Il pellegrino orante
Punti di riferimento e spunti per una riflessione
sui salmi delle ascensioni.
[Nei tre articoli precedenti riguardanti i salmi delle ascensioni, sono state fatte delle premesse generali orientative. Vorremmo adesso,prima di riflettere su ciascuno di essi, ribadire ed ampliare alcuni concetti che mi sembra siano importanti per potere poi meglio comprendere e meglio pregare.]
Tre pensieri che il termine“pellegrinaggio” mi suggerisce e che riguardano delle realtà dicarattere universale, riferibili cioè all’uomo di tutti i tempi e di tutti i luoghi, sono : il cammino, la preghiera, la parola . Questi saranno i punti di riferimento nelle prossime riflessioni.
Il cammino
Il cammino e la via sono spesso metafore della vita umana considerata come un avanzare, un progredire attraverso le varie tappe e le varie esperienze che essa presenta. Il pellegrino che sale verso Sion, per un particolare incontro con Dio nel tempio, ci fa pensare ancora a qualche cosa che è propria dell’esistenza dell’uomo, ma che non varca i limiti della sua natura. Penso infatti che l’uomo è per sua natura un pellegrino che cammina verso qualche cosa che possa renderlo pienamente se stesso, qualche cosa che egli chiama comunemente felicità, suo bene, sua realizzazione ed integrità.
Frequentissimo è nella Bibbia l’uso di questo termine nel suo significato metaforico di percorso di vita. Anche la tensione verso l’alto, che questi salmi esprimono, ci fa rimanere nel campo dell’esistenziale, perché è proprio dell’uomo, della natura umana, avvertire consapevolmente o inconsapevolmente, di avere dei limiti e tendere a superarli, superandosi, in diversi modi; penso che uno dei modi è la religiosità: chiamo così la tendenza a pensare che ci sia un ente superiore capace di dare all’uomo quello che cerca,cioè una pienezza di vita, e di svelargli il senso stesso della sua vita. Anche questo è proprio dell’esistere umano, e rimane chiuso entro i suoi limiti. Oltre questi limiti c’è il mistero. Tutto questo offrirebbe una chiave d’interpretazione puramente esistenziale del pellegrinaggio, che però penso sia importante per potere capire perché i salmi siano una preghiera capace di esprimere l’uomo di sempre ed in cui l’uomo di sempre ritrova se stesso. Ma in questo cammino c’è un ulteriore passo ed è il passo decisivo, quello che porta veramente l’uomo a superare i suoi limiti ed a varcare la soglia del mistero. Si tratta di un passo che l’uomo non può fare da solo, gli deve essere donato, e questo dono è la fede. La fede apre gli occhi all’uomo pellegrino e gli svela nuovi e affascinanti orizzonti, gli fa vedere che quell’ente superiore cui egli pensava “levando gli occhi verso i monti”, è un Padre che si china a tendergli la mano per attirarlo a sé e lo penetra col suo amore trasformandolo, elevandolo ad un’altra qualità di vita. E’ un Padre che ama tanto l’uomo pellegrino sulla terra, da indicargli chiaramente la via da percorrere perché non si smarrisca e perché possa, giungendo all’incontro definitivo con Lui, poterlo vedere “faccia a faccia” come Egli è! Questa via il Padre la indica con una sola Parola, la sua Parola: Cristo, che continua a proclamare “Io sono la via”. L’uomo che accoglie questa parola è il pellegrino cristiano che cammina anconra verso la meta, ma in Cristoè già figlio di Dio in comunione di vita col Padre.
La preghiera
Nel contesto dei salmi dell’ascensione il termine “pellegrinaggio”
esprime senz’altro il concetto di preghiera. I pellegrini israeliti che si recavano in pellegrinaggio a Gerusalemme cantavano questi salmi che sono preghiera: la preghiera era il fine di questo pellegrinaggio. Ecco perché essa è un punto di riferimento in queste riflessioni. Nel primo di questi articoli sul “Pellegrino orante” dicevo che la figura dell’orante delle catacombe romane potrebbe essere impressa sulla carta d’identità dell’uomo di tutti i tempi. E’ mia convinzione infatti che l’uomo, in quanto tale e per essere tale, è essenzialmente un orante, perché è l’unico che nel creato ha lo specifico compito di tenere un rapporto con Dio attraverso quella comunicazione che si chiama preghiera; è lui che convoca il creato in una grande assemblea, perché lodi Dio, in quella lode universale così bene espressa nel Cantico dei tre giovani del Libro di Daniele. (Dn 3,51-90) .
E vero che tutto ciò che esiste è una testimonianza viva del suo Creatore, e questa testimonianza la dovremmo sentire davanti a tutte le cose, davanti ad una grande montagna, come davanti ad un filo d’erba: la voce del creato ci dice continuamente:” Io esisto perché c’è qualcuno che mi fa esistere”.Ma per lo più non ascoltiamo questa melodia, camminiamo estranei a tutto questo,
distratti ed insensibili, non da pellegrini oranti, ma da passanti che non hanno tempo! Ma questa forse è una digressione dal nostro discorso.
