Immagine
 Vetrina di un corniciaio romano che espone la raccolta “Incontri con Medusa” e il collage “Blu”......
Home Page

... pezzi di esperienza letteralmente carpiti dalla loro attualità e incorporati…

Ciao,
vuoi fare un viaggio con me? Entra in un mondo in cui Arte e Vita coincidono…
Fausta Genziana Le Piane


Puoi utilizzare la finestra "Commenti" sia per commentare un testo sia per inviare uno scritto... verrà pubblicato nella sezione interessata!

Risoluzione ottimale 800x600 px.

WebLog
 
Di Fausta (del 25/07/2010 @ 10:01:05, in Gastronomia, linkato 66 volte)
ATATY NA' NA' A
Marocco
Tè alla menta
 
Ho vissuto per molto tempo in Marocco e in Turchia e posso assicurarvi che per dissetarsi questi popoli usano il tè caldo non freddo...Provare per credere in questi giorni di calura insopportabile!
Introdotto dagli Inglesi in Marocco solo nel 1854, quando i mercantili utilizzavano come scalo marittimo il porto di Essaouira per importare il tè da Hong Kong, le foglioline di gunpodwer vennero molto apprezzate sotto forma di decotto, insieme alle foglie di menta nelle cerimonie di palazzo, per trasformarsi nel corso del tempo nella bevanda popolare dell'accoglienza marocchina.
 
Ingredienti
1 litro di acqua bollente
1 cucchiaio di tè verde gunpowder
1 manciata di foglie di menta fresca
150 gr di zucchero
 
Esecuzione
Scaldate una teiera, mettetevi le foglie di tè e versate sopra poca acqua bollente che farete roteare brevemente all'interno e poi getterete, badando di non buttare le foglioline.
Aggiungete la menta e lo zucchero e un litro di acqua bollente.
Lasciate in infusione per cinque-otto minuti.
Servite in bicchierini di vetro versando dall'alto in modo da ottenere una leggera schiuma in superficie.
 

 
PREGHIERE A TAVOLA
 
CATTOLICI: Il rito della benedizione del pane
 
Il pane, base del nutrimento quotidiano, è per i cristiani dono di Dio e frutto del lavoro dell'uomo. Sorgente di energia, oggetto di condivisione fraterna, è l'emblema della tavola di famiglia. Nella preghiera che Cristo ha insegnato ai suoi discepoli il pane compendia tutto ciò che è necessario all'esistenza umana ed è il segno del pane della vita offerto e spezzato per tutti. In ogni luogo la vicenda del pane, dalla semina del frumento all'agape familiare, è circondata di attenzione e di rispetto sacro. Nella cultura contadina si usava incidere una croce sulle grandi forme di pasta lievitata prima di cuocerle nel forno, oppure in particolari circostanze si benedivano piccoli pani da distribuire tra i membri di una comunità.
 
PRGHIERA DI BENEDIZIONE DEL PANE
 
Sii benedetto, Dio nostro Padre, creatore del cielo e della terra: nel pane quotidiano, tu ci doni un segno della tua bontà e l'alimento essenziale della tavola di famiglia. Stendi la tua mano su di noi e su questi pani e concedi a tutti i tuoi figli che abitano in ogni parte della terra il cibo necessario per il nutrimento del corpo e la tua parola di vita eterna.
Per Cristo nostro Signore
Amen
Dall'Archivio dell'Arcidiocesi di Torino
 
BUDDHISMO: SUTRA DEI PASTI
 
Unisco la voce e il cuore
e ringrazio l'alimento
che ci è giunto attraverso la via della fatica.
 
Questo cibo è vita che nutre la vita.
Lo ricevo come offerta per offrire me stesso,
perché non nutra la fame dei miei desideri,
ma la vera salute di spirito e corpo.
 
Questo cibo è ristoro alla fame e alla sete del mondo.
Lo mangio perché mantenga il vigore di seguire la via viva che qui percorriamo.
                                                                                     (Preghiera Zen Soto)
  

 
E' un classico della cucina francese, un piatto base, sbrigativo da fare, adatto a chi ha poco te
 mpo a disposizione...Successo garantito...I miei figli - e non solo - ne vanno matti!
Faccio due varianti molto gradite: aggiungo del groviera e al posto del lardo uso lo speck (le quantità sono le medesime)... 
QUICHE LORRAINE
Focaccia ripiena alla Lorenese
 
Ingredienti (per 8 persone): 1 confezione di pasta frolla surgelata; 2 bicchieri di panna; mezzo bicchiere di latte; 4 uova sbattute; 250 gr di pezzetti di lardo.
 
Foderare uno stampo con pasta frolla, mescolare accuratamente tutti gli ingredienti, detti dai Lorenesi nel loro complesso “migaine”, aggiungere sale e pepe, versare la “migaine” nello stampo distribuendo in modo uniforme i pezzetti di lardo, far cuocere al forno a temperatura elevata per una ventina di minuti. Questa nutrientissima “focaccia ripiena” è molto più gustosa fredda.
 
Di Fausta (del 25/07/2010 @ 09:06:09, in Curiosità, linkato 30 volte)
Proverbio maori – Sulla saggezza
La notte compatta s'illumina, lo stagno profondo si sonda, il grande fossato si colma, ma è irreparabile il male compiuto. 
 
Proverbio lituano – Sulla donna
Un vecchio amore non arrugginisce mai
Tale la donna, tale la casa
 
Proverbio lussemburghese
C’è da guadagnare di più lasciando il proprio pugno chiuso in tasca 
 
Proverbio africano - Sulla prudenza e sull'imprudenza
Non si dice mai ad un albero: “Io non mi siederò mai sotto di te”... 
 
Proverbi spagnoli - Sulle buone e cattive relazioni  
La natura:
Fuggi i vanitosi più dei lebbrosi
L'interesse
A forza di parrucchieri, la fidanzata diventa calva
Asino sia chi litiga con un asino
L'amicizia:
Vivere senza amici è vivere senza testimoni
 
Di Fausta (del 08/07/2010 @ 09:00:00, in Recensioni, linkato 92 volte)
SI' E NO SU ROMA
 
Rispondete alle seguenti domande su Roma con un sì o con un no e confrontate le vostre risposte con le soluzioni che trovate in fondo alla pagina.
 
1) col nome di tituli s’intendono chiese parrocchiali romane dei IV secolo?
 
2) La decorazione della galleria Farnese è opera dei Carracci col concorso del Dominichino?
 
3) La sigla EUR deriva da Esposizione Universale di Rione
 
4) Nel mese di luglio a Trastevere, per vari giorni consecutivi, ha luogo la popolare Festa della Madonna
 
5) Il parco del Pincio è stato disegnato da Guido Reni
 
6) L’amplissimo fronte della facciata della Basilica di San Pietro è stata eretta da Pietro Maderno dal 1607 al 1614
 
7) La Basilica ha quattro ingressi
 
8) Nella Basilica di San Pietro c’è sul pavimento un grande disco di porfido (già presso l’altare maggiore) sul quale la notte di Natale dell’anno 800, Carlomagno si prostrò per ricevere da Leone III il crisma e la corona imperiale
 
9) Il vasto Palazzo Barberini è uno dei più imponenti palazzi del periodo Rinascimentale
 
10) Castel Sant’Angelo è detto anche Mausoleo di Adriano
 
1 - sì
2 - sì
3 - no di Roma ;
4 - no. E’ la Festa de Noantri, cioè degli abitanti del quartiere, con musiche, canzoni, spettacoli e fuochi d’artificio, mentre liete tavolate sono imbandite all’aperto
5 - no da Valadier (1809-1814)
6 - sì
7 - no, cinque
8 - sì
9 - no è iniziato nel 1625 da Maderno con l’aiuto di Borromini e compiuto da Bernini nel 1633
10 - sì  
 
“Le donne hanno sempre bisogno di altre donne per sostenersi”
 
