Immagine
 Vetrina di un corniciaio romano che espone la raccolta “Incontri con Medusa” e il collage “Blu”......
Home Page

... pezzi di esperienza letteralmente carpiti dalla loro attualità e incorporati…

Ciao,
vuoi fare un viaggio con me? Entra in un mondo in cui Arte e Vita coincidono…
Fausta Genziana Le Piane


Puoi utilizzare la finestra "Commenti" sia per commentare un testo sia per inviare uno scritto... verrà pubblicato nella sezione interessata!






WebLog
 
Di Fausta (del 01/02/2012 @ 11:00:11, in Vernacolo, linkato 183 volte)
INGIUSTIZIA
 
Dice ‘a gatta nera ‘a quella griggia:
“Amica tu sì, sei affortunata!
D’inverno te ne stai vicino a’ stufa
sur cuscino a fa’ le fusa
mentr’io tutt’affamata
me slongo pe’ la strada congelata.
Ma dimme un po’ perché c’è st’ingiustizia?
forse perch’io so’ nera
e te sei griggia”.
  
FIORI D’INVERNO
 
C’è ‘na bottega all’angolo da’ strada
ch’è piena de fiori d’ogni specie.
Io me ce fermo spesso lì davanti
e me li guardo tutti:
‘ rosa, ‘a viola e ‘a mimosa
e nun me stanco mai
de rimiralli.
 
Er padrone, da dietro ‘a vetrina,
me guarda divertito
penzanno che so’ matta
a stà lì ferma co’ ‘sto freddo.
 
Certo nun sa, quer poveretto,
che proprio lì
me s‘ariscalla er core.
 
A DANIELE
 
Chissà perché st’amico mio fa l’avvocato
quanno cià ‘na forbice parigina.
Si te venisse voja de chiedeie:
“Avvocà me fa er capello ?”
Subito co’ mano lesta
te gira la capoccia fra le mane
te guarda te studia t’alliscia
smove le sopracciglia
e zacchete co’ quattro sforbiciate
er tajo è bell’e’fatto
mancheno solo li peli dietro ar collo
ma devi sta’ tranquillo
che lui te li pulisce
co un rasore che pare de velluto.
“Amico mio, sai che te dico
lassa sta’ st’avvocatura
e pensa a sistemà la capoccia
de ‘stamichi tua”.
 
CORE DE CANE
 
C’è ‘na vecchia tutta infreddolita
che stenne la mano rattrappita
e passa er signore, er gagà co’ lo studente.
Ma nissuno se ferma
a dà ‘na lira.
 
Sortanto un cane,
passannoie vicino,
se ferma, la guarda…e lì se stenne
pe’ daie armeno un po’ de compagnia
 
A SORA LALLA
 
A sora Lalla for de casa lascia sempre
un po’ de pappa pe’ li mici
pe’ primo arriva er tigre detto er panza
pe’ tutta la ciccia che javanza
embé! Stò prepotente tutto se magna
l’antri stanno a guardà.
Ma ‘na mattina un Mastino aspettanno de “fa” le cose sua,
vedenno quer quadretto,
ar prepotente s’avvicina e jarifila na’ zampata.
Er micio inviperito s’arivorta pe dà n’unghiata;
ma quanno vede quer bestione ciaripensa,
sornione s’alliscia er pelo s’addrizza er baffo e miagola.
“A sor coso ma ch’hai pensato te se’ sbajato
‘sti mici so’ tutti amichi mia
jo fatto solo ‘no scherzetto.”
 
A mice’ a ‘sto monno
sete in tanti a falli ‘sti scherzetti
è ora de piantalla!
Nun è più tempo de’ scherzà.
 
FOGLIE 
 
Che vento tira stasera!
Pare quasi che vo’ portasse via la tèra.
E passa e ripassa
portannose via le prime foje gialle
ch’annaspeno nell’aria
cercanno n’aiuto n’appoggio
che nun viene
poi… co’ rassegnazzione
se lasseno annà pe’ tèra.
 
Ma er vento crudele e capriccioso
le risolleva ridannoie quer brivido de vita
pe’ poi ributtalle fra la porvere
là… pe’ tèra.
 
Di Fausta (del 01/02/2012 @ 10:10:10, in Scatti d'autore, linkato 601 volte)

Fiore di giacinto sul balcone...in pieno inverno!

Cactus sul balcone romano...

Autunno in Sabina....

Ma anche pecore...

rarefatte immagini mattutine...

 

Non è bello mio nipote Marco che dorme sull'amaca al mare????

Ancora casa mia in Sabina...in mezzo alle balle di fieno che adoro!

Non sono queste  un Carnac di fieno? Eccolo, magico e misterioso...fieno uguale pietra...

Mi piacciono tantissimo le balle di fieno...è il periodo in Sabina...mi  suggeriscono l'idea della solitudine...

.

 

 

Sul balcone di casa mia, le roselline che amo e curo tantissimo...

A Barcellona, le rambla sono una fonte ineusaribile di meraviglia, gioco e eccentricità...travestimenti a iosa...

Ecco il fenomeno di luna piena di alcune sere fa...

Maschera turca

Due belle foto del Carnevale di Nothing Hill a Londra, sì, sì, Nothing Hill proprio il quartiere del film con H.Grant e J. Roberts...

Chiare fresche dolci acque della fontana della mia casa di campagna - "Casa Duir - dove puoi venire a rilassarti, scrivere, dipingere, scolpire il legno...."

E' dell'anno scorso ma si addice anche a quest'anno... E quei passi che ti suggeriscono?

La mamma orgogliosa - io! - fotografa il figlio che brinda il giorno della laurea in Economia e Commercio (Primo livello) con Papà sorridente, Rolando, amica fedele, Danila, e cugino compagno di sempre, Paolo...

 

Marco è l'altro nipote, Nipotino Red - nipotino perchè è il più piccolo, Red perchè è rosso di capelli. A Casa Duir si diverte a giocare al Barone rampante o meglio a Robinson Crusoe...

Dove vai lumachina? 

Tornano le maschere...Sono nata nei giorni del Carnevale e per questo lo amo tantissimo... Il mio più bel libro di poesie s'intitola "La notte per maschera". Amo le maschere: ecco la foto di due maschere di attori di teatro  indonesiano in legno chiaro

Sono d'accordo con Enrico Ruggeri... a me piace il mare d'inverno... soli io e lui perchè come dice Charles Baudelaire: "Uomo libero, tu amerai sempre il mare". Eccoti il ricordo di due immagini che mi sono piaciute!

