, a torto, che stessimo litigando e che riconoscerei, tra madre e figlia, in qualsiasi lingua…(P. 54).
Quanta verità in questo libro che certamente non è il primo né a narrare vite di donne (Maupassant, Una vita), né ad essere dedicato da una figlia alla madre (Francesca Sanvitale, Madre e figlia). Per chiunque scrivere della propria madre è arduo: mia madre non ha una storia, c’è sempre stata. E’ così, le madri non dovrebbero mai morire, la loro perdita appare sempre come una sorpresa che lascia attoniti: con stupore, mi rendevo conto che poteva morire (p. 59).
Dunque, parlare della propria madre è passare sotto le forche caudine dell’identificazione, della separazione, poi, con la propria madre per arrivare all’affermazione della propria individualità: Osservavo attentamente il suo corpo, credevo da grande di diventare come lei (p. 32).
Questo desiderio e al tempo stesso timore di diventare come la propria madre, questa necessità in realtà di essere diverse da lei sia fisicamente che psicologicamente, questo pensare che non importerebbe nulla della sua morte (p. 43), non v’è donna che non l’abbia provato e sperimentato sulla sua pelle poiché fa parte del necessario percorso di maturazione.
Il potere della scrittura, luogo magico, riverbero del dolore e della memoria, arcana figura d’immortalità, emerge con forza dalle pagine di questo libro che non è una biografia, né un romanzo naturalmente, forse una via di mezzo tra la letteratura, la sociologia e la storia. Mia madre, nata in una classe dominata, da cui ha voluto uscire, doveva diventare storia perché mi sentissi meno sola e provvisoria nel mondo dominante delle parole e delle idee dove, secondo il suo desiderio, sono entrata (p. 74).
La parola è al di là dal tempo e unisce la donna demente che la madre è ora a quella forte e luminosa che era (p. 62).
La metafora più bella è quella dello “sguardo”: distoglievo lo sguardo, era un luogo indefinito e senza sguardo e soprattutto adesso dovrò vivere sempre sotto i suoi occhi (p. 52). Le figlie temono il giudizio della madre che si estrinseca attraverso lo sguardo, temono la mancanza di libertà che l’occhio vigile della figura materna può infliggere…Lo sguardo può impedire di crescere…
Annie Ernaux si dimostra ancora una volta esperta d’intricate problematiche femminili. Nata in Normandia nel 1941, ha vissuto facendo l’insegnante di lettere a Cergy, alla periferia di Parigi. Ha pubblicato Les armoires vides (1974), Ce qu’ils disent ou rien (1977), Une femme (1988), Passion simple, La femme gelée (1981) e La place, vincitore del Premio Renaudot (1984), che é l’ideale antecedente di questo libro.
La poesia di Biagio Cipolletta: il regno della luce
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La parola “destinazione”, presente nel titolo di questa silloge, è il lasciapassare per la poesia di Biagio. Essa designa un luogo di partenza, un luogo di arrivo, una meta. Ma quale è la vera destinazione di Biagio? Norway? La Norvegia? Capo Nord? L'Islanda? Le isole Lofoten? A ben vedere la destinazione di Biagio è il dialogo, lo straordinario desiderio e capacità di dialogare e di comunicare. Ne sono un'ulteriore testimonianza i quattro testi in prosa che chiudono il libro. Ma non solo. Cominciamo dalla Natura. Il dialogo con la Natura è per Biagio quello con il mito. Gli Antichi scrutavano il mondo con tutti i sensi, lo meditavano per intero e abitavano la natura: Possedevano in loro tutti i punti del sapere di allora, conoscevano le stelle come le facce dei loro cari, predicevano eclissi e comete. Affacciati sull'universo, nell'impresa di prevederlo (Erri De Luca, Alzaia).
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Allora ecco che nel Dialogo tra un troll e un Lappone si scopre che i troll esistono: Perciò d'ora in poi chiamami spesso, cercami dappertutto, nei prati, nelle rocce, negli alberi, in mezzo alle renne, tra i gabbiani in volo, nelle onde del mare, nella neve, nel vento, nella voce e negli occhi degli uomini. E infatti il Troll dice: Dovreste essere voi uomini a cercarci, a vederci ovunque, a chiamarci, ad aspettare ogni giorno il nostro arrivo. Ed è quello che fa Biagio perché per lui vale quello che dice Conte: Non conosce il mare, chi non ha visto Nettuno" (Il passaggio di Ermès).