Le prugne verdi di Herta Muller 

Dando il Premio Nobel per la Letteratura 2009 al romanzo “Il Paese delle prugne verdi” si è voluto senz’altro dare un riconoscimento politico alla Romania. Ma non basta. Herta Muller è nata nel 1953 in un villaggio di lingua tedesca nel Banato rumeno e dopo aver rifiutato di cooperare con la Securitate, la polizia segreta del regime di Ceausescu, perse il lavoro e le fu impedito di pubblicare. Nel 1987 riuscì ad emigrare in Germania.
“Il Paese delle prugne verdi” è la Romania, un paese sofferente, avvelenato (le prugne verdi sono dannose) dalla mancanza di libertà, è il paese della dittatura che la Muller ci fa conoscere in uno stile che non abbiamo visto mai prima: “Perché mangiaprugne era un insulto. Si chiamavano così gli arrivisti, i rinnegati di se stesi, i leccapiedi privi di scrupoli usciti dal nulla, le persone che camminavano sopra i cadaveri. Anche il dittatore veniva chiamato mangiaprugne” (p. 62). La scrittrice ha appreso tutto l’humus poetico rumeno e ci incanta con metafore, immagini, e figure d’ineguagliabile bellezza. Si veda, per esempio, il personaggio fuggevole della nana: “Conobbi la nana sulla Piazza di Traiano. Aveva più cuoio capelluto che capelli. Era sordomuta e portava un codino d’erba come le sedie scartate sotto gli alberi di gelso dei vecchi. Mangiava gli avanzi del negozio di frutta e verdura. Ogni anno veniva messa incinta dagli uomini di Lola, che tornavano a mezzanotte dal turno di notte. La piazza era buia. La nana non faceva in tempo a scappare, perché non sentiva quando arrivava qualcuno. E non poteva urlare” (p. 52).
Quanto realismo e quanto orrore in questa descrizione! Riusciamo a comprendere cosa significa nutrirsi di avanzi? Questa nana – disumana -, ottenebrata dalla malvagità degli uomini che abusano di lei, fa tenerezza e vorremmo proteggerla perché è inerme e indifesa.
Oppure ancora l’uomo col papillo:“L’uomo col papillon nero giaceva morto sull’asfalto, dov’era stato per anni: La gente si era accalcata attorno a lui. Il mazzo di fiori appassiti era schiacciato” (p.122).
O infine:“Quando la madre lega il bambino alla sedia con la cintura dei suoi vestiti, davanti alla finestra c’è il figlio del diavolo. In ogni mano ha due pollici, l’uno accanto all’altro. I pollici esterni sono più piccoli di quelli interni. A scuola il figlio del diavolo non sa scrivere bene” (pp.128-129). Si tratta di allegorie sulla dittatura e sui falsi suicidi e il diavolo è il dittatore….
Ma è ciò che dice sul valore della poesia che è di vitale importanza: “Edgar e Georg scrissero poesie e le nascosero nella casa estiva. Kurt stava dietro gli angoli e la sterpaglia e fotografava le colonne di autobus con le tende grigie tirate. Al mattino o alla sera  trasportavano i detenuti fuori dal carcere fino ai cantieri dietro i campi. E’ così pauroso, disse Kurt, che nelle fotografie si pensa perfino di sentire l’abbaiare dei cani. Se nelle fotografie i cani riuscissero ad abbaiare, disse Edgar, non potremmo nascondere le fotografie nella casa estiva.
E pensai tra me che tutto ciò che danneggia i fautori di cimiteri è utile a qualcosa. Pensai che Edgar, Kurt e Georg, poiché scrivono poesie, scattano fotografie e intonano un canto qua e là, accendono l’odio in coloro che fanno cimiteri. Che questo odio danneggia le guardie. Che pian piano quest’odio farà perdere la testa a tutte le guardie e infine anche al dittatore.
 

 
Due grandi musicisti a confronto: Gaetano Donizzetti e Vincenzo Bellini
 
Che cosa hanno da spartire la vita e l'opera artistica di Gaetano Donizzetti e quella di Vincenzo Bellini?
Moltissimo: ce lo dice con dovizia di particolari Giovanni Tavcar in un agile trattato edito da una nuovissima casa editrice di Comiso, in Sicilia - Edizioni EventualMente – intitolato appunto “Comparazione delle parabole artistiche e umane di Gaetano Donizzetti e Vincenzo Bellini”.
Non è il primo lavoro critico di Giovanni Tavcar, nato a Trieste nel 1943, dove vive e lavora. Ha scritto, infatti, nel corso degli anni diversi lavori: una biografia di San Francesco ed altri saggi.
Il libro in questione procede per analogie e discordanze nell'esaminare la vita e l'opera dei due grandi giganti della musica continuamente raffrontati.
Entrambi nati nel mese di novembre (le loro nascite sono separate da soli quattro anni l'una dall'altra), mostrano una grande predisposizione, fin da piccoli, per il mondo musicale. Le loro nascite hanno coordinate geografiche e culturali lontane e diverse ma anche parecchi punti in comune: Tavcar analizza così gli anni giovanili, quelli degli studi, quelli della formazione grazie ad illustri Maestri, la permanenza in grandi città quali Milano, Napoli e Parigi, gli incontri personali, la reciproca conoscenza e stima, le frequentazioni, la rappresentazione delle opere, i termini delle loro composizioni, gli amori, la malattia e la morte fino alle caratteristiche proprie, peculiari del loro intendere far musica.
Si intuisce il grande amore di chi scrive per i due artisti e per la musica in generale. Si nota anche la grande ricerca documentaristica effettuata per arrivare a conoscere e a trasmettere in modo chiaro, piacevole e illuminante le due vite.
 
Questo è ciò che studiavo alla scuola elementare...
Economia domestica d'altri tempi...
Introduzione
 
Una donna sola stava seduta una sera nello scompartimento di un treno freddo e semivuoto, che usciva lentamente dalla grande città.
Una donna guardava attraverso il finestrino la sfilata interminabile delle case tutte uguali, masse scure contro il cielo. Nelle stanze si accendevano uno dopo l'altro i lumi, che in pochi istanti diventavano migliaia e parevano pezzetti di carta gialla appiccicati su uno scenario di cartone.
Ma la donna sapeva che quei lumi erano veri: ognuno indicava che lì abitavano degli esseri umani, i quali stavano per iniziare la “loro” sera, nella “loro” casa. A quei lumi la donna riscaldava il suo cuore come la piccina dei fiammiferi, della celebre fiaba di Andersen, alle sue brevi fiammelle, e per un attimo il pensiero di quelle mille cucine, dove altrettante donne preparavano quietamente la cena per i loro familiari, la rendeva meno triste: provava l'illusione che anche per lei vi fosse ad attenderla, confuso in mezzo a tanti, anonimo eppure così importante, così sicuro, un piccolo appartamento dove potersi rifugiare per sentirsi protetta e difesa.
Il treno correva ormai nella campagna buia; le lampade accese non c'erano più, e la donna si sentiva quasi esclusa da una forma di vita che le pareva l'unica desiderabile: poter avere una casa sua, una famiglia, dei figli; lenire dolori, prestare aiuto ai suoi cari, essere sempre accanto, vigile e silenziosa, agli esseri amati che da lei avrebbero ricevuto il dono dell'esistenza e da lei avrebbero imparato a viverla. Nelle sue aspirazioni era riassunto tutto ciò che veramente per une donna, a qualsiasi categoria sociale appartenga, qualunque sia la sua educazione: creare qualcosa, aiutare, soccorrere (…).
Evito di continuare...Non si capisce perché la donna dovesse solo dare e non pretendere nulla per sé... E' l'introduzione scritta dall'Autrice al libro del Corso di Economia Domestica per la scuola media intitolato “Il mio regno” (volume I) del 1961. Studiavo tra l'altro: Come organizzare le faccende domestiche (le pulizie settimanali, quelle mensili e quelle annuali, le pulizie e le faccende quotidiane).
Ciò che occorre per la pulizia della casa:
1 scopa di saggina, la così detta “granata”, per pulire la cucina, i pavimenti di cemento, i terrazzi, le scale.
1 scopa di setola per pavimenti in legno o di marmo e per le normali piastrelle; dovrà essere arrotondata ai lati, molto morbida e fitta, così da raccogliere perfettamente la polvere senza lasciare rigature sui pavimenti lucidi. Sono sconsigliabili, anche se meno costose, le scope di nailon, perché la polvere vi si appiccica più facilmente.
1 scopa di setola morbidissima a manico lungo per pulire i soffitti....Ecc. ecc. ecc
 
 
Il “secondo”… Natale di Nina Berberova
 
In Italia è conosciuta per il romanzo autobiografico Il corsivo è mio, dove, consapevole di essere testimone di un’epoca eccezionale, rievocava vicende e figure centrali dell’altra Russia e rivelava all’occidente il mondo dei russi di Berlino, dove emigrò nel 1922 da San Pietroburgo dove era nata nel 1901, Praga e Parigi, dove arriva nel 1926, tra le due guerre. In Francia resterà fino al1950, prima di raggiungere gli Stati-Uniti, dove sarà Professoressa di Letteratura russa all’Università di Yale, prima di esserlo a quella di Princeton.
Parecchie opere sono state pubblicate, tra cui, L’accompagnatrice, Il lacché e la puttana, Tchaikovski.
La poesia intitolata Cinque gennaio, qui analizzata, fa parte della raccolta Antologia Personale, Poesie 1921-1933. Nella tradizione ortodossa la festa dell’Epifania, una delle dodici festività religiose russe, commemora il battesimo di Cristo con la rivelazione della sua divinità. L’adorazione dei Magi è invece festeggiata a Natale.
La poesia è formata da due sequenze, rappresentata ognuna dalle due strofe. Siamo dinanzi alla scena di un rito che si ripete ogni anno e che la Poetessa proietta nel futuro: mio padre accenderà le candele ai nostri posti, saranno inconsueti discorsi. Il futuro, dunque, domina questa prima sequenza rischiarata dalla luce delle candele e resa unica e particolare dalla presenza dell’aggettivo plurale inconsueti riferito ai “discorsi”che anticipa il sostantivo festa che si trova nella seconda strofa: quella sera e quella cena non sono come le altre.
La seconda strofa passa dal generale al molto personale grazie ad un uso diverso dell’aggettivo possessivo: da “nostri posti” (prima strofa) si passa a “mia radiosa festa”, “mio secondo Natale”, “mio cuore” (seconda strofa). L’uso insistente dell’aggettivo possessivo, mia, mio focalizza la scena sulla protagonista e lascia intendere quanta empatia, gioia e partecipazione emotiva ci sia nel modo di vivere questa momento da parte della Poetessa.
La conclusione è la resa, l’abbandono totale alle emozioni: il cuore non conosce ostacoli e vive pienamente il suo agitarsi. Questa cena semplice ha pochi accessori, solo qualche candela, e il pasto è frugale, riso, pesce e vino.
 
Cinque gennaio
 
Con una candela accenderà mio padre
Durante la cena le candele ai nostri posti,
saranno inconsueti i discorsi
e il riso, il pesce, e il vino.
    
La mia radiosa festa alla vigilia dell’Epifania,
il mio secondo Natale –
non conosco resistenza
all’agitarsi del mio cuore.
 