 

Perdonami una foto...una foto che non so neanche chi l'abbia scattata... lontana lontana nel tempo... poco importa che sia la mia famiglia, mio nonno, mia nonna, mia madre e i miei zii...importa che è un angolo verde e stupendo della Sila, che è stata una bella giornata,  - forse un pic-nic, mio nonno ha letto il giornale - e che tutti sorridenti vanno verso il loro destino in Calabria e altrove, guardando l'obiettivo, guardando me... mi mancano tanto... Se, come dice Roland Barthes ne "La camera chiara", note sulla fotografia, "il Fotografo deve lavorare moltissimo per far sì che la Fotografia non sia la Morte" devo dire che qui c'è riuscito  benissimo e non so se sono così vivi perchè lo sono nel mio cuore ma è come se mi guardassero affacciati alla finestra di fronte...

Un'altra piccola nostalgia..Ho fotografato il fazzoletto con il disegno del Sacré Coeur, ricordo del viaggio di nozze a Parigi dei miei genitori... E' uno stratagemma per farli vivere ancora con me...

 

Ogni cosa imbiancata sembra diversa e acquista un pò di magia...

Grande fermento di foto di "Roma innevata"... Ecco un'immagine dalla finestra del mio salotto...

 

Un ombrellone chiuso, dimenticato sul terrazzo da quest'estate, riceve un'imbiancata....

 

 

 

 
Di Fausta (del 01/02/2012 @ 09:09:09, in Sulla scrittura, linkato 103 volte)

DEI COMPENSI

 Per quanto bella sia una casa, essa è anzitutto – prima che la sua bellezza venga dimostrata – tanti metri di altezza per tanti di larghezza. Allo stesso modo la letteratura, che è la materia più inapprezzabile, è anzitutto un riempimento di colonne; e l’architettura letteraria, il cui solo nome non è una possibilità di profitto, deve vendersi a qualunque costo.
Ci sono giovani che dicono: “Dal momento che vale così poco, perché darsi tanto da fare?”. Avrebbero potuto consegnare un lavoro migliore; e in tal caso, sarebbero stati derubati dalla necessità attuale, dalla legge della natura, si sono derubati da soli; mal pagati, avrebbero potuto trovarvi un po’ di onore; mal pagati, si sono disonorati.
Riassumo tutto quello che potrei scrivere su tale materia in questa massima suprema, che offre alla meditazione di tutti i filosofi, di tutti gli storici e di tutti gli uomini d’affari: Soltanto grazie ai bei sentimenti si conquista la fortuna!
Chi dice: “Perché sputare l’anima per così poco?”, è chi, più tardi, una volta raggiunta la gloria, vuole vendere i suoi romanzi d’appendice a duecento franchi a puntata, e, respinto, torna il giorno dopo a offrirli con una perdita di cento franchi.
L’uomo ragionevole è chi dice: “Credo che valga tanto, perché io sono dotato di genio; ma se devo fare qualche concessione, la farò, per avere l’onore di essere dei nostri”.
 
Charles Baudelaire, Consigli ai giovani scrittori, Passigli Editori, 2000
 
NELL'ARTE NON SI PUO' MENTIRE
 
Mai si deve mentire. L’arte ha questo di particolarmente grande: non tollera la menzogna. Si può mentire in amore, in politica, in medicina: si può ingannare la gente, persino Dio; ma nell’arte non si può mentire
(lettera senza data 1900?
 
Anton Checov, Senza trama e senza finale, Minimum Fax, 2002

DEDICATO A CHI SCRIVE… Da scrittrice a scrittrice: Flannery O’ Connor a Elizabeth Bishop

Si parla poco sia di Flannery O’ Connor che di Elizabeth Bishop. E’ veramente un peccato.

Flannery O'Connor fu l'unica figlia di Edward F. O' Connor e Regina Cline O'Connor. Al padre fu diagnosticato un lupus eritematoso per il quale morì nel 1941, quando Flannery aveva solo 15 anni. Non solamente Flannery dovette affrontare il peso della perdita del padre, ma anche il problema dell'ereditarietà della malattia. All'età di sei anni, Flannery insegnò a un pollo a camminare all'indietro e fu la prima occasione di celebrità. Gli inviati della rivista Pathè News filmarono la piccola "Mary O'Connor" con il suo pollo e quelle immagini fecero il giro del paese. Flannery disse in seguito: "C'ero anch'io con il pollo. Ero là solo per assisterlo, ma fu il momento culminante della mia vita. Tutto quello che è accaduto dopo, è stato solo un anticlimax." La O'Connor frequentò la Peabody Laboratory School, presso la quale si diplomò nel 1942. Entrò al "Georgia State College for Women" (ora Georgia College and State University) per un corso della durata di tre anni e si laureò in sociologia. Nel 1946 venne ac-cettata al prestigioso Iowa Writers' Workshop. Nel 1949 conobbe Robert Fitzgerald (tradutto-re dal greco di varie opere teatrali e di poemi, come l'Edipo re e i poemi omerici) e accettò l'invito di soggiornare con lui e la moglie Sally presso Redding, nel Connecticut. Nel 1951 le fu diagnosticato il lupus, per cui fece ritorno alla fattoria di famiglia, Andalusia, a Milledge-ville. Le aspettative di vita erano di cinque anni, ma lei sopravvisse quasi per 15. Ad Andalusia allevava pavoni, arrivando ad averne un centinaio. Amante dei volatili, allevò anche anatre, galline, e utilizzò questi animali come simboli nei propri scritti. Descrisse i suoi pavoni in un saggio intitolato “The Kings of Birds”. Flannery era una fervente cattolica, che si trovava a vivere nella Bible Belt, il Sud protestante. Si procurò libri di teologia cattolica e occasional-mente teneva conferenze su argomenti religiosi e letterari, viaggiando anche parecchio nono-stante la fragilità della sua salute. Non si addormentava senza aver letto qualcosa della Summa Theologiae di Tommaso d'Aquino. Tenne pure una fitta corrispondenza epistolare con scrittori del calibro di Robert Lowell e Elizabeth Bishop. Non si sposò mai, confidando solo nella compagnia dei suoi corrispondenti epistolari e di sua madre. La O'Connor scrisse 32 racconti, 2 romanzi, alcune prose d'occasione e più di 100 recensioni di libri per due giornali locali, mentre affrontava la battaglia contro il lupus. Morì al "Baldwin County Hospital" il 3 agosto 1964, all'età di 39 anni, per complicazioni dovute all'emergenza di un tumore in aggiunta al lupus. Fu sepolta a Milledgeville, Georgia, al Memory Hill Cemetery. Divenne famosa soprattutto per i due romanzi La saggezza nel sangue (1952) e Il cielo è dei violenti (1960). Significativi anche i suoi racconti, che in mezzo a situazioni grottesche e personaggi memorabili sottolineano la presenza di un fattore imponderabile nell'esistenza dell'uomo grazie all'introduzione nella trama di circostanze imprevedibili e a una profonda indagine sui comportamenti umani.