Dialogo con la luce, con il sole. Quale è il sole di Biagio Cipolletta? E' il sole che abbronza, quello che arrostisce la pelle sulle spiagge? No. E' un sole che ci rappresenta e al quale noi tutti tendiamo. Il sole di mezzanotte è uno stato mentale: in questo mondo il tempo perde significato. L'orologio non serve. Il giorno non finisce mai. I bambini corrono sui pattini a mezzanotte, in pieno sole, e i piccoli battelli a motore escono dal porto. Capannelli di persone sedute qua e là sulle rocce si godono una luce che non finisce mai.
La luce, il sole non sono altro che anche la metafora della poesia, luce che non tramonta, della poesia che riscalda, che riempie la vita. La luce, il sole non sono altro che la parola che aiuta a ritrovarsi simile nelle voci e nelle emozioni con gli altri, a unire la vita insieme agli altri, a sentirsi in comunità con tutti. Biagio canta e la sua poesia crea un filo sottile tra due sconosciuti, nell'istante d'un attimo scambia un'emozione, parla con gli altri per farli fremere, sognare o pensare.
Nei racconti, ma anche nelle poesie, la presenza costante della betulla (vasto bosco di betulle, la voce delle betulle) diventa la metafora dell'asse del mondo. Albero sacro, è associato al sole e alla luna: è doppio, padre e madre, maschio e femmina. Gioca un ruolo di protezione o piuttosto di discesa dell'influenza celestiale: da cui la nozione di dualità che è per eccellenza quella della manifestazione. La betulla simboleggia la via attraverso la quale scende l'energia dall'universo e da dove risale l'aspirazione umana verso l'alto. Ma anche la renna ha una simbologia forte (il nonno guarda lontano, lontano nella tundra e vede passare le sue renne...). L'incontro con la renna per Biagio è fondamentale. Nella poesia intitolata La Renna dice: Ho saputo che tutto è nato dalla renna: / la tundra la neve il prato il vento... Per i popoli del grande nord asiatico, che si nutrono principalmente delle sue carni e del suo latte e che l'usano come cavalcatura, la renna diventa l'equivalente simbolico di ciò che è il cavallo per i popoli dei cavalieri. La cultura di questi popoli nordici si rifa ad un simbolismo lunare e la renna, come l'insieme dei cervidi, entra nel simbolismo generale della luna. All'interno di questa sezione del dialogo con la Natura merita un posto a parte quello con il deserto che per Biagio è la ricerca dell'Essenza. Dapprima il deserto è concepito come indifferenziato, uniforme, al di fuori del quale nulla esiste se non in modo illusorio, come un miraggio, e, in un primo momento Biagio non lo ama (Non ti ho mai amato). Poi, sotto la distesa superficiale, sterile, arida, inutile, il Poeta impara a ricercare la Realtà. Il deserto parla, racconta storie, è un caro vecchio amico. Il deserto diventa il cuore stesso, il luogo della vita eremitica interiorizzata. Con lui Cipolletta dialoga (ti parlavo sincero e ti ascoltavo, sicuro di parlare a chi conosce): Ho capito che ogni deserto sparisce/quando l'uomo parla e racconta di sé/mentre qualcuno in silenzio lo ascolta (Deserto 2).
Dialogo con la nostalgia - il groppo in gola: il nonno Lappone pur tra mille comodità sente il richiamo della sua terra, della neve e delle renne. Il dialogo con i baccalà (Il mercato di Val Melaina) è surreale: noi abbiamo bisogno di qualcuno che ci ricordi la nostra Norvegia, noi sentiamo la mancanza dei fiordi, dei gabbiani, delle renne, del vento. E di surrealtà, di mistero, di suspense è pieno il libro ne I tre vecchietti, L'onda, Omaggio a Ilaria del Carretto, Poesia per una foto.
"Nostalghia" è il titolo d'un celebre film di Tarkovskii: "Nostalghia" è il nome come lo pronunciano i russi nel loro italiano, la medesima nostalgia che secondo un episodio di cronaca, si dice sempre nel film, avrebbe spinto una domestica calabrese ad appiccare il fuoco alla casa dei suoi padroni, a Milano.
Probabilmente, come nel film di Tarkovskii, la nostalgia accompagnerà Biagio fino all'ultimo respiro e, come un film, la vita si chiuderà con le immagini della tundra che sfuma tra le strade di Roma o di Val Melaina