Pietroburgo, 1922
 
 
Al cinema: ancora su Ipazia

Ben vengano film e libri che mettono in luce il talento delle donne e che riportino all’attualità figure del passato dimenticate o addirittura mai conosciute.
E’ il caso del film intitolato “Agorà” dedicato all’astronoma e filosofa Ipazia che visse ad Alessandria d’Egitto nel 391 A.C. Di questo film si è abbondantemente parlato e si parla. Non è delle scoperte di Ipazia che desidero parlare, né dei suoi ragionamenti: il web ne è pieno.
Prima di tutto la regia: è di Alejandro Amenabar che già diresse i bellissimI “Mare dentro” e “The others”, un regista insomma che va a cercarsi tematiche e storie ispide su cui riflettere.
Gli attori poi tutti bravissimi e molto convincenti, a cominciare naturalmente da Rachel Weisz che ha il ruolo di Ipazia, Ipazia che spiega, perdona, si intestardisce, insegna la fratellanza (ci sono più cose che ci uniscono di quelle che ci dividono), comprende, non rinuncia, che allontana gli uomini…Ipazia rinuncia alla felicità con un uomo, alla famiglia, ai figli…Lei ha lo sguardo altrove, alle stelle, all’Universo ed ecco perché l’immagine fuori dalla terra, che mostra il Cosmo ritorna tante volte e chiude il film: il cerchio domina i cieli. E Ipazia cerca il centro di gravità.
Max Minghella non poteva interpretare meglio il ruolo dello schiavo Davo, che vede nel Cristianesimo la realizzazione della sua libertà. L’attore si immedesima nel ruolo: non poteva essere più devoto, più silenziosamente innamorato della sua padrona da regalarle una morte onorevole (bellissima scena).
Infine l’impetuoso, arguto e privilegiato, anch’egli devoto, Oreste che ribellarsi alle richieste di Cirillo perché su tutto emerge la lezione di responsabilità e libertà che Ipazia ha saputo impartire ai suoi allievi. Valore di un insegnamento oggi del tutto perso, valore di un costruttivo rapporto allievo-insegnante oggi del tutto perso. Valore della cultura e dei libri che la protagonista difende fino alla morte: anche questo perso…Viene in mente il film “Fahreneit 451”  del 1966 diretto da François Truffaut e tratto dal romanzo di Ray Bradbury,  in cui i libri, giudicati sovversivi, sono bruciati perché rendono la vita triste.
Spazia deve la sua libertà al padre, anch’egli studioso, col quale collabora ininterrottamente fino alla morte, che l’ascolta e vuole che sia libera…”Ma io sono libera” gli replica la figlia.
Si può ubbidire ad una donna? C’è da chiederselo anche oggi. No, dunque Ipazia, che è ascoltata e rispettata, che è consultata per dare pareri, è giudicata strega ed empia e un mondo di uomini la condanna a morte.

Cibo, gastronomia, poesia e… accessori!

La…Prima colazione alla maniera di Prévert!

Come lui nessuno mai ha saputo cantare l’amore in tutte le sue sfumature, la città Parigi con i suoi fiori, i suoi colori e le sue strade, le donne presenti e tuttavia evanescenti, come Barbara, immortalata a Brest durante la guerra sotto una pioggia “buona e felice”, ma incessante.
Cantanti e attori come per esempio Serge Reggiani hanno tradotto in musica le sue poesie o semplicemente prestato la loro voce per recitarle.
Stiamo parlando di Jacques Prévert, eterna sigaretta fra le labbra, nato a Neully-sur-Seine nel 1900 e morto a Parigi nel 1977. Influenzato dal surrealismo, partecipò alle attività teatrali del gruppo Ottobre dal 1932 al 1936, scrisse numerose sceneggiature e dialoghi di film, soprattutto per Marcel Carné (les Visiteurs du soir, 1942, les Enfants du Paradis, 1945) e maneggiò il verso libero in poesie tenere e ironiche come quella che presentiamo, tratta dalla raccolta Paroles del 1946, di un divertente anticonformismo.

Déjeuner du matin (1)

Prima colazione
Il a mis le café
Dans la tasse
Il a mis le lait
Dans la tsse de café
Il a mis le sucre
Dans le café au lait
Avec la petite cuiller
Il a tourné
Il a bu le café au lait
Et il a reposé la tasse
Sans me parler
Il a allumé
Une cigarette
Il a fait des ronds
Avec la fumée
Il a mis les cendres
Dans le cendrier
Sans me parler
Sans me regarder
Il s’est levé
Il a mis
Son chapeau sur sa tête
Il a mis
Son manteau de pluie
Parce qu'il pleuvait
Et il est parti
Sous la pluie
Sans une parole
Sans me regarder
Et moi j’ai pris
Ma tête dans ma main
Et j’ai pleuré.
Lui ha messo
Il caffé nella tazza
Lui ha messo
Il latte nel caffé
Lui ha messo
Lo zucchero nel caffelatte
Ha girato
Il cucchiaino
Ha bevuto il caffelatte
Ha posato la tazza
Senza parlarmi
S’è acceso
Una sigaretta
Ha fatto
Dei cerchi di fumo
Ha messo la cenere
Nel posacenere
Senza parlarmi
Senza guardarmi
S’è alzato
S’è messo
Sulla testa il cappello
S’è messo
L’impermeabile
Perché pioveva
E se n’è andato
Sotto la pioggia
Senza parlare
Senza guardarmi
E io ho preso
La mia testa fra le mani
E ho pianto.

 

Colazione essenziale, quella dell’addio, caffè, latte, zucchero, caffelatte e relativi accessori, tazza e cucchiaino.
La struttura della poesia, senza punteggiatura, è semplice ed ossessiva: la ripetizione dei versi pone l’accento sul la lentezza delle azioni dell’uomo e l’estenuante attesa della donna. C’è una costruzione fissa che è ripetuta e che segna una successione di azioni che caratterizzano i protagonisti descritti come in una sequenza cinematografica dove si rivela il suo talento nella scelta delle immagini: l’uomo compie una serie di azioni materiali, ha messo/ha messo/ha messo/ ha girato/ha bevuto/ha posato/ ecc, la donna, in secondo piano rispetto alla figura maschile, “osserva” passivamente ciò che l’uomo inevitabilmente compie. L’uso del passato prossimo quale quasi unico tempo verbale indica che tutte le azioni hanno l’aspetto del compiuto; gli avvenimenti che traduce sono completamente giunti a termine
L’uomo non “guarda” la donna: il silenzio e l’assenza di sguardi sono anch’essi incalzanti. L’”agire” della donna è quello delle emozioni, ho preso/La mia testa fra le mani/ E ho pianto.
E’ da notare la pioggia (e l’impermeabile) spesso presente nelle liriche di Prévert, come di un “fuori”, di una realtà difficile da affrontare, anche ostile.
Ottimo esempio di stile semplice ed efficace!
 
Scegli la giusta risposta senza consultare il testo:
Vero (V) o falso (F)?
Lui ha messo il caffè nel bricco
Lui ha messo il latte nel caffè
Lui ha messo il latte sul fuoco
Lui ha messo lo zucchero nel caffelatte
Ha bevuto il tè
Ha fatto dei cerchi di fumo
Ha spento la sigaretta
Ha messo la giacca perché c’era il sole
Lui grida
Lui non guarda la donna
Lui non le parla
Lei ride
Lei mette l’impermeabile                             Soluzione: F-V-F-V-F-V-F-F-F-V-V-F-F
 
(1) Jacques Prévert, Poesie d’amore e libertà, Le Fenici Tascabili, Guanda, 2000, pp. 68-71
 

L’eleganza del riccio di Muriel Barbery

L’hai letto? Ha avuto molto successo, ma resto perplessa, perché mi sembra a volte molto intellettualistico o filosofeggiante (Cartesio incombe!). Tuttavia è divertente: quando i Francesi si prendono in giro riescono ad essere anche simpatici oltre la loro grandeur…Ecco cosa dice l'autrice a proposito di:
- La cerimonia del tè. Fammi sapere cosa bevi e leggi a colazione e io posso sapere veramente chi sei tu:: sei per il tè o per il caffè?

Tè e manga contro caffè e giornale: l’eleganza e l’incanto contro la triste aggressività dei giochi di potere degli adulti.
- La cucina francese:
Se volete il mio parere, la cucina francese è penosa. Tanto genio, tanti mezzi e risorse per un risultato così pesante…Una miriade di salsine, farciture e dolcetti da farsi scoppiare la pancia! Che cattivo gusto…E quando non è pesante è di una ricercatezza esagerata: si muore di fame con tre ravanelli stilizzati e due capesante in gelatina di alghe, serviti in stoviglie finto zen da camerieri allegri come beccamorti.
Ho finito di leggere il libro e devo confessare che mi è piaciuto molto: capisco chi asserisce di averlo letto due volte.
Elogio di chi costruisce... anche con la propria morte. Finale a sorpresa. Elogio della Bellezza e della Poesia.
 
 
La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano
 
Come “L’eleganza del riccio”, è un libro scritto benissimo, molto piacevole e scorrevole nella lettura ulteriormente agevolata dalla divisione in brevi capitoli che creano soste e talvolta anche suspense nell’avanzamento. Quella solitudine dei personaggi, quella solitudine dei diversi, dei fragili…chi non l’ha provata? Che cosa siamo disposti a fare o a subire per essere accettati, per essere amati? I protagonisti, lui rifiutando il mondo e lei sentendosi rifiutata dal mondo, portano le cicatrici reali e metaforiche di persone ferite - il rapporto tra genitori e figli non ne esce bene – non comprese, sole. Fa male vedere Alice distruggersi pur di farsi accettare dal gruppo…Gli anni del liceo erano stati une ferita aperta…ma poi, con il tempo, la ferita dell’adolescenza si era rimarginata. Numeri primi si nasce.
“I numeri primi sono divisibili soltanto per 1 e per se stessi. Se ne stanno al loro posto nell’infinita serie dei numeri naturali, schiacciati come tutti fra due, ma un passo in là rispetto agli altri. Sono numeri sospettosi e solitari e per questo Mattia li trovava meravigliosi”. E sono anche orgogliosi…”Perché lei e Mattia erano uniti da un filo elastico e invisibile, sepolto sotto un mucchio di cose di poca importanza, un filo che poteva esistere soltanto fra due come loro: due che avevano riconosciuto la propria solitudine l’uno nell’altra”.
E mi viene in mente “Il danno” di Josephine Hart (1991) da cui Louis Malle trasse un film (1992) interpretato da Jeremy Irons e Juliette Binoche che ebbe molto successo. La protagonista Anna dice: “Le persone danneggiate sono pericolose. Sanno di poter sopravvivere…E’ la sopravvivenza che le rende tali…perché non hanno pietà. Sanno che gli altri possono sopravvivere, come loro”. I due protagonisti in seguito a un danno ricevuto in passato sono attanagliati dal senso di colpa.
 