Elizabeth Bishop nacque da William Thomas Bishop e Gertrude Bulmer Bishop. Il padre morì pochi mesi dopo la sua nascita, mentre la madre fu in-ternata in una casa di cura per malattie mentali quando Elizabeth aveva solo cinque anni. La bambina trascorse l'infanzia con i nonni a Great Village, in Nuova Scozia (Canada), in un ambiente sereno spesso rievocato nelle sue o-pere. Nell'autunno del 1929 fu ammessa al Vassar College, dove nel 1933 fondò con alcune amiche (tra cui la scrittrice Mary McCarthy) la rivista letteraria Con Spirito. Nel 1934 conobbe la poetessa Marianne Moore, che ebbe grande influenza sulla sua arte e con cui scambiò negli anni un fitto carteggio (recentemente pubblicato con il titolo One Art, vedi oltre). In seguito incontrò numerosi altri poeti americani, tra cui Robert Lowell, James Merrill e soprattutto Ezra Pound. L'età adulta fu caratterizzata da numerosi viaggi fra l'Europa e le Americhe. A metà degli anni trenta la Bishop è in Francia, ospite di un'amica del Vassar College. Nel 1938 acquistò una dimora a Key West, in Florida, dove anche Ernest Hemingway aveva soggiornato. Negli anni tra il 1952 e il 1967 è invece in Brasile, dove si era inizialmente recata per una visita di due settimane. Tutti questi spostamenti hanno contribuito a infondere in molte sue opere un tipico connotato ambientale e geografico (spesso evocato nei titoli: Nord e sud, Interrogativi di viaggio, Geografia III). In Brasile, la Bishop conobbe Lota de Macedo Soares, un'esteta proveniente da un'importante famiglia di Rio de Janeiro, con cui intrecciò una lunga relazione sentimentale, tragicamente conclusa con il suicidio della Soares. Nel frattempo, la sua opera si era diffusa nell'ambiente letterario statunitense e aveva ottenuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Premio Pulitzer, conferitole nel 1956 per la raccolta North & South - A Cold Spring. Oltre al lavoro letterario, la Bishop si dedicò per molti anni all'insegnamento universitario, presso la University of Washington, la New York University e il Massachusetts Institute of Technology. La sua poesia è stata definita "arcaicamente nuova" da Marianne Moore, mentre Josif Brodskij ha parlato di lei come della "Callas della poesia del novecento". Secondo il critico Randall Jarrell, tutte le sue liriche «portano scritto in calce: io l'ho visto».

A Elizabeth Bishop

2 agosto ‘59

Finalmente ho permesso al mio romanzo di uscire di casa e prendere un treno e ancora non mi sono impegnata in niente di serio (…) Dopo che hai lavorato a una cosa per sette anni ti è an-cora troppo vicina per vederla nitidamente. I racconti li vedo con molta più chiarezza perché quando li finisco non mi lasciano tanto stremata (…) Il libro parla di un ragazzino allevato dal prozio in mezzo ai boschi con l’intento di farne un profeta. Il libro parla della sua lotta per non diventare profeta: e della sua sconfitta. Sono rassegnata all’idea che la più grande ammiratrice del libro sarà la sottoscritta (…). Ieri ho venduto un paio di (pavoni), non era mai successo. Si sono presentati due tizi su una lunga macchina bianca, la donna con un paio di calzoncini microscopici. Si capiva subito che avevano un mucchio di quattrini e non c’erano abituati. Lei ha dichiarato di guidare un mono-plano Piper e di avere due procioni e quello che chiamava un bracco di “Weimeraw”. Lui si sta lanciando nell’allevamento di fagiani, pavoni e rane toro. Sono entrati, e dopo aver ammirato la casa lei fa: “Siamo stati a Macon a cercare qualche mobile rustico francese. Mi voglio fare un bel divanetto”. Lui è ingegnere edile. Ha detto di avere un amico scrittore nel Mississippi e io gli ho chiesto chi fosse. E lui: “Si chiama Bill Faulkner. Se è bravo non lo so, ma è un gran simpaticone”. Gli ho detto che era bravo eccome (…). Facci sapere se vieni da queste parti. Potremmo venirti a prendere a Savannah e portarti qui (...). Da Sola a presidiare la fortezza, Lettere, Einaudi, 2001 Non ti riconosci in queste frasi? Non è difficile prendere le distanze da ciò che scrivi? Deve passare del tempo…L’amicizia tra letterati è forte e difficile oggi da immaginare. Passare assieme il tempo per scrivere e discutere di scrittura….non se ne sente più parlare! Infine i pavoni, il grande amore di Flannery per i pavoni che guardava per ore! Casabianca (1) Love’s the boy stood on the burning deck trying to recite “The boy stood on the burning deck. “Love’s the son stood stammering elocution while the poor ship in flames went down. Love’s the obstinate boy, the ship, even the swimming sailors, who would like a schoolroom platform, too, or an excuse to stay on deck. And love’s the burning boy. Casabianca L’amore è il ragazzo che in piedi sul ponte in fiamme cercava di recitare: “Il ragazzo era in piedi sul ponte in fiamme.” L’amore è il figlio in piedi che il suo discorso mentre la povera nave in fiamme cola a picco. L’amore è il ragazzo testardo, la nave, perfino i marinai in mare, che vorrebbero proprio una cattedra scolastica, anche loro, o una scusa per restare sul ponte.

Flannery O' Connor, Sola a presiedere la fortezza, Einaudi

Casabianca (1)

Love’s the boy stood on the burning deck
trying to recite “The boy stood on
the burning deck.” Love’s the son
   stood stammering elocution
   while the poor ship in flames went down.
 
Love’s the obstinate boy, the ship,
even the swimming sailors, who
would like a schoolroom platform, too,
   or an excuse to stay
   on deck. And love’s the burning boy.
 
(1)   Casabianca. “Il ragazzo che restava in piedi sul ponte” è il figlio di un ammiraglio francese chiamato Casabianca, che rifiutò di lasciare la nave colpita quando suo padre preferì farla saltare piuttosto che arrendersi.

Elizabeth Bishop, Nord & Sud, Circé, 1996

 
Di Fausta (del 01/02/2012 @ 07:30:30, in Giochi, linkato 106 volte)
        PAROLE STRANIERE...MA SOLO INGLESI!
 
Usiamo spesso termini presi in prestito da altre lingue, come quelli proposti qui sotto. Ma ne conosciamo davvero il significato?
 