L’intenzione era di dire che in tutto questo creato è solo l’uomo che riceve un grande dono:quello della fede e, con la fede la preghiera; solo l’uomo ha una mente ed un cuore che si aprono a Dio, il quale aspetta solo questa apertura per potere entrare e comunicare con questa creatura privilegiata: infatti la preghiera è un privilegio dell’uomo e per questo è il suo distintivo. L’uomo può essere un grande scienziato,o artista, o un grande leader, ma niente gli dà la possibilità di superare se stesso e la sua umanità: solo la sua fede e la sua preghiera lo portano a vivere una vita divina, elevandolo alla dignità di figlio di Dio. Per questi motivi esprimo la convinzione che la preghiera è l’espressione più alta della dignità dell’uomo, quella che dà senso alla sua esistenza.
La parola
La parola con cui nei salmi, oggetto delle nostre riflessioni, si esprime la preghiera,ci invoglia a fermarci più a lungo davanti ad essa per scorgere, ricevere, gustare, almeno parte della sua ricchezza e bellezza. Sorge in noi il desiderio di non passare rapidamente davanti alla parola, dandole uno sguardo di sfuggita, ma di fermarci davanti ad essa, in quel silenzio interiore,in cui tutte le altre voci tacciono, perché essa sola ci parli e ci sveli sempre nuovi orizzonti. Senza un ascolto attento ed amoroso non si può cogliere la fecondità della parola, perché non se ne percepiscono le varie evocative suggestioni. Senza questo ascolto, la preghiera dei salmi diventa solo un movimento delle nostre labbra e non ci può essere quella partecipazione interiore che fa della preghiera una vera preghiera e che la spiritualità ebraica chiama “kawwanà”. La preghiera sgorga sempre dalla pura sorgente dello Spirito e quando essa scorre attraverso la parola dei salmi c’è come lo scintillio di mille luci che si riverberano nell’acqua che scorre e che affascinano lo sguardo: e la preghiera diventa contemplazione. Tale è la potenza della parola nei salmi!
Sintesi
Questi i tre punti cui ci riferiremo in queste riflessioni che non pretendono certo di essere esaurienti, ma vogliono solo offrire a chi legge lo spunto per ulteriori riflessioni, incoraggiare le eventuali condivisioni, invitare a pensare e a dare consistenza a realtà che sono di fondamentale importanza per l’orientamento del nostro cammino. E come potrebbero essere esaurienti delle riflessioni che hanno per oggetto realtà di per se stesse inesauribili? Il cammino dell’uomo, la preghiera, la parola, io le vedo come realtà che s’incarnano nell’esistenza umana, ma rimangono sempre avvolte di mistero, perché la loro verità è nel mistero dell’amore di Dio. Tutta la realtà che riusciamo a percepire con i nostri sensi è avvolta da questo mistero, il visibile è presentimento e palpito dell’invisibile. Il pellegrino orante nel suo camminare coglie questo palpito e, non distratto, ammira la novità che continuamente si offre al suo sguardo, non dà niente per scontato, perché né l’alba né il tramonto dipende da lui, né l’incantevole paesaggio né il filo d’erba: tutto è dono, tutto è miracolo che lo stupisce e lo colma di gratitudine, e stupore e gratitudine diventano preghiera che accompagna il suo cammino.
Le due zone, quella dello sperimentabile umano esistere e quella del mistero che lo circonda non sono incomunicabili: all’uomo pellegrino è stato fatto un grande dono, Cristo, e in Cristo quello sguardo nuovo di fede e quella nuova qualità di vita che gli svelano il mistero dell’amore di Dio e lo rendono di esso partecipe. E’ un cammino di fede quello del pellegrino orante cristiano , perché è alla luce della fede che egli avanza, è per pura fede che egli tante volte muove i suoi passi nel buio di un mistero, perché sa che si tratta di un mistero d’amore.
Questi motivi ci inducono a vedere nella via che il pio israelita percorre, per andare verso il tempio,non solo una metafora del cammino dell’uomo, ma anche, come tutte le realtà dell’Antico Testamento, un segno della via in cui il cristiano cammina, perché crede fermamente che Cristo è la via che porta al Padre. C’è una continuità di segno e realtà significata, di profezia e di avveramento che bisogna cogliere pregando i salmi.
Io credo che se si formasse nella nostra mente e nel nostro cuore un’armoniosa sintesi di questi aspetti della preghiera del pellegrino, pregheremmo con maggiore consapevolezza e partecipazione, senza fretta, “gustando e vedendo” le meraviglie che lo Spirito rivela ai pellegrini che aspirano all’incontro con Dio.