 
Scrivo su mia madre per poter, a mia volta, metterla al mondo
 
Annie Ernaux e il difficile rapporto madre-figlia
 
 
Parlare della propria madre per cercare innanzitutto la verità: vorrei arrivare alla donna che è esistita indipendentemente da me, la donna reale…(p. 15); scrivere nel senso della verità, mi aiuta a uscire dalla solitudine buia del ricordo individuale, grazie alla scoperta di un significato più generale. Ma sento dentro di me una certa resistenza a farlo, vorrei conservare di mia madre immagini puramente affettive, tenerezza o lacrime, senza attribuirgli un senso (p. 36).
Sono parole di Annie Ernaux che, nel romanzo intitolato “Una vita di donna”, cerca di dipanare fuori da sé la vita e la morte della madre, prima con l’annuncio secco della sua perdita in apertura del libro, quasi a voler nascondere le emozioni suscitate da tale evento, poi narrando le tappe della sua esistenza che aderiscono allo svolgimento delle vicende storiche e ne sono modellate.
Nata nella zona rurale d’un paese della Normandia, Yvetot, e morta nel reparto geriatrico di un ospedale vicino a Parigi, la madre della scrittrice trascorre i tre quarti della sua vita nel luogo di nascita. Percorrendo la gamma di sentimenti che vanno dall’ammirazione nutrita nell’infanzia all’estraneità tipica dell’adolescenza, Annie rivede sua madre, la indaga, la scruta, la comprende, la giustifica: una brava massaia che lascia la scuola a dodici anni e mezzo, ama il catechismo, lavora dapprima in una fabbrica di cordami per sfuggire alla povertà e al bere, incontra il futuro marito, il matrimonio, il dolore della perdita di una bambina prima di Annie, l’acquisto di una rivendita di generi alimentari con bar, lo sfollamento ecc. Le immagini dell’esistenza materna scorrono come in film: il ’68, la lontananza, di nuovo ci rivolgevamo la parola in quel particolare tono fatto di irritazione e di perpetuo risentimento che faceva sempre pensare, a torto, che stessimo litigando e che riconoscerei, tra madre e figlia, in qualsiasi lingua…(P. 54).
Quanta verità in questo libro che certamente non è il primo né a narrare vite di donne (Maupassant, Una vita), né ad essere dedicato da una figlia alla madre (Francesca Sanvitale, Madre e figlia). Per chiunque scrivere della propria madre è arduo: mia madre non ha una storia, c’è sempre stata. E’ così, le madri non dovrebbero mai morire, la loro perdita appare sempre come una sorpresa che lascia attoniti: con stupore, mi rendevo conto che poteva morire (p. 59).
Dunque, parlare della propria madre è passare sotto le forche caudine dell’identificazione, della separazione, poi, con la propria madre per arrivare all’affermazione della propria individualità: Osservavo attentamente il suo corpo, credevo da grande di diventare come lei (p. 32).
Questo desiderio e al tempo stesso timore di diventare come la propria madre, questa necessità in realtà di essere diverse da lei sia fisicamente che psicologicamente, questo pensare che non importerebbe nulla della sua morte (p. 43), non v’è donna che non l’abbia provato e sperimentato sulla sua pelle poiché fa parte del necessario percorso di maturazione.
Il potere della scrittura, luogo magico, riverbero del dolore e della memoria, arcana figura d’immortalità, emerge con forza dalle pagine di questo libro che non è una biografia, né un romanzo naturalmente, forse una via di mezzo tra la letteratura, la sociologia e la storia. Mia madre, nata in una classe dominata, da cui ha voluto uscire, doveva diventare storia perché mi sentissi meno sola e provvisoria nel mondo dominante delle parole e delle idee dove, secondo il suo desiderio, sono entrata (p. 74).
La parola è al di là dal tempo e unisce la donna demente che la madre è ora a quella forte e luminosa che era (p. 62).
La metafora più bella è quella dello “sguardo”: distoglievo lo sguardo, era un luogo indefinito e senza sguardo e soprattutto adesso dovrò vivere sempre sotto i suoi occhi (p. 52). Le figlie temono il giudizio della madre che si estrinseca attraverso lo sguardo, temono la mancanza di libertà che l’occhio vigile della figura materna può infliggere…Lo sguardo può impedire di crescere…
Annie Ernaux si dimostra ancora una volta esperta d’intricate problematiche femminili. Nata in Normandia nel 1941, ha vissuto facendo l’insegnante di lettere a Cergy, alla periferia di Parigi. Ha pubblicato Les armoires vides (1974), Ce qu’ils disent ou rien (1977), Une femme (1988), Passion simple, La femme gelée (1981) e La place, vincitore del Premio Renaudot (1984), che é l’ideale antecedente di questo libro.
 
 
La poesia di Biagio Cipolletta: il regno della luce
 
La parola “destinazione”, presente nel titolo di questa silloge, è il lasciapassare per la poesia di Biagio. Essa designa un luogo di partenza, un luogo di arrivo, una meta. Ma quale è la vera destinazione di Biagio? Norway? La Norvegia? Capo Nord? L'Islanda? Le isole Lofoten? A ben vedere la destinazione di Biagio è il dialogo, lo straordinario desiderio e capacità di dialogare e di comunicare. Ne sono un'ulteriore testimonianza i quattro testi in prosa che chiudono il libro. Ma non solo.
Cominciamo dalla Natura. Il dialogo con la Natura è per Biagio quello con il mito. Gli Antichi scrutavano il mondo con tutti i sensi, lo meditavano
per intero e abitavano la natura: Possedevano in loro tutti i punti del sapere di allora, conoscevano le stelle come le facce dei loro cari, predicevano eclissi e comete. Affacciati  sull'universo,  nell'impresa di  prevederlo (Erri De Luca, Alzaia).

Allora ecco che nel Dialogo tra un troll e un Lappone si scopre che i troll esistono: Perciò d'ora in poi chiamami spesso, cercami dappertutto, nei prati, nelle rocce, negli alberi, in mezzo alle renne, tra i gabbiani in volo, nelle onde del mare, nella neve, nel vento, nella voce e negli occhi degli uomini. E infatti il Troll dice: Dovreste essere voi uomini a cercarci, a vederci ovunque, a chiamarci, ad aspettare ogni giorno il nostro arrivo. Ed è quello che fa Biagio perché per lui vale quello che dice Conte: Non conosce il mare, chi non ha visto Nettuno" (Il passaggio di Ermès).
Dialogo con la luce, con il sole. Quale è il sole di Biagio Cipolletta? E' il sole che abbronza, quello che arrostisce la pelle sulle spiagge? No.  E' un sole che ci rappresenta e al quale noi tutti tendiamo. Il sole di mezzanotte è uno stato mentale: in questo mondo il tempo perde significato. L'orologio non serve. Il giorno non finisce mai. I bambini corrono sui pattini a mezzanotte, in pieno sole, e i piccoli battelli a motore escono dal porto. Capannelli di persone sedute qua e là sulle rocce si godono una luce che non finisce mai.
La luce, il sole non sono altro che anche la metafora della poesia, luce che non tramonta, della poesia che riscalda, che riempie la vita. La luce, il sole non sono altro che la parola che aiuta a ritrovarsi simile nelle voci e nelle emozioni con gli altri, a unire la vita insieme agli altri, a sentirsi in comunità con tutti. Biagio canta e la sua poesia crea un filo sottile tra due sconosciuti, nell'istante d'un attimo scambia un'emozione, parla con gli altri per farli fremere, sognare o pensare.
Nei racconti, ma anche nelle poesie, la presenza costante della betulla (vasto bosco di betulle, la voce delle betulle) diventa la metafora dell'asse del mondo. Albero sacro, è associato al sole e alla luna: è doppio, padre e madre, maschio e femmina. Gioca un ruolo di protezione o piuttosto di discesa dell'influenza celestiale: da cui la nozione di dualità che è per eccellenza quella della manifestazione. La betulla simboleggia la via attraverso la quale scende l'energia dall'universo e da dove risale l'aspirazione umana verso l'alto. Ma anche la renna ha una simbologia forte (il nonno guarda lontano, lontano nella tundra e vede passare le sue renne...). L'incontro con la renna per Biagio è fondamentale. Nella poesia intitolata La Renna dice:  Ho saputo che tutto è nato dalla renna: / la tundra la neve il prato il vento... Per i popoli del grande nord asiatico, che si nutrono principalmente delle sue carni  e del suo latte e che l'usano come cavalcatura, la renna diventa l'equivalente simbolico di ciò che è il cavallo per i popoli dei cavalieri. La cultura di questi popoli nordici si rifa ad un simbolismo lunare e la renna, come l'insieme  dei cervidi, entra nel simbolismo generale della luna. All'interno di questa sezione del dialogo con la Natura merita un posto a parte quello con il deserto che per Biagio è la ricerca dell'Essenza. Dapprima il deserto è concepito come indifferenziato, uniforme, al di fuori del quale nulla esiste se non in modo illusorio, come un miraggio, e, in un primo momento Biagio non lo ama (Non ti ho mai amato). Poi, sotto la distesa superficiale, sterile, arida, inutile, il Poeta impara a ricercare la Realtà. Il deserto parla, racconta storie, è un caro vecchio amico. Il deserto diventa il cuore stesso, il luogo della vita eremitica interiorizzata. Con lui Cipolletta dialoga (ti parlavo sincero e ti ascoltavo, sicuro di parlare a chi conosce): Ho capito che ogni deserto sparisce/quando l'uomo parla e racconta di sé/mentre qualcuno in silenzio lo ascolta (Deserto 2).
Dialogo con la nostalgia - il groppo in gola: il nonno Lappone pur tra mille comodità sente il richiamo della sua terra, della neve e delle renne. Il dialogo con i baccalà (Il mercato di Val Melaina) è surreale: noi abbiamo bisogno di qualcuno che ci ricordi la nostra Norvegia, noi sentiamo la mancanza dei fiordi, dei gabbiani, delle renne, del vento. E di surrealtà, di mistero, di suspense è pieno il libro  ne I tre vecchietti, L'onda, Omaggio a Ilaria del Carretto, Poesia per una foto.
"Nostalghia" è il titolo d'un celebre film di Tarkovskii: "Nostalghia" è il nome come lo pronunciano i russi nel loro italiano, la medesima nostalgia che secondo un episodio di cronaca, si dice sempre nel film, avrebbe spinto una domestica calabrese ad appiccare il fuoco alla casa dei suoi padroni, a Milano.
Probabilmente, come nel film di Tarkovskii, la nostalgia accompagnerà Biagio fino all'ultimo respiro e, come un film, la vita si chiuderà con le immagini della tundra che sfuma tra le strade di Roma o di Val Melaina