1) FLIGHT RECORDER
A)  Vento gelido
B) Temperatura corporea più alta del normale
C)   Nastro magnetico che registra i dati del volo di un aereo
 
    2) PERSONAL TRAINER   
A)  Individuo di grande scaltrezza e di pochi scrupoli
B)  Macchina agricola
C)  Allenatore atletico che si occupa di un cliente
 
                        3) DERRICK                 
A)  Pianta arbustacea con fiori bianchi e bacche rosse
B)  Tipo di gru con albero verticale e braccio mobile
C) Pesce d’acqua dolce
 
  4)  FUNNY
A) Imbarcazione a remi da regata con un solo vogatore
B) Bevanda gassata
C) Calzatura estiva con lacci
 
5) MUFF
A) Guanto di lana pesante
B) Particolare situazione del gioco del baseball
C) Ammuffito, alterato
 
6) BUFFER
A) Espressione di disgusto
B) Dispositivo informatico di memorizzazione momentanea
C) Impazienza, fretta
 
7) PASS
A) Fuggire, scappare
B) Lasciapassare
C) Strumento chirurgico per disinfettare
 
 
Soluzione
 1/C - 2/C - 3/A - 4/A - 5/A - 6/B - 7/B
LE PAROLE STRANIERE
 
Usiamo spesso termini presi in prestito da altre lingue, come quelli proposti qui sotto. Ma ne conosciamo davvero il significato?
 
1) Lifting              2) Spinning                     3) Boutique                          4) Foulard
 
                  a) lisciare                  a) ginnastica rock                         a) negozio                       a) macchia                  b)      abbellire                        b) attività aerobica                            b) magazzino                  b) stoffa         
c) riempire               /anaerobica di gruppo                c) ripostiglio                       c) fazzoletto
                su bicicletta fissa.                                                   
                             c) pedana vibrante                                                                          
 
 
       
5) Jumping        6) Dépliant                  7) Computer          8) Ticket 
 
a) nuotare               a) pubblicità                       a) vettore                   a) biglietto
b) sport in cui si       b) pubblicazione                 b) sistema                  b) prestazione
effettua un lancio   c) opuscolo                        c) apparecchio           c) cura
                                             con una corda
                                 elastica    
                                               c) scivolare                
 
 
 
Soluzione:
 
1 - a ; 2 - b ; 3 - a ; 4 - c ; 5 - b ; 6 - c ; 7    
 
TROVATE L'ERRORE!
 
Nella breve scheda biografica del grande scrittore che ti propongo c’è un macroscopico errore. Sei in grado di individuarlo? Soluzione in fondo alla rubrica.
 
Luigi Pirandello nacque a Palermo nel 1867 e morì a Roma nel 1936. Autore di romanzi e racconti nella tradizione del verismo (L’esclusa, 1901), mostra nel suo teatro, la personalità umana dilaniata in mille sfaccettature e opinioni contraddittorie, incapace di ricomporsi logicamente (Sei personaggi in cerca d’autore, 1921, Questa sera si recita a soggetto, 1930). Ha ottenuto il Premio Nobel nel 1934.
                  
    LE PAROLE STRANIERE...MA SOLO FRANCESI! 
Usiamo spesso termini presi in prestito da altre lingue, come quelli proposti qui sotto. Ma ne conosciamo davvero il significato?
 
1) DECO   A) Medaglia con effigie sacra
                   B) Stile artistico affermatosi tra gli anni ’20 e gli anni ’30 del 1900
                   C) L’arte di arredare un interno
 
 2) AFFICHE A) Cappello ottocentesco da uomo ad ampie falde
                       B) Lamina di ferro di spessore molto sottile
                       C) Manifesto, locandina  
                             
3) GOBELIN  A) Arazzo tessuto amano
                        B) Lampadario a bracci lunghi in stile settecentesco
                       C) Nella tradizione islamica abito femminile di colore nero
 
4)  RENTREE A) Ritorno dall’esterno verso l’interno
                          B) Ricomparsa dopo un periodo di assenza o inattività
                          C) Passo di danza
 
5)  MEUBLE  A) Espressione perplessa
                        B) Colpo piuttosto rumoroso
                        C) Albergo che non offre servizio di ristorante
 
 6) VOLANT   A) Di persona superficiale
                        B) Striscia di stoffa pieghettata o arricciata
                        C) Breve composizione musicale
 
 7) DELABRE  A) Rovinato, deteriorato
                          B) Cuoio sintetico utilizzato per rilegare i libri
                          C) Battuto, percosso
Soluzione
1-B; 2-C; 3-A; 4-B; 5-C; 6-B; 7-A 
 
 INDOVINA A QUALI LIBRI CORRISPONDONO GLI INCIPIT QUI SOTTO RIPORTATI...MA CONTROLLA LA SOLUZIONE ALLA FINE!

C'è un piccolo aiuto!

1) 23 giugno 1952. Mi trovo seduto sulla terrazza dell’albergo Baglioni, innamorato di mia moglie. Sono le dieci di sera

 2) Ci sono case, in certe città di provincia, la cui vista ispira la stessa malinconia dei chiostri più scuri, delle lande più desolate o delle più cupe rovine…Quei principi di malinconia si riscontrano nella fisionomia di una vecchia casa abitata a Saumur.

 3) Ricordo una vecchia città, rossa di mura e turrita, arsa sulla pianura sterminata nell’agosto torrido con il lontano refrigerio di colline verdi e molli sullo sfondo. Archi di ponti enormemente vuoti sul fiume impaludato in magre stagnazioni plumbee; sagome nere di zingari, mobili e silenziose sulla riva…
 
1)
a) Vitaliano Brancati, Paolo il caldo
b) Vasco Pratolini, Il Quartiere
c) Luigi Pirandello, L’amica delle mogli
 
2)
a) Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto
b) Italo Svevo, Una vita
c) Honoré de Balzac, Eugenia Grandet
 
3)
a) Dino Campana, Canti Orfici
b) Grazia Deledda, Canne al vento
c) Aldo Palazzeschi, Le sorelle Materassi
  
Soluzione: 1-a/2-c/3-a
              
Luigi Pirandello: nacqua ad Agrigento. 
 
Di Fausta (del 01/02/2012 @ 07:07:07, in Scatti d'autore, linkato 170 volte)

L'ultima notte del 2011 dal balcone di casa nostra...

Di sera un ponte riflesso nel Tevere...

Pioggia sul parabrezza...

....

In Sabina con la pioggia...

Fungo in Trentino...

...

Subito fuori di Villa Dora Pamphili, a Roma, Il vascello...

...

  L'EMILIA DI ROLANDO MALAGOLI 

Rolando - nato a Modena - con questi scatti ci regala l'atmosfera della "bassa", della sua terra, il piatto paese dell'Emilia e Romagna con la nebbia e la neve. Sono paesaggi quotidiani ai quali siamo poco abituati ma con i quali è difficile convivere. Sono istantanee e piene di magia e di atmosfera...

 

 Nella nebbia i prodotti tipici dello gnocco (Buono!) e dei salumi...Presto, entriamo!

Argini di fiume da sogno

 
Di Fausta (del 10/01/2012 @ 19:59:50, in Avvenimenti, linkato 50 volte)
 
Di Fausta (del 09/01/2012 @ 06:06:06, in Poesia, linkato 69 volte)
E' uno dei miei scrittori preferiti...leggi i suoi racconti, da uno di essi Antonioni trasse un famoso film, Blow up...
Questa lirica mi ha fatto piangere...
 