Sr. Beatrice OSB
Riflessioni sul salmo 120
La serie dei salmi dell’ascensione inizia col salmo 120. In una prima lettura di questo salmo, l’impressione immediata che ho avuto è stata quella di un salmo vivacemente movimentato: ad una iniziale domanda-risposta, seguono le antitesi prigionia-liberazione, colpa-punizione, guerra –pace, in un’atmosfera di ostilità espressa con linguaggio bellico ed attraversata dal sofferente anelito di pace del salmista, che la rende ancor più drammatica. Mi sembrava che la nota dominante fosse quell’ojah (ohimè), che nel bel mezzo del salmo era come il profondo incontenibile lamento di un cuore angosciato. Ma nella prima lettura mi aveva colpito anche la fine troppo brusca di questo salmo,quasi che il salmista l’avesse improvvisamente sospeso o quasi che ci fosse un interrogativo senza risposta.
Ma davanti alla parola di Dio non ci si può fermare alle prime impressioni di una prima lettura. Rileggendo e “ruminando” questo breve salmo, sempre più le prime due parole attiravano la mia attenzione. Esse sono : el Jahweh (verso Jahweh). Mentre l’ultima parola del salmo, “ guerra”, sembrava quasi chiudere il cuore ad ogni speranza, evocando odio, lotta, dolore, le prime due “verso Jahweh” spalancavano il cuore presentando allo sguardo spazi stupendi di speranza. “Nella mia angoscia ho gridato al Signore – ed egli mi ha risposto”. Quanta gioia in questo annuncio
di una risposta attesa, di una prova di amore grande e fedele. Il Signore risponde, non è qualcuno che lascia inevasa la domanda perché non ha tempo o perché non gl’interessa. Siamo noi che non sappiamo leggere la risposta, forse perché non rientra nel nostro campo visivo regolato dal “qui e adesso” e dal nostro modo di vedere. Ma con l’andar del tempo ci riusciamo e vediamo che la risposta di Dio non può essere che una risposta d’amore. Su questa esperienza fatta si basa saldamente la fiducia dell’orante. La fiducia è presente ed operante in questo salmo, anche se non è espressamente nominata. E’ quella che spinge il salmista a tendere verso l’alto” “nelle sue quotidiane ascensioni fatte di preghiera, nel suo grido di angoscia. E’ la fiducia che lo sostiene quando “ abita straniero in Mosoch e dimora fra le tende di Cedar”
e lo aiuta a perseguire la pace in un contesto di guerra.”Io sono per la pace e loro vogliono la guerra”. La fiducia precede ed accompagna ogni passo dell’orante, e dopo ogni passo si rafforza. Per questo egli sopravvive in una situazione drammatica,resiste anche se messo alle strette, come imprigionato, come assediato, da gente ostile la cui arma potente è la lingua menzognera. Vorrei ricordare che il termine “angoscia” corrisponde all’ebraico “saratah” che significa propriamente prigionia, assedio, trovarsi in una stretta senza possibilità di scampo, il che provoca un senso interiore di soffocamento, di angoscia. La lingua cattiva infatti uccide moralmente riducendo all’impotenza ed emarginando chi è sotto il suo tiro, soffocando le sue aspirazioni più alte e le sue doti
naturali che sono tante volte oggetto d’invidia. La lingua menzognera è subdola, trae in inganno, perché si mostra sotto l’aspetto della verità, sussurra insinuando, e tante volte una parola gettata lì, come per caso, è una parola micidiale che distrugge la felicità degli altri. La menzogna è demoniaca, è il male in assoluto personificato dal demonio. Infatti solo il Bene assoluto, può vincerlo per ristabilire quell’armonia e quella pace e quella giustizia che fanno parte del suo disegno d’amore. Il salmista lo sa e spera che le”frecce acute di un prode con carboni di ginepro” intervengano a far trionfare la verità. Ed ecco che questo piccolo salmo, questo grido di angoscia ci presenta il grande dramma dell’umanità, la lotta fra il bene ed il male, la necessità assoluta di scegliere con determinazione la via giusta della Verità, senza lasciarsi ingannare dalle tante menzognere verità di un relativismo sempre più o meno presente nella storia dell’uomo, o dai vari idoli che si presentano sul suo cammino. Il salmista soffre perché si trova fra gente idolatra, che certamente lo schernisce e lo mette alla prova,ripetendogli :”Dov’è il tuo Dio?” (Sal. 42,10). Ma nel suo cammino l’uomo pellegrino sulla terra non incontra forse tanti idoli falsi e bugiardi che lo ingannano, burlandosi di lui, che lo disorientano e gli fanno perdere,più o meno definitivamente, la strada giusta? “Io sono per la pace, loro vogliono la guerra”. Non è facile essere per la pace, come non era facile il cammino del pellegrino che andava a Gerusalemme, città della pace: giustamente questo salmo è fra i salmi delle ascensioni.
Non è facile, anzi è impossibile costruire la pace senza Dio,e questo è drammaticamente evidente oggi. L’orante di questo salmo ci indica la strada perché possa regnare la pace nel cuore degli uomini, nelle famiglie, nella società, fra i popoli: bisogna che l’uomo indirizzi il suo grido, e col suo grido tutto il proprio essere el Jahweh ; quando questo avverrà, certamente Dio risponderà con la sua Parola, Cristo, che ci ripeterà:” La pace sia con voi!”
Sr. Beatrice OSB
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