 
Di Fausta (del 05/07/2010 @ 11:30:36, in Monastero di Montefiolo, linkato 20 volte)
Il pellegrino orante                   
Punti di riferimento e spunti per una riflessione
sui salmi delle ascensioni.                        
       
[Nei tre articoli precedenti riguardanti i salmi delle ascensioni, sono state fatte delle premesse generali orientative. Vorremmo  adesso,prima di riflettere su ciascuno di essi, ribadire ed ampliare alcuni concetti che mi sembra siano importanti per potere poi meglio comprendere e meglio pregare.]
Tre pensieri che il termine“pellegrinaggio” mi suggerisce e che riguardano delle realtà dicarattere universale, riferibili cioè all’uomo di tutti i tempi e di tutti i luoghi, sono : il cammino, la preghiera, la parola . Questi saranno i punti di riferimento nelle prossime riflessioni.
  
Il cammino
 
Il cammino e la via sono spesso metafore della vita umana considerata come un avanzare, un progredire attraverso le varie tappe e le varie  esperienze che essa presenta. Il pellegrino che sale verso Sion, per un particolare incontro con Dio nel tempio, ci fa pensare ancora a qualche cosa che è propria dell’esistenza dell’uomo, ma che non varca  i limiti della sua natura. Penso infatti che l’uomo è per sua natura un pellegrino che cammina verso qualche cosa che possa renderlo pienamente se stesso, qualche cosa che egli chiama comunemente felicità, suo bene, sua realizzazione ed integrità.
Frequentissimo è nella Bibbia l’uso di questo termine nel suo significato metaforico di percorso di vita.  Anche la tensione verso l’alto, che questi salmi esprimono, ci fa rimanere nel campo dell’esistenziale, perché è proprio dell’uomo, della natura umana, avvertire consapevolmente o inconsapevolmente, di avere dei limiti e tendere a superarli, superandosi, in diversi modi; penso che uno dei modi è la religiosità: chiamo così la tendenza a pensare che ci sia  un ente superiore capace di dare all’uomo quello che cerca,cioè una pienezza di vita, e di svelargli il senso stesso della sua vita. Anche  questo è proprio dell’esistere umano,  e rimane chiuso entro i suoi limiti. Oltre questi limiti c’è il   mistero. Tutto questo  offrirebbe una chiave d’interpretazione puramente esistenziale del pellegrinaggio, che però penso sia  importante per potere capire perché i salmi siano una preghiera capace di esprimere l’uomo di sempre ed in cui l’uomo di sempre ritrova se stesso. Ma in questo cammino c’è un ulteriore passo ed è il passo decisivo, quello che porta veramente l’uomo a superare i suoi limiti ed a varcare la soglia del mistero. Si tratta di un  passo che l’uomo non può fare da solo, gli deve essere donato, e questo dono è la fede. La fede apre gli occhi all’uomo pellegrino e gli svela nuovi e affascinanti orizzonti, gli fa vedere che quell’ente superiore cui egli pensava “levando gli occhi verso i monti”, è un Padre che si china a tendergli la mano per attirarlo a sé e lo penetra col suo amore trasformandolo, elevandolo ad un’altra qualità di vita. E’ un Padre che ama tanto l’uomo pellegrino sulla terra, da indicargli chiaramente la via da percorrere perché non si smarrisca e perché possa, giungendo all’incontro definitivo con Lui, poterlo vedere “faccia a faccia” come Egli è! Questa via il Padre la indica con una sola Parola, la sua Parola: Cristo, che continua a proclamare “Io sono la via”. L’uomo che accoglie questa parola è il pellegrino cristiano che cammina anconra verso la meta, ma in Cristoè già figlio di Dio in comunione di vita col Padre.
 
La preghiera
 
Nel contesto dei salmi dell’ascensione il termine “pellegrinaggio”
esprime senz’altro il concetto di preghiera. I pellegrini israeliti che si recavano in pellegrinaggio a Gerusalemme cantavano questi salmi che sono preghiera: la preghiera era il fine di questo pellegrinaggio. Ecco perché essa è un punto di riferimento in queste riflessioni. Nel primo di questi articoli sul “Pellegrino orante” dicevo che la figura dell’orante delle catacombe romane potrebbe essere impressa sulla carta d’identità dell’uomo di tutti i tempi. E’ mia convinzione infatti che l’uomo, in quanto tale e per essere tale, è essenzialmente un orante, perché è l’unico che nel creato ha lo specifico compito di tenere un rapporto con Dio attraverso quella comunicazione che si chiama preghiera; è lui che convoca il creato in una grande assemblea, perché lodi Dio, in quella lode universale così bene espressa nel Cantico dei tre giovani del Libro di Daniele. (Dn 3,51-90) .
E vero che tutto ciò che esiste è una testimonianza viva del suo Creatore, e questa testimonianza la dovremmo sentire davanti a tutte le cose, davanti ad una grande montagna, come davanti ad un filo d’erba: la voce del creato ci dice continuamente:” Io esisto  perché c’è qualcuno che mi fa esistere”.Ma per lo più non ascoltiamo questa melodia, camminiamo estranei a tutto questo,
distratti ed insensibili, non da pellegrini oranti, ma da passanti che non hanno tempo! Ma questa forse è una digressione dal nostro discorso.
L’intenzione era di dire che in tutto questo creato è solo l’uomo che riceve un grande dono:quello della fede e, con la fede la preghiera; solo l’uomo ha una mente ed un cuore che si aprono a Dio, il quale aspetta solo questa apertura per potere entrare e comunicare con questa creatura privilegiata: infatti la preghiera è un privilegio dell’uomo e per questo è il suo distintivo. L’uomo può essere un grande scienziato,o artista, o un grande leader, ma niente gli dà la possibilità di superare se stesso e la sua umanità: solo la sua fede e la sua preghiera lo portano a vivere una vita divina, elevandolo alla dignità di figlio di Dio. Per questi motivi esprimo la convinzione che la preghiera è l’espressione più alta della dignità dell’uomo, quella che dà senso alla sua esistenza.
 
La parola
 
La parola con cui nei salmi, oggetto delle nostre riflessioni, si  esprime la preghiera,ci invoglia a fermarci più a lungo davanti ad essa per scorgere, ricevere, gustare, almeno parte della sua ricchezza e bellezza. Sorge in noi il desiderio di non passare rapidamente davanti alla parola, dandole uno sguardo di sfuggita, ma di fermarci davanti ad essa, in quel silenzio interiore,in cui tutte le altre voci tacciono, perché essa sola ci parli e ci sveli sempre nuovi orizzonti. Senza un ascolto attento ed amoroso non si può cogliere la fecondità della parola, perché non se ne percepiscono le varie evocative suggestioni. Senza questo ascolto, la preghiera dei salmi diventa solo un movimento delle nostre labbra e non ci può essere quella partecipazione interiore che fa della preghiera una vera preghiera e che la spiritualità ebraica chiama “kawwanà”. La preghiera sgorga sempre dalla pura sorgente dello Spirito e quando essa scorre attraverso la parola dei salmi c’è come lo scintillio di mille luci che si riverberano nell’acqua che scorre e che affascinano lo sguardo: e la preghiera diventa contemplazione. Tale è la potenza della parola nei salmi!
 