SE DEVO VIVERE
 
Se devo vivere senza di te, che sia duro e cruento,
la minestra fredda, le scarpe rotte, o che a metà dell'opulenza
si alzi il secco ramo della tosse, che latra
il tuo nome deformato, le vocali di spuma, e nelle dita
mi si incollino le lenzuola, e niente mi dia pace.
Non imparerò per questo a meglio amarti,
però sloggiato dalla felicità
saprò quanta me ne davi a volte soltanto standomi nei pressi.
Questo voglio capirlo, ma mi inganno:
sarà necessaria la brina dell'architrave
perché colui che si ripari sotto il portale comprenda
la luce della sala da pranzo, le tovaglie di latte, e l'aroma
dl pane che passa la sua mano bruna per la fessura.
Tanto lontano ormai da te
come un occhio dall'altro,
da questa avversità che assumo nascerà adesso
lo sguardo che alla fine ti meriti.
 
IL FUTURO
 
E so molto bene che non ci sarai.
Non ci sarai nella strada,
non nel mormorio che sgorga di notte
dai pali che la illuminano,
neppure nel gesto di scegliere il menu,
o nel sorriso che alleggerisce il “tutto completo”
[delle sotterranee,
nei libri prestati e nell’arrivederci a domani.


Nei miei sogni non ci sarai,
nel destino originale delle parole,
né ci sarai in un numero di telefono
o nel colore di un paio di guanti, di una blusa.
Mi infurierò, amor mio, e non sarà per te,
e non per te comprerò dolci,
all’angolo della strada mi fermerò,
a quell’angolo a cui non svolterai,
e dirò le parole che si dicono
e mangerò le cose che si mangiano
e sognerò i sogni che si sognano
e so molto bene che non ci sarai,
né qui dentro, il carcere dove ancora ti detengo,
né là fuori, in quel fiume di strade e di ponti.
Non ci sarai per niente, non sarai neppure ricordo,
e quando ti penserò, penserò un pensiero
che oscuramente cerca di ricordarsi di te.
 
RESTITUZIONE
 
Se della tua bocca non so che la tua voce
e dei tuoi seni solo il verde o l'arancione delle tue bluse, come posso avere la presunzione di
avere di te più della grazia di un'ombra che passa sull'acqua.
Nella memoria porto gesti, la moina che tanto felice mi faceva,
e questo modo di restartene in te stessa, con il curvo riposo
di un'immagine d’avorio.
Non è gran cosa questo tutto che mi resta.
In più opinioni, collere, teorie,
nomi di fratelli e sorelle,
l'indirizzo postale e il numero del telefono,
cinque fotografie, un profumo di capelli,
una pressione di mani piccole fra le quali nessuno direbbe
che mi si nasconde il mondo.
Questo tutto me lo porto senza sforzo, perdendolo poco a poco.
Non inventerò l'inutile menzogna della perpetuità,
meglio passare i ponti con le mani
piene di te,
tirando via a piccoli pezzi il mio ricordo.
Dandolo alle colombe, ai fedeli passeri,
che ti mangino fra canti, arruffio e svolazzi
 
Di Fausta (del 07/01/2012 @ 18:00:17, in Avvenimenti, linkato 50 volte)

clicca sull'immagine

 
Di Fausta (del 04/01/2012 @ 12:40:58, in Poesia, linkato 66 volte)
I FIORI DEL MALE
quaderno quadrimestrale
POESIA
CULTURA LETTERARIA E ARTE
 

clicca sull'immagine

 
Con il Patrocinio della FUIS Federazione Unitaria Italiana Scrittori
 
Di Fausta (del 02/01/2012 @ 10:00:00, in Racconti, linkato 293 volte)
 LA PIANTA DEL SORRISO
 
Chi non alza gli occhi verso un albero in fiore, chi non si ferma davanti alla vetrina di un fioraio, chi in casa tiene solo piante finte, non prosegua nella lettura di questo breve racconto: eviterà sorrisini ironici e si risparmierà un commento poco benevolo.
Io adoro piante e fiori. Non ho mai avuto la fortuna di possedere un giardino; ma il mio modesto balcone contiene più piante di quante ne dovrebbero contenere. Non si tratta di piante rare o particolari; ma di piantine verdi o fiorite.
Il mio primo saluto al mattino va a loro: con loro parlo, le accarezzo; tolgo con cura le foglie ingiallite e i rametti spezzati dal vento o dalla pioggia quando scende a rovesci. Le disseto e mi scuso con loro se le ho un poco trascurate per dimenticanza o perché assente da casa.
E l’agitarsi delle foglie non appena spengo la loro sete, il rialzarsi delle corolle chine, sono il loro gesto di comprensione e il loro ringraziamento.
Non mi importa ricordare il loro nome perché posso sempre leggerlo sul cartoncino infilato nel terriccio e che io tolgo non appena le porto a casa; tante volte do loro un nome inventato da me.
Solo io posso dedicarmi alle mie piante perché in casa ci sono soltanto io. D’estate, quando vado in villeggiatura do l’incarico ad una persona cara che però, oltre l’annaffiarle, non può dare loro la compagnia che godono con me. Lo vedo al mio rientro: le trove fresche, è vero ma né cresciute, né fiorenti: sono soltanto sopravissute al caldo e magari non tutte.
Il mio amore per le piante ero riuscita a trasmetterlo anche al mio cane. Vi sembrerà strano ma con un poco di pazienza, di esercizio, con frasi opportune, ero riuscita a far sì che il mio grosso boxer passasse accanto a loro sfiorandole appena, distribuisse i suoi baci ai petali profumati, spezzasse i rametti secchi come facevo io.
Un giorno le mie piante rimasero senza le visite del cane e della padrona: il primo morì ed io finii bloccata nel letto senza poter camminare. Stavo male e si può pensare giustamente che le mie piante passarono in secondo ordine o dovettero cambiare…giardiniere.
Non potevo farlo personalmente tuttavia non dimenticavo di dare istruzioni circa la quantità d’acqua da dar loro. Chi lo faceva era persona fidata e compiacente che obbediva benevolmente anche se in cuor suo avrà trovato eccessive le mie raccomandazioni.
Il tempo passava senza sensibili variazioni circa la mia salute e, anche se mi facevo forza e non mi lasciavo abbattere, il mio umore non era certo dei migliori: niente mi faceva sorridere e non avevo più voglia di scherzare, cosa che mi era sempre stata abituale.
Ero solo concentrata sulla mia malattia e quand’ero sola (cioè frequentemente) immaginavo un futuro sempre più drammatico.
Il ragionamento, la fede, la preghiera, non bastavano a farmi accettare la situazione con rassegnazione se non con serenità.
Una mattina, appena sveglia, spinta non so da quale forza interiore, a denti stretti per il dolore, mi alzai, mi trascina letteralmente fino al balcone dalle mie piante, e le passai in rassegna quasi a controllare che non ne mancasse neppure una.
Non trovai nulla a ridire e restai compiaciuta nel vederle fresche e ben tenute.
Stavo per andarmene quando mi accorsi che in un angolo, quasi nascosto da vasi più grandi, una pianticella, alla quale non avevo mai dato un nome, mi “regalava” un fiorellino bianco, semplice, mai visto prima.
Grata di quel dono con un sorriso presi in mano il vasetto e gli riservai un posto d’onore.
“Pianta del sorriso” fu il nome che diedi a quella pianticella che s’è fatta alta e alla quale riservo una cura particolare.
 
NOTTE DI PAURA
 
Era un ticchettio leggero, metallico, un rumore da nulla che nel cuore della notte veniva ingigantito dal silenzio intorno.
Mi ero svegliata di soprassalto col cuore in gola e le orecchie tese verso la porta d’ingresso.
“Questa volta è toccato a me”, pensai.
Non sapevo se muovermi, scendere dal letto e aspettare.
Già, ma “aspettare” che cosa; di vedere irrompere nella stanza brutti ceffi decisi a tutto? Si sarebbero accontentati del denaro e degli oggetti d’oro che avrei dato loro purché non mi facessero del male?
Mi passarono davanti agli occhi scene da film, racconti in cui i ladri erano protagonisti: argomenti che mi avevano sempre appassionato; ma esserne ora parte integrante aveva un sapore ben diverso.
Non mi aiutava certo a calmarmi il ricordo di due episodi che proprio in questo momento mi tornarono alla mente.
Un giorno accompagnando un amico a casa sua per festeggiare il ritorno da un lungo viaggio, avevamo trovato l’uscio del suo appartamento tolto dai cardini e appoggiato alla parete del corridoio. L’appartamento era in un caos indescrivibile: ante di armadi scassinate, cassetti ribaltati sul pavimento, abiti staccati dagli ometti e buttati a terra alla rinfusa.
Un’altra volta, nella casa in cui abitavo prima, fui svegliata da uno scampanellare insistente alle tre del mattino dal portiere accompagnato da due agenti di polizia: mi chiesero se non avessi sentito rumori sospetti dal momento che erano entrati nell’appartamento del mio vicino assente da casa da più di un mese. Io non avevo sentito nulla anche perché la mia stanza era lontano dalla porta d’ingresso ed inoltre ero stata via da casa dalla mattina alla sera.
I ladri erano ancora presenti: quattro giovani zingari, poco più che bambini che dopo aver fatto razzia di ogni cosa trasportabile durante la giornata, avevano avuto la pretesa di trasportare un armadio cassaforte (che non erano riusciti ad aprire), in ascensore senza risultato alcuno: troppo piccolo l’ascensore, troppo grande l’armadio.
Il silenzio aveva ripreso ad avvolgere ogni cosa, normalizzato il mio respiro e incoraggiato a muovermi.
Mi alzai dal letto e senza far rumore mi avvicinai alla porta d’ingresso. Attraverso la spioncino vidi il pianerottolo deserto, le porte dei vicini chiuse, l’ascensore fermo.
Non c’era nessuno e nessun rumore sospetto proveniva dalle scale e dalla veranda interna.
Eppure qualcosa doveva esserci stato!
Accesi tutte le luci e passai in rassegna le stanze: nessun libro, nessun soprammobile, nessun quadro era caduto.
Forse era stato solo un sogno e con quel pensiero mi coricai e cercai di riprendere sonno. Cercai; ma non vi riuscii.
Mi venne in mente che fossero stati comunque i ladri venuti a prendere le impronte della serratura o controllare l’andirivieni della notte.
Dove abito io vi sono molti giovani che tornano a notte fonda o nelle prime ore del mattino e anch’io se vengo svegliata dal rumore dell’ascensore o di una porta chiusa con rumore non ci faccio caso e riprendo il mio sonno. Ma ora?
Intanto il tempo passava; me lo ricordava il pendolo dell’ingresso ogni mezz’ora col suo battito sordo, quasi rauco dovuto, dicevo io, ai suoi centocinquant’anni.
Ero stanca di rigirarmi nel letto, meglio alzarsi, accendere tutte le luci e magari mettersi a leggere.
Così feci ma non riuscivo a concentrarmi e la cosa mi disturbava enormemente.
Strano, io non sono mai stata un tipo impressionabile: che lo fossi diventata tutto ad un tratto? Neppure pochi mesi prima il terremoto che mi aveva fatto ballare il letto, mi aveva impedito più tardi di tornare a dormire!
Ed ora un rumorino da nulla mi aveva tolto la tranquillità.
Scoprivo in me un aspetto che non conoscevo: la paura. Paura di che cosa? Paura di ciò che non potevo toccare con mano?
Ma quante erano state le occasioni di avere seriamente paura nella mia vita e ogni episodio era stato da me affrontato con calma senza manifestazioni eccessive: se avevo paura era quasi un segreto che tenevo per me senza creare ulteriori preoccupazioni in chi mi era vicino.
Giunse finalmente il mattino. Mi alzai, spalancai le finestre e salutai il nuovo giorno con più entusiasmo del solito.
Mi diressi verso la cucina per il rito del solito caffè senza il quale mi sembra di non riuscire a fare nulla.
Varcata la soglia della cucina sentii sotto un piede qualcosa: si trattava di uno dei ganci decorativi ai quali appendo le presine.
Si era staccato dalla mattonella, era rimbalzato sul lavello, e di lì caduto a terra provocando quel piccolo rumore, ingigantito dal silenzio della notte, che si era insinuato nel mio sogno.
Io non ho il sonno tanto leggero: è chiaro che il rumore deve essere stato contemporaneo al mio risveglio. Chissà che stavo sognando?
Però, se mi fossi fatto un buon caffè qualche ora prima avrei evitato una nottata all’insegna della paura.
Probabilmente avrebbe cancellato ogni mio timore e mi avrebbe conciliato il sonno.
Tanto io non credo che il caffè tenga svegli!
   