Sintesi
 
Questi i tre punti cui ci riferiremo in queste riflessioni che non pretendono certo di essere esaurienti, ma vogliono solo offrire a chi legge lo spunto per ulteriori riflessioni, incoraggiare le eventuali condivisioni, invitare a pensare e a dare consistenza a realtà che sono di fondamentale importanza per l’orientamento del nostro cammino. E come potrebbero essere esaurienti delle riflessioni che hanno per oggetto realtà di per se stesse inesauribili? Il cammino dell’uomo, la preghiera, la  parola, io le  vedo come realtà che s’incarnano nell’esistenza umana, ma rimangono sempre avvolte di mistero, perché la loro verità è nel mistero dell’amore di Dio. Tutta la realtà che riusciamo a percepire con i nostri sensi è avvolta da questo mistero, il visibile è presentimento e palpito dell’invisibile. Il pellegrino orante nel suo camminare coglie questo palpito e, non distratto, ammira la novità che continuamente si offre al suo sguardo, non dà niente per scontato, perché né l’alba né il tramonto dipende da lui, né   l’incantevole paesaggio né il filo d’erba: tutto è dono, tutto è  miracolo che lo stupisce e lo colma di gratitudine, e stupore e gratitudine diventano  preghiera che accompagna il suo cammino.
Le  due zone, quella dello sperimentabile umano esistere e quella del mistero che lo circonda non sono incomunicabili:  all’uomo pellegrino è stato fatto un grande dono, Cristo, e in Cristo quello sguardo nuovo di fede e quella nuova qualità di vita che gli svelano il mistero dell’amore di Dio e lo rendono di esso partecipe. E’ un cammino di fede quello del pellegrino orante cristiano , perché è alla luce della fede che egli avanza, è per pura fede che egli tante volte muove i suoi passi nel buio di un mistero, perché sa che si tratta di un mistero d’amore.
Questi motivi ci inducono a vedere nella via che il pio israelita percorre, per andare verso il tempio,non solo una metafora del cammino dell’uomo, ma anche, come  tutte le realtà dell’Antico Testamento, un segno della via  in cui il cristiano cammina, perché crede fermamente che Cristo è la via che porta al Padre. C’è  una continuità di segno e realtà significata, di profezia e di avveramento che bisogna cogliere pregando i salmi.
Io credo che se si formasse nella nostra mente e nel nostro cuore un’armoniosa sintesi di questi aspetti della preghiera del pellegrino, pregheremmo con maggiore consapevolezza e partecipazione, senza fretta, “gustando e vedendo” le meraviglie che lo Spirito rivela ai pellegrini che aspirano all’incontro con Dio. 
 
Sr. Beatrice OSB                 
              
Riflessioni sul salmo 120
La serie dei salmi dell’ascensione inizia col salmo 120. In una prima lettura di questo salmo, l’impressione immediata che ho avuto è stata quella di un salmo vivacemente movimentato: ad una iniziale domanda-risposta, seguono le antitesi prigionia-liberazione, colpa-punizione, guerra –pace, in un’atmosfera di ostilità espressa con linguaggio bellico ed attraversata dal sofferente anelito di pace del salmista, che la rende ancor più drammatica. Mi sembrava  che la nota dominante fosse quell’ojah (ohimè), che nel bel mezzo del salmo era come il profondo incontenibile lamento di un cuore angosciato. Ma nella prima  lettura mi aveva colpito anche la fine troppo brusca di questo salmo,quasi che il salmista l’avesse improvvisamente sospeso  o quasi che ci fosse un interrogativo senza risposta.
          Ma davanti alla parola di Dio non ci si può fermare alle prime impressioni di una prima lettura. Rileggendo e “ruminando” questo breve salmo, sempre più le prime due parole attiravano la mia attenzione. Esse sono : el Jahweh (verso Jahweh). Mentre l’ultima parola del salmo, “ guerra”, sembrava quasi chiudere il cuore ad ogni speranza, evocando odio, lotta, dolore, le prime due “verso Jahweh” spalancavano il cuore presentando allo sguardo spazi stupendi di speranza. “Nella mia angoscia ho gridato al Signore – ed egli mi ha risposto”. Quanta gioia in questo annuncio
di una risposta attesa, di una prova di amore grande e fedele. Il Signore risponde, non è qualcuno che lascia inevasa la domanda perché non ha tempo o perché non gl’interessa. Siamo noi che non sappiamo leggere la risposta, forse perché non rientra nel nostro campo visivo regolato dal “qui e adesso” e dal nostro modo di vedere. Ma con l’andar del tempo ci riusciamo e vediamo che la risposta di Dio non può essere che una risposta d’amore. Su questa esperienza fatta si basa saldamente la fiducia dell’orante. La fiducia è presente ed operante in questo salmo, anche se non è espressamente nominata. E’ quella che spinge il salmista a tendere verso l’alto” “nelle sue quotidiane ascensioni fatte di preghiera, nel suo grido di angoscia. E’ la fiducia che lo sostiene quando “ abita straniero in Mosoch e dimora fra le tende di Cedar”
e  lo aiuta a perseguire la pace in un contesto di guerra.”Io sono per la pace e loro vogliono la guerra”. La fiducia precede ed accompagna ogni passo dell’orante, e dopo ogni passo si rafforza. Per questo egli sopravvive in una situazione drammatica,resiste anche se messo alle strette, come imprigionato, come assediato, da gente ostile la cui arma potente è la lingua menzognera.  Vorrei ricordare che il termine “angoscia” corrisponde all’ebraico “saratah” che significa propriamente prigionia, assedio, trovarsi in una stretta senza possibilità di scampo, il che provoca un senso interiore di soffocamento, di angoscia. La lingua cattiva infatti uccide moralmente riducendo all’impotenza ed emarginando chi è sotto il suo tiro, soffocando le sue aspirazioni più alte e le sue doti
naturali che sono tante volte oggetto d’invidia. La lingua menzognera è subdola, trae in inganno, perché si mostra sotto l’aspetto della verità, sussurra insinuando, e tante volte una parola gettata lì, come per caso, è una parola micidiale che distrugge la felicità degli altri. La menzogna è demoniaca, è il male in assoluto personificato dal demonio. Infatti solo il Bene assoluto, può vincerlo per ristabilire quell’armonia e quella pace e quella giustizia che fanno parte del suo disegno d’amore. Il salmista lo sa e spera che le”frecce acute di un prode con carboni di ginepro” intervengano a far trionfare la verità. Ed ecco che questo piccolo salmo, questo grido di angoscia ci presenta il  grande dramma dell’umanità, la lotta fra il bene ed il male, la necessità assoluta di scegliere con determinazione la via giusta della Verità, senza lasciarsi ingannare dalle tante menzognere verità di un relativismo sempre più o meno presente nella storia dell’uomo, o dai vari idoli che si presentano sul suo cammino. Il salmista soffre perché si trova fra gente idolatra, che certamente lo schernisce e lo mette alla prova,ripetendogli :”Dov’è il tuo Dio?” (Sal. 42,10). Ma nel suo cammino l’uomo pellegrino sulla terra non incontra forse tanti idoli falsi e bugiardi che lo ingannano, burlandosi di lui, che lo disorientano e gli fanno perdere,più o meno definitivamente,  la strada giusta? “Io sono per la pace, loro vogliono la guerra”. Non è facile essere per la pace, come non era facile il cammino del pellegrino che andava a Gerusalemme, città della pace: giustamente questo salmo è fra i salmi delle ascensioni.
          Non è facile, anzi è impossibile costruire la pace senza Dio,e questo è drammaticamente evidente oggi. L’orante di questo salmo ci indica la strada perché possa regnare la pace nel cuore degli uomini, nelle famiglie, nella società, fra i popoli: bisogna che l’uomo indirizzi il suo grido, e col suo grido tutto il proprio essere el Jahweh ; quando questo avverrà, certamente Dio risponderà con la sua Parola, Cristo, che ci ripeterà:”  La pace sia con voi!” 
                                                                                  Sr. Beatrice OSB
                  
                                     
 
Di Fausta (del 22/06/2010 @ 10:29:15, in Poesia, linkato 18 volte)
Non è poi tanto uno qualunque... Che ne dici?
 
IL POETA
 
Fulmine
sole
o polvere di follia.
---
Sono ancora
qui
dentro un barattolo
vuoto
pieno d'un mondo
esterno.
---
Piano ti asciughi le mani
rompi il collo della bottiglia
e ti tuffi nell'oceano.
---
Ancora aspetta
il suo sposo
accarezzandogli i capelli
nei ricordi
di uno sfuocato attimo rubato! 
---
Finisce l'intervento
duri comunicati
lunghe strade dissestate
carta e carte di un buffo
gioco di ruoli
Pulcinella di mare
salta e ridi.
---
Passare il binario
è un semaforo
che ostacola
l'inganno
dell'eternità.
 
Nicola Rampin, Migliore è, Poesie di uno qualunque, Edizioni EventualMente, Comiso, 2010
 
Di Fausta (del 21/06/2010 @ 22:58:58, in Pittura, linkato 132 volte)

Antonio ha la genialità barocca dei calabresi...sa fare tutto, lavora, plasma ogni materiale con competenza e perizia...


... a palazzo Nicotera


Donna


Porta di legno


Sulla riva del mare

Magnifica figura di centauro...

Dai viaggi di Gulliver, l'antro dell'astronomo (1985) 150x220

Terracotta patinata a freddo...

L'atelier dove tutto nasce e prende forma...

Vi ha partecipato anche lui...