LA MADRE
 
Aprì gli occhi e subito fece un balzo ai rintocchi del vecchio pendolo che scandiva le ore.
Guardò l’orologio al polso: era già LA UNA.
Non si era accorta di essersi addormentata. La comoda poltrona aveva accolto benevola la stanchezza della sua giornata laboriosa.
La televisione trasmetteva un programma a lei sconosciuto data l’ora notturna. Spense il televisore.
Era già tardi e la figlia Tiziana non era ancora rientrata.
Era uscita con le amiche. Aveva studiato con impegno tutta la settimana ed era giusto si godesse il sabato sera. L’indomani avrebbe potuto dormire fino all’ora di pranzo.
Maria sorrise compiaciuta ripensando alla ragazza, al suo abbigliamento elegante ben diverso dai soliti maglioncini e jeans stinti che indossava ogni giorno. Aveva una figuretta davvero piacente e la madre avrebbe voluto vestisse sempre con abiti più femminili.
Com’era felice di andare a quella festa! Certamente sperava d’incontrare un certo ragazzo che le stava a cuore, di cui non aveva parlato apertamente ma aveva lasciato intendere esistesse.
La madre si era guardata bene di volere sapere di più: era certa che la figlia gliene avrebbe parlato col tempo.
Andava fiera di quest’unica figliola: era una brava ragazza, studiosa, educata, responsabile, affettuosa che suscitava la simpatia di tutti. Il vecchio pendolo scandì DUE rintocchi.
“Com’è possibile ballare per ore con quella musica assordante” disse Maria ad alta voce scuotendo il capo e subito dopo sorridendo rifletté che quando lei aveva la stessa età della figlia ballava un intero pomeriggio senza mai stancarsi.
Già, il pomeriggio; ma non la notte.
Sentì l’ascensore fermarsi al piano. Si alzò dalla poltrona per andare ad aprire; ma prima di arrivare alla porta si accorse che si trattava del vicino di pianerottolo.
Andò in cucina, si preparò un caffè, sfogliò un ricettario, diede un po’ d’acqua ai fiori dei vasi che offrivano una bella nota di colore sul davanzale della finestra.
Di andare a letto non ne parlava: tanto Tiziana non poteva tardare ormai.. Si rimise in poltrona.
“Mio Dio sono già le TRE. Che cosa le sarà accaduto? Ne succedono tante! Tiziana è prudente, è vero; guida bene ma quando sono in macchina questi ragazzi cominciano a scherzare e chi guida si distrae. Ci vuole così poco a perdere il controllo della vettura…
Guardò il telefono come dovesse squillare da un momento all’altro per annunciare una tragica notizia e i battiti del suo cuore si fecero più accelerati.
Il pendolo inesorabile batté QUATTRO colpi che nel silenzio della casa rimbombarono come non mai.
“Ecco io mi do tanta pena e lei entrerà da quella porta come niente fosse, come fosse logico trascorrere la nottata a divertirsi, senza preoccuparsi che c’è chi l’aspetta.
“Ah!, ma questa volta mi sente!”.
Si alzò stizzita dalla poltrona con viso corrucciato, con l’atteggiamento di chi si sta preparando a dare battaglia.
In quel medesimo istante sentì l’ascensore fermarsi al piano, sentì le chiavi girare nella serratura…
Si rimise a sedere sospirando con sollievo.
Tiziana entrò col sorriso sulle labbra e l’espressione soddisfatta.
Vide la madre.
“Ancora alzata?”
Maria guardò la figlia con tenerezza. Le sorrise. “Mi ero addormentata in poltrona”.
“Io muio di sonno. Domani ti racconto. Buona notte!”
“Buona notte, anzi buon giorno!”
Nel saluto della madre c’era il pensiero di ringraziamento al cielo perché era tornata sana e salva.
Anche i CINQUE rintocchi del pendolo le sembrano ripetere SA-NA-E-SAL-VA.
  
UNA NERA…UNA BLU
 
Sapeva di non passare inosservata e si compiaceva di vedere gli uomini che osservavano ammirati la sua persona e le donne che guardavano insistentemente i suoi abiti piuttosto vistosi e gli accessori appariscenti. Vera avrebbe giurato che non le importava niente di tutto ciò ma in realtà restava male se ciò non accadeva.
Aveva molta cura della sua persona e prima di indossare un abito si accertava coscienziosamente che borsa, scarpe, gioielli, si intonassero con l’insieme.
Quella mattina si era svegliata più tardi del solito, contrariata di dover prendere l’autobus per recarsi in ufficio perché la sua macchina era ferma in garage per un guasto capitato la sera prima.
Si era vestita in fretta e a passo svelto aveva percorso il breve tratto di strada fino alla fermata dell’autobus che era, come di solito a quell’ora, piuttosto pieno.
In piedi, fra tanta gente, sentiva molti sguardi su di sé e via via che la gente scendeva alle numerose fermate, intorno a lei c’era spazio maggiore per essere osservata.
In ufficio salutò frettolosamente i colleghi e raggiunse il suo posto di lavoro.
Durante la pausa della mensa le giunse uno squarcio di conversazione fra due colleghe di una certa età: “Certo che li trova i modi per sentirsi originale” – “Beh! E’ la moda! Sai io non la seguo molto.”
Non capì però di chi parlassero.
Finito il lavoro si avviò subito verso casa e si fermò in un negozio per fare un acquisto.
Entrando si vide riflessa in un grande specchio: si rassettò i capelli, si lisciò la gonna e si guardò…le scarpe. Non svenne per puro miracolo; calzava una scarpa nera ed una blu.
E pensare che per evitare ciò (poiché si trattava di due paia di scarpe perfettamente uguali, tranne, s’intende per il colore), aveva messo nell’interno di ognuna un’etichetta che ne identificava il colore. La fretta del mattino aveva provocato lo scambio.
Vera era rimasta irrigidita. Il pensiero di essere stata vista da tanta gente (per strada, in autobus, in ufficio, alla mensa) con una scarpa nera ed una blu, la faceva sentire disperatamente ridicola. Proprio a lei doveva capitare questa disgrazia, a lei che ci teneva tanto all’eleganza! Che vergogna!
Stava per lasciare il negozio quando fu fermata dalla invitante voce di una giovanissima commessa che, dopo averle chiesto in che cosa poteva esserle utile, le fece i complimenti per l’abito che indossava.
“Già, l’abito; ma ha visto le scarpe?” sbottò Vera che non riusciva a trattenere la sua pena . “Belle! Che idea, signora. Di due colori per intonarle in ogni modo all’abito e agli accessori.”
Vera fece soltanto un sorriso di circostanza ma si sentì rassicurata: nessuno aveva fatto caso alle sue scarpe, eppure di gente ne aveva incontrata molta. Di questo ora ero certa; se fosse accaduto l’opposto avrebbe senz’altro colto espressioni sorprese. Probabilmente solo le due colleghe se n’erano accorte ma avevano interpretato la cosa in modo positivo. Ed ora la commessa l’aveva gratificata in pieno.
Uscì dal negozio sorridendo e questa volta avrebbe voluto veramente essere notata.
La sua distrazione del mattino si era trasformata in una stravaganza, una originalità, un motivo in più per non passare inosservata.     
 
LA SIGNORA CON L'ANFORA
 
Non era una fontana di città, una di quelle fontane che fanno fare una bella figura alle piazze e che i turisti osservano a lungo pieni di ammirazione. Era una semplice fontana di paese, posta in una piazzetta un po’ dimenticata, una piccola fontana che buttava acqua da anni, quasi interamente ricoperta di muschio.
Era talmente ricoperta di verde che si riusciva a stento a capire che rappresentava una figura femminile recante in capo un’anfora, che reggeva con entrambe le mani.
Dall’anfora usciva una cascatella d’acqua che, scendendo lungo l’abito della donna, si raccoglieva in una vasca ai suoi piedi. Intorno alla vasca, ad un metro di distanza, un muretto di protezione creava una piccola isola nel mezzo della piazza dove il traffico si svolgeva tranquillo.
Su quel muretto andavano a sedere un po’ tutti coloro che abitavano sulla piazza o nelle strade adiacenti.
Secondo le ore della giornata e compatibilmente con le stagioni, si potevano osservare pensionati assorti nella lettura del quotidiano, ragazzi che tornavano dalla scuola, mamme con la carrozzina, massaie di ritorno dalla spesa.
Quella fontana era diventata un po’ il luogo d’incontro per commentare i fatti del giorno, discutere di sport, parlare dei figli, brontolare sull’aumento di prezzi.
Il gorgoglio dell’acqua si sentiva solo quando c’era silenzio e sembrava diventare più leggero quando lì intorno si intrecciavano conversazioni. Sembrava quasi che la signora con l’anfora cercasse di trattenere l’acqua per prestare orecchio ai discorsi degli uomini, ai pettegolezzi delle donne, alle chiacchiere esuberanti dei ragazzi.
Sapeva tutto di tutti e si appassionava alle storie d’amore, ai fatti di cronaca, alle avventure che sentiva narrare e aspettava con curiosità di sentire il seguito il giorno dopo.
Ascoltava discreta e discretamente teneva per sé ciò che udiva, anche se tante volte le sarebbe piaciuto intervenire per far tacere una maldicenza, chiarire un malinteso o rincuorare una persona afflitta.
Naturalmente coloro che sostavano alla fontana non immaginavano che la signora con l’anfora seguisse i loro discorsi altrimenti non avrebbero parlato tanto liberamente di certo.
Un giorno, in occasione di una importante ricorrenza, si pensò di far ripulire la fontana riportandola alla luce in tutta la sua bellezza. Ecco quindi gli esperti al lavoro e finalmente la signora con l’anfora mostrò il suo bel viso, i suoi capelli liberati dal muschio, l’abito a pieghe, le scarpette basse. La vasca, tornata bianca come in origine, fu popolata di pesciolini rossi che guizzavano allegri sotto gli spruzzi d’acqua che ricadeva dall’alto e giocavano a rimpiattino fra le ninfee messe a dimora sul fondo.
La caduta dell’acqua, non più attutita dal muschio, si faceva sentire maggiormente e le voci delle persone non giungevano più tanto nitide agli orecchi della signora della fontana, anche perché il flusso dell’acqua era aumentato.
Così un occhio attento avrebbe potuto scoprire che quando l’argomento diventava interessante, la testa della “signora” tendeva a chinarsi verso le voci, per sentire meglio.
“Com’è diventata chiassosa questa fontana!” aveva osservato un giorno un pensionato all’amico. “Faccio fatica a capire quello che dici. Mi sembra di essere diventato sordo”.
Forse un po’ duro d’orecchio lo era anche prima; ma il rumore dlel’acqua aveva peggiorato la cosa”.
“Perché adesso c’è tanta acqua? Che spreco! E poi tutto questo fracasso sveglierà il mio bambino” brontolò una mammina chinandosi preoccupata sulla carrozzina in cui il suo piccino pareva stesse per riaprire gli occhi.
“Che peccato! Potevano lasciarla col muschio; era più romantica” sospirò una giovane donna.
Si sa quanto sia difficile accontentare tutti e quindi non c’è da meravigliarsi se tutti trovavano da ridire; anche la signora con l’anfora avrebbe detto la sua se avesse potuto farsi capire. Infatti, se era soddisfatta di mostrare il suo bel viso, non era affatto contenta di non riuscire più a seguire perfettamente le confidenze dei paesani.
Se avesse potuto avrebbe deposto l’anfora e si sarebbe seduta sul muretto accanto a loro ascoltando e, perché no, dicendo la propria opinione.
Ciò era davvero impossibile e doveva accontentarsi, quando non si sentiva osservata, di chinare il capo verso le voci.
Ora che le costava fatica sentire, la sua curiosità aumentava di giorno in giorno.
La notte, quando tutti erano a dormire, ripensava ai problemi di Maria, al matrimonio di Angela, ai voti di Franco, al viaggio del signor Filippo, alla nuora della signora Carla e al suo bambino nato da pochi mesi, al figlio della fruttivendola che faceva il militare molto lontano da casa.
Aspettava con ansia il giorno per riprendere il filo delle vicende  e per conoscere l’esito di quelle rimaste in sospeso e, per non perdere una sola battuta, si piegava sempre di più in avanti.
Per giorni non le era capitato di vedere Laura, una ragazza silenziosa che sedeva con un libro e passava il pomeriggio leggendo. Educatamente rispondeva a chi le rivolgeva la parola; ma si capiva che preferiva la lettura alla conversazione.
“Che fine avrà fatto?” si chiedeva la signora della fontana. Neanche a farlo apposta nessuno parlava di lei, finchè un giorno le giunse all’orecchio quel nome.
“Hai sentito di Laura, quella bella ragazza che leggeva sempre?” cominciò col dire la signora Maria alla compagna del momento. E continuò raccontando una lunga storia di un incontro fortunato, di una vincita alla lotteria, di un viaggio fantastico. Il racconto era così denso di particolari affascinanti che la signora con l’anfora non poteva perderne una sola parola.
La narratrice alternava esclamazioni ad alta voce a sussurri confidenziali e ad ogni sussurro la povera “signora” era costretta a piegarsi in avanti. Alla fine perse l’equilibrio, l’anfora le sgusciò dalle mani e cadde nella vasca mentre un forte getto d’acqua investiva le signore sul muretto.
Nessuno riuscì a capire come fosse potuta accadere una cosa del genere, a parte il farmacista che sentenziò:
“Visto a ripulirla che cosa è successo? Era il muschio ormai a tenerla in piedi dopo tanti anni!”.
E poiché il farmacista era per i suoi compaesani una persona autorevole, quella divenne l’opinione di tutti.
Solo la signora con l’anfora conosceva la verità: ma non poteva dirla.
Dopo tutto era una fortuna per lei non poter parlare: avrebbe fatto veramente una brutta figura se avesse potuto confessare che l’accaduto era dovuto alla sua esagerata curiosità.
  
 

Ci sono 8 persone collegate

< febbraio 2012 >
L
M
M
G
V
S
D
  
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28
29
       
             

Cerca per parole o frasi
 

Ultimi articoli:
Il romanesco di A. Centi
Le foto di Fausta Le Piane
Sulla scrittura
Giochi
Scatti di R. Malagoli


Titolo
Ti piace questo blog?

 Bello!
 Carino...
 Così e così





07/02/2012 @ 13.22.41
script eseguito in 78 ms