    Nella natura l'origine dell'arte - Mail Art 1992 

Evocando la migliore tradizione dell'Arte Postale, si è pensato di coinvolgere, attraverso tale mezzo espressivo, l'universo del “Fare Arte” in quella che è una delle tematiche più pressanti e, nel contempo, angoscianti che la contemporaneità si trova a vivere: quella del degrado inesorabile dell'ambiente naturale e della conseguente, lenta distruzione di elementi biotici necessari alla stessa sopravvivenza dell'uomo su questo pianeta.
La Calabria, questo lembo di terra pregno di gloriose memorie storiche, possiede una splendida conformazione naturale e una connotazione ambientale e paesaggistica di estrema bellezza: un patrimonio che non ha ancora subito danni irreparabili e che, quindi, a maggior ragione, bisogna salvaguardare e tutelare da possibili interventi dissennati miranti alla speculazione selvaggia e allo sfruttamento indiscriminato; un patrimonio che è di tutti e che è indispensabile preservare in quei preziosi equilibri che scandiscono i nostri stessi ritmi vitali.
In quest'ottica, si chiede agli artisti di finalizzare la propria operatività e, attraverso la peculiarità della propria “marca” espressiva, proporre interventi visivi di Mail Art la cui strutturazione testuale induca alla riflessione, stimolando la coscienza sulla problematica ambientale ed ecologica e che – perché no! - suggerisca, indichi ipotesi, risoluzioni possibili.
Certo, nel momento in cui un critico d'arte interviene a coordinare un'iniziativa del genere finisce, inevitabilmente, col porsi interrogativi di carattere più squisitamente speculativo, estetico: può l'operatività artistica così stimolata portare alla produzione dell'opera? E, se ciò avviene, essa può considerarsi un augurabile ma imprevedibile incidente di percorso o un evento computabile nel novero delle probabilità?
E' possibile, indipendentemente da categorie o forme espressive adottate, che ogni percorso operativo di Mail Art giunga alla definizione valoriale di OPERA: allorché, nella varietà di cifre personali, si realizza una piena corrispondenza con la tematica proposta, ossia un'aderenza soggettiva oltre che semantica alla valenza sociale del fine; quando lo svolgimento formale dell'immagine risulta svincolato esteticamente dall'oggettività dello stimolo (l'ambiente). Resta inteso che la tematica ambientale, accettata pienamente come pretesto operativo cui aderire in virtù di un criterio di utilità obiettiva, costituisce la determinazione ambientale a partire dalla quale rendere manifesta la produttività pura del testo creativo, l'essenza vera del fare artistico. Ed è in questo che è un divenire essenziale, che il processo formativo si snoda, progredisce verso la categoria assoluta dell'opera. 

Evoking the best tradition of Mail Post, we thought about involving, through such an expressive way, the universe of “Making Art”. In that way which is one of the most pressing themes and, in time, anguished that contemporaneousness finds itself living in: that of the inexorable degrading of the natural environment and, consequent, slow destruction of biotic elements needed for man’s survival on this planet.
Calabria, this strip of land rich of glorious historic memories, has a splendid natural conformation and an environmental and landscape connotation of extreme beauty: a richness that hasn’t suffered unrepairable damage yet and that, so, even more, we have to protect and defend it against possible foolish interventions aiming at wild speculation and to indiscriminated exploitation; a richness that is everybody owns and that we must protect in those precious balances that stress our own vital rythms.
In this point of view, artists are asked to finalize their own work and, through peculiarity of their own expressive “mark”, proposes visual interventions of Mail Art which testual struction leads to reflection, stimulating the conscience on environmental and ecological problems and that - “why not!” – advises, indicates hypothesis, possible resolutions.
Well, when an art critic takes part in coordinating such an initiative he ends up, inevitably, asking himself questions that are speculative, aesthetic: can the artistical working so stimulated bring to the production of the work? and, if that happens, it can consider itself a wished but unexpected accident of course or a calculated event in the number of the possibilities? It’s  possible that, independently from category or adapted expressive form, that every working course of Mail Art reaches worthy definition of work: when, in the varety of personal numbers, you reach a full correspondence with the proposed theme, that is a subjective besides semantic agreement to the social valence of the aim; when the formal development of the image results aethetically released from the objectivity of the stimulus (the environment).
It is understood that the environmental theme, fully accepted as working pre-text to agree to through a criterion of objective use, buids the starting determination from which one should start to manifest the pure productivity of the creative text, the real essence of the artistic making.
And it’s in this that is an essential becoming, that the formative process gets loose, advances towards the absolute category of the work.
 
Teodolinda Coltellaro
 
Di Fausta (del 19/06/2010 @ 11:22:43, in Poesia, linkato 62 volte)

MONTE BRUGIANA

Quiete nella mente,
nel bosco silenzioso
odo zoccoli in musica,
echi in lontananza
di cavalli sbrigliati,
mentre alberi,
dai rami innamorati,
m’invitano a contemplare
il mondo…
fuori dal mondo.

Uno strappo… il ritorno.

Porto con me
quel rifugio arcano,
salvezza di vita.

 

MANCIATE DI SALE
Complice il silenzio, Pagine, 2006

Quando le parole
Si perderanno
Nel fiume della vita,
tu
pescatore di versi,
getta la rete…
lancerò manciate di sale
farò del fiume oceano…
la tua rete
sarà leggìo

 
Di Fausta (del 11/06/2010 @ 11:59:40, in Poesia, linkato 24 volte)
CIMITERO VECCHIO
 
... E vi vedo,
solitarie sguarnite lapidi del vecchio cimitero,
abbandonate a voi stesse
anche dall’ultimo amore…
rese grigie negli anni
da un tempo impietoso
di lacrime e pioggia,
dignitosa testimonianza
di destini comunque vissuti...
di gioie e dolori che la morte livellò
… forse senza giustizia …
… vi vedo…
Voi, con le vostre foto un po’ opache
frammento di esistenze passate
voi, allietate soltanto da un fiore di stoffa
sbiadito dal sole,
voi….
in un tempo che non è più il vostro
allo sbando voi siete!
Orfane dei premurosi affetti
di chi vi pianse un giorno lontano
ed ora è partito…
abbandonate per umana sorte,
dai dolori di un destino
che cieco disperde gli uomini
... come manciate di sementi
nel vento…
 
Gabriella Manzini
 
Di Fausta (del 07/06/2010 @ 11:14:14, in Poesia, linkato 79 volte)

ALBORI

Ripiego la notte su di me
raggomitolo i pensieri
un carillon di parole melliflue lubrificate di pazienza..
In me dimora il buio
vestito di pece e ingenuità macchiata di paura.
Come un serpente
anelo
trasformazioni salvifiche
... abbandono la pelle
le affido ricordi di sale e fiele
li lascio scivolare
ne calpesto i riflessi.
Un soffio la vita
a rallegrarla tovaglie di mare
per saziare gli occhi
e lenzuola di sabbia
a carezzare sorrisi d’ombra.
E la notte dura ancora
v’ è in essa un sospetto di mattino…

 
 
PENELOPE
 
Quanta pena raggomitolata
in gesti frenetici
di un quotidiano stagnante
quanti pensieri offuscati
avranno abitato
la tua mente assopita
che viveva di riverberi del suo ricordo
chissà se le tue orecchie
avranno ancora saputo udire
dopo il suo saluto.
Solo il rumore dei suoi passi
in sottofondo
a cullare lo scorrere dei giorni
aggrappata allo stesso filo
che tessevi
sperando di non specchiarti in un miraggio
ma di poter tornare ad udire il suo respiro
 
 
L'ATTESA
 
Attese impolverate da ceneri di sorriso..
nel letto del tempo
il dolore ha posto radici
briciole di ieri
in pasto a corvi avidi
i ricordi galleggiano imbottigliati
riversi su spiagge inanimate
solo il vento ne è testimone..

 

FUTURO

Famelico assassino
ti aggiri con ali di nebbia
lingua di lama
godi di lamenti strazianti di cuori in frantumi
hai calpestato ancora
purezze nascoste sporcandole di bugie di porpora
... vetri di umanità incrinati da
passi di un progresso sicario.

 

FIGLIA DELLA LUCE

Figlia della luce
rinnego le origini
orfana di me stessa
proseguo il viaggio in salita
bevendo le mie lacrime
mi forgio di pazzia..
che mi faccia da scudo
verso una normalità di scintillante pericolo.

 

MEMORIE

Sale e spilli cospargono il cammino
una scia di sangue
testimonia
il suo percorso
mentre il cielo si spoglia
bevo sudore di piogge lontane
al riparo da venti schernitori
libero catene di memoria
di plumbei ricordi
affanno di cuori in tempesta
tuttora affidati a preghiere
che sorgono come fiori su steli di suppliche.

ladyviole@yahoo.com

 
Di Fausta (del 29/05/2010 @ 10:35:35, in Musica, linkato 31 volte)
Bellissima canzone che mi ricorda gli anni '60  e la mia giovinezza e penso che sia così anche per te...
 
Di Fausta (del 26/05/2010 @ 15:32:17, in Pittura, linkato 42 volte)

Veduta generale dell'esposizione delle opere di Mario Vespaziani a Via Margutta...Figlio e nipote d'arte, Mario lavora con la china, espressione da pochi usata e molto difficile...

Gatto casalingo...

 

 
Di Fausta (del 25/05/2010 @ 08:14:06, in Pittura, linkato 40 volte)

Famiglia di pittori la mia...Giuseppe Smirne è un cugino di mia madre. Questo quadro s'intitola "La nicastrese" cioè la tipica "calabrese"...

Non amo le nature morte ma qui le pesche sembrano uscire dallo schermo tanto sono vere...

Adoro questo volto di donna che, oltre ad essere bellissimo, è delicato e sognante...

Immagini di altri tempi...

 
Di Fausta (del 15/05/2010 @ 21:32:51, in Avvenimenti, linkato 55 volte)
Fino al 4 luglio 2010 al Casino dei Principi di Villa Torlonia
 
Notevole ed interessante la mostra al Casino dei Principi di Villa Torlonia fino al 4 luglio: una vera scoperta questa selezione di dipinti e sculture della prima metà del secolo scorso provenienti dalle collezioni della Galleria Comunale d’Arte Moderna di Roma chiusa da diversi anni.
La mostra è divisa in cinque sezioni. La prima è dedicata alla Secessione, movimento culturale degli anni Dieci e frattura rispetto all’arte ufficiale, e ai momenti più emozionanti della pittura dei primi anni del ‘900. Trionfano le immagini femminili di Balla (Il dubbio), di Noci (L’arancio), di Bottazzi (Scene di vita Romana): le donne sorridono, ammiccano, invitano, sono equilibrate e gioiose

 Nella seconda sezione dedicata al Classicismo è esposta per la prima volta la grande tela del 1925 di Carena intitolata Serenità: l’immagini è delle più serene appunto! Un gruppo di donne nude è sdraiato in riva ad un lago o un fiume: una è in acqua, un’altra offre alle amiche un pugno di frutta rossa…Seduzione, erotismo, placida sensualità. Altri lavori sono il mosaico di Gino Severini (Composizione, 1933), il dipinto di De Chirico, Combattimento di gladiatori, del 1933-1934 e quello di Sironi, La famiglia del 1927, cupa rappresentazione, ma di sorprendente purezza.
La terza sezione presenta il nucleo futurista dell’Aeropittura caratterizzato da visioni dall’alto, proporzioni distorte, velocità (Benedetta, Cappa Martinetti, Velocità di motoscafo del 1919-1924) e movimento. Notevoli le opere esposte di Monachesi (La corrida, 1929-1930; Sogno di motore, 1938), oltre al bellissimo Enrica in viola ( 1920) di Antonio Mancini, a La bagnante di Marino Marini e alla componente surreale di Trampolini.
La quarta sezione dedicata alla Scuola Romana propone una piccola parte del patrimonio degli anni trenta. Sono presenti rappresentanti della “Scuola di Via Cavour”, il visionario e sanguigno Scipione accanto al rarefatto Mafai con le sue Donne che si spogliano (1934) con uno slancio di figure in secondo piano quasi fantastiche e fantasmatiche…

 Notevoli La Bagnante di Emanuele Cavalli (1933-1934) e La convalescente di Baccio Maria Bacci: ancora due donne ritratte in momenti intimi e personali. Vi sono anche opere del “Tonalismo romano” con artisti quali Capogrossi, Melli, Cavalli e Janni e opere del “Realismo magico” con i paesaggi di Donghi e le opere di Moranti, Guttuso, Levi e Trombadori (Natura morta con cavoli rossi, boccale e tela (1937).
La quinta sezione, dedicata alla Scultura, è una vera e propria scoperta con opere tra il 1910 e il 1950. Esempi più noti tra le donne protagoniste il Busto femminile di Nicola D’Antino, inediti come la Testa di donna di Teresa Berring, Le gemelle Azzariti (1913) di Giovanni Prini, la Testa femminile (1940) di Manzù, Afrodite di Attilio Torresini, Riflesso nello specchio (1945) di Antonietta Mafai (non è la sola donna che si riflette nello specchio della mostra) e opere di Dazzi, Martini e Marini. Donne che si offrono con amore, che seducono, bambine vezzose ritratte in pose innocenti e maliziose. E’ interessante studiare il rapporto tra la donna, rappresentata nuda, senza orpelli, nella sua essenzialità, e l’acqua, simbolo rigeneratore, di vita e di purezza.
 
Fausta Genziana Le Piane
 
Di Fausta (del 14/05/2010 @ 13:41:31, in Poesia, linkato 49 volte)
Caro Tommy, a chi vuoi rubare l'anima? Alla Sicilia? Alla donna amata? Alla poesia?
 
L’ANIMA
 
Debbo strapparle l’anima,
l’anima debbo strappare a questa terra,
il suo mistero,
rubandole il segreto della vita.
E non saranno i libri,
ricchi di suggestioni e di commenti;
né il tormento, né l’ansia
nelle pallide notti mie romane;
e non sarà il racconto
confuso e malinconico dei vecchi.
No! Non saranno gli altri.
Puttana di una vecchia svergognata!
Per averti davvero
che cosa dovrò fare, amore mio?
Prenderti come sei, senza pudore
e lasciarmi infettare dai tuoi umori?
O arrendermi ai piedi tuoi di donna,
aggrapparmi alle gambe
e annullarmi nel ventre tuo di pietra,
senza più ragionare:
presuntuoso che sono!
 
Questa poesia scivola letteralmente sul cuore tanto é dolce e musicale...
 
UN WHISKY LISCIO
 
Mi scolo
un whisky liscio,
e i miei pensieri
li lascio scivolare
lascivi
come visciole. (sett. 97)
 
 
 
Figlio, onda d'urto tra l'Universo e l'Uomo...
 
L'ONDA CHE VIENE
(Per la nascita di Fabio)
 
Nell’immenso deserto del tempo
quell’onda di vita
che è l’uomo,
quel breve momento
che sa d’infinito,
solo un attimo sta.
 
L’onda che viene
si frange
sull’onda che va.....
 
Frizzante,
saluta festosa
l’un l’altra,
ma al tempo commossa.
 
Cogliendo risacche d’umori,
d’intense emozioni,
che sanno di forte,
d’antico,
d’eterno.
 
Cogliendo l’istante
che vale una vita. (1997)
 
Di Fausta (del 07/05/2010 @ 19:35:35, in Poesia, linkato 118 volte)
Ivana non c'è più...fisicamente. Vive nella poesia e nel mio ricordo...una visita in ospedale. Il tumore non ha mai scalfito la sua voglia di vivere, la sua energia, la sua spiritualità e soprattutto la sua capacità di amare. Grazie.
A IVANA
 
Una cellula impazzita
- farfalla cieca -
ha sbattuto le ali
contro il tuo seno
e non ha più
voluto volare via.
 
Lì voleva dimorare,
nell’incavo
caldo
del nido materno.
Ma il tuo latte
rinvigorito
ha nutrito una mimosa
e nella stanza d’ospedale
una fragranza impegnativa
di primavera si spande.
 
DEPARTURE (Stazioni II)                                                                   
                                                                                  
                                   Cristallo di rocca,
    esplode la mia mano sul vetro del finestrino.
Il treno parte
e le mie dita lasciano
scie come chiocciola sul muro. 
 
Mi saluti
frantumando il mio sguardo nel tuo
e ora so
che è rimasto imbrigliato
nei ricordi della mia fanciullezza.
OSTAGGIO DELLA VALLATA (Inedita)
 
Prima ostaggio della vallata,
il vento si libera
poi,
e,
trasportando con sé
frantumi di sere d'estate,
accarezza il verde seno
delle colline.
 
Avanza infine verso una notte d’amore. 
 
DEL CORPO
da "La notte per maschera"
 
Consumato
da due dita
sottili e nervose,
aspirato con voluttà
da umide labbra,
ridotto in cenere
nel letto disfatto.
 
 
LUNA DI SABBIA
da "La notte per maschera"
 
Questa notte
la luna è di sabbia
ed i pensieri di cartone.
 
S’adagiano dolcemente
nell'effimera stazione
a raccogliere
barboni in cerca d'amore. 
 
 
ROTAIE
da "La notte per maschera"
 
Poi
il treno parte.
Le rotaie impietose
disegnano sul mio cuore
binari che si tendono
verso stazioni
ignote al mio vivere.
L’assenza
è come vento di Sahara
che scardina
orologi polverosi
attese infreddolite
alporalanti
gracchianti improvvisi ritardi
orari di cartapesta.
Indosso
la maschera della notte:
la realtà senza di te
non si ricompone.
 
 
IL CUORE S'IMPICCA DI NOTTE
da "La Notte per maschera"
 
Il cuore s’impicca di notte
per non vedere gli occhi dell’addio. Rinasce
forse all’alba
per trafugare di nascosto
la valigia di vetro dei sogni
e ripartire libero dai lacci.
Sfreccia     
rotolando sui binari
e allo scambio
senza deragliare
corre
con un nodo alla gola
verso il raggio verde
dell’orizzonte.
 
 
IL ROSSETTO
da "Incontri con Medusa"
 
Sussurra
piano
al buio della sera
in quale stazione sei.
Affinché io possa rovistare
nel tuo bagaglio
e trovarvi
manciate di colori
per le mie pallide labbra
 
 
STELLE MARINE
da "La Notte per maschera"
 
Scivolare
contro una casa di periferia
sotto un murale d'amore,
scritto
con un pennarello rosso,
inarcare la schiena
ed aprire i pugni.
Un'onda verrà
e lascerà sul palmo bagnato
stelle marine
da appuntare
come spille
siul bolero della notte.
 
Ci sono 2 persone collegate

< luglio 2010 >
L
M
M
G
V
S
D
   
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
26
27
28
29
30
31
 
             

Cerca per parole o frasi
 

Titolo
Avvenimenti (7)
Curiosità (1)
Gastronomia (6)
Indice degli Autori (1)
Monastero di Montefiolo (11)
Musica (4)
Pittura (14)
Poesia (20)
Racconti (5)
Recensioni (3)
Saggi (2)
Scatti d'autore (7)
Vernacolo (2)

Catalogati per mese:
Novembre 2009
Dicembre 2009
Gennaio 2010
Febbraio 2010
Marzo 2010
Aprile 2010
Maggio 2010
Giugno 2010
Luglio 2010

Gli interventi più cliccati

Ultimi commenti:
Cara Luisa,quanto pe...
24/05/2010 @ 18:32:18
Di Genfa
Cara Sonia,le tue p...
24/05/2010 @ 16:23:26
Di Genfa
Eh già, quando la sc...
24/05/2010 @ 14:15:22
Di Genfa
Cara Maria Pia, anch...
21/05/2010 @ 20:06:53
Di Genfa
Ok Tommy, continua a...
21/05/2010 @ 20:00:22
Di Genfa

Titolo
Arcobaleno (1)

Le fotografie più cliccate

Titolo
Ti piace questo blog?

 Bello!
 Carino...
 Così e così





31/07/2010 @ 12.49.15
script eseguito in 328